I BLUR RISORGONO NELL’INFERNO MILANESE (28/7/2013) – di Francesco Panzieri

blur
I Blur tornano a suonare in Italia dopo 14 anni. La data e’ storica per la band dell’Essex, tornata sui palchi dopo la lunghissima pausa seguita al divorzio tra Damon Albarn e l’occhialuto chitarrista Graham Coxon. A parte i trionfi live di Glastonbury e Hyde Park del 2009 e la cerimonia di chiusura delle Olimpiadi dello scorso anno, i quattro ex ragazzi hanno collezionato nell’ultimo decennio solo una manciata di concerti, concentrati nel tour partito nel marzo scorso.
Scenario caldissimo dell’evento, ultimo concerto del City Sound festival, e’ il vecchio ippodromo del galoppo di Milano, certo non la location più affascinante, ma che comunque evoca una tradizione prettamente british ed atmosfere bucoliche da concerti anni ’90. Attirati come le numerose zanzare dallo stagno di umani odori accorrono i circa 10000 spettatori: fan della prima ora, molti trentenni, mod impenitenti e militanti del rock estivo, che gremiscono ma non riempiono lo spazio. Su questo si dovrebbe aprire un capitolo su come sono organizzati i festival in Italia, meglio sorvolare.
Albarn, Coxon, James e Rowntree si presentano con puntualità inglese in compagnia di una sezione di fiati e tre coriste, accendendo l’interruttore dell’ippodromo con “Girls & Boys”, inno estivo di metà anni ’90, “Popscene” e “There’s no other way”, a mettere subito in chiaro che quando imperversava la Cool Britannia era soprattutto di loro che si parlava.. Nonostante il caldo infernale il pubblico salta e si emoziona con brani meno britpop, come “Bettlebum” e la struggente malinconia di “Out of time”, cantata come fosse la prima volta. Con “Trimm Trabb” e “Caramel” i nostri sembrano soffrire il caldo:
Damon Albarn cerca ossigeno, Graham Coxon traballa in cerca dell’ennesima birra, il concerto sembra un po’ scendere di tono…
Quando accade l’imponderabile: un fan, vestito dal Mister Milky del video, viene catapultato sul palco sulle note di “Coffee and TV” ballettando e duettando col biondo cantante. Damon, visibilmente gasato per l’accaduto, decide di trasformare il concerto in una festa, sia quel che sia, voce o non voce, ruggine o meno: la successiva “Tender” è un gospel che si alza altissimo dell’ippodromo e probabilmente viene sentito fino a Rho, le dolci note di “To the End” sono un omaggio non previsto “ad un pubblico caldissimo”, mentre “Country House” ultimo inno della maturità britpop, viene cantato in mezzo alle prime file col piglio sbarazzìno del ventenne. “Parklife” fa tremare la tribuna e gli steccati, come tarantolato Albarn corre per tutta la lunghezza del palco, solo il jack della chitarra di Coxon riesce a fermarlo e a farlo stramazzare a terra con una mezza capriola, sorridente, mentre continua imperterrito a cantare. Con “End of the century” e “This is a Low” si capisce che siamo ai titoli di coda, e che già così il concerto è stato un evento. Ma viene concesso il bis, con la bella e nuovissima “Under the Westway” che vede Damon al piano, “For tomorrow” ed una “The Universal” molto sentita dal pubblico, anche per la sincerità espressa dal cantante nello scusarsi perché il caldo e l’intensita’ gli avevano “finito la voce”. La conclusione e’ per quella “Song 2” che segnò definitivamente il loro decollo verso gli Stati Uniti e gli anni in cui insieme a Radiohead e Massive Attack decisero di far fuori il britpop. È un’esplosione “u-huuuuuuuu” che fa alzare un polverone che accompagnerà nello sciamare fuori dallo scalcinato ippodromo un pubblico adrenalinico e contento, nonostante la brevità del concerto. Questa sera non si poteva chiedere di più, ma si intravede nella band la voglia di rimettersi in gioco. E di tornare i veri Blur, quelli che si giocavano a dadi ogni album.
Ed ora una comunicazione per mio fratello, dal quale mi divideva negli anni Novanta la rivalità Oasis-Blur: avevi ragione te…

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