WUNDERSPECIALI: VENEZIA 70 – di Michele Iovine

Si è conclusa da poco più di una settimana la settantesima mostra internazionale d’arte cinematografica di Venezia che ha visto il Lido della città lagunare come palcoscenico principale della kermesse, condotta per il secondo anno consecutivo da Alberto Barbera, già direttore della Mostra negli anni che precedettero Marco Muller che ha concluso il suo operato nel 2011. Il programma, presentato a fine Luglio, non era esaltante, molti film che erano attesi non sono arrivati, in particolare grande è stata la delusione per “12 years a slave” del regista Steve McQueen che aveva scosso Venezia due anni fa con il bellissimo “Shame” grazie anche all’interpretazione di Micheal Fassbender, giustamente premiato con la Coppa Volpi come miglior attore che a preferito andare a presentare il suo film al Festival di Toronto. Sono state molte le mancanze e vi è stata molta perplessità quando è stato svelato il programma anche perché i rumors che si erano diffusi sul web dicevano che sarebbe stata un’edizione stellare in virtù del fatto che la mostra si apprestava a celebrare un compleanno importante come quello dei settan’anni di età e ciò non aveva fatto altro che aumentare le aspettative. C’era voglia di star, di spettacolo, di vedere i film che avrebbero poi segnato l’anno cinematografico con la loro uscita nei cinema, però si sa che la qualità di una pellicola si può valutare solo guardandola, quindi ci si augurava di ricrederci all’uscita della sala e che nonostante tutto fosse stata fatta una buona selezione, ma sinceramente così non è stato. Si preannunciava un festival sottotono e i timori della vigilia si sono puntualmente verificati.

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Un Festival ha il compito di selezionare i migliori prodotti presenti sul mercato in quel momento, il che vuol dire, da un lato portare dentro la rassegna quelli che saranno i film che si presuppone scalderanno maggiormente il mercato e che vuoi per il regista, vuoi per la presenza di determinate star, sono particolarmente attesi dal pubblico, vedi ad esempio “Rush” di Ron Howard o il già citato Mcqueen il cui film aveva star del calibro di Brad Pitt e Fassbender, dall’altro lato deve però anche far scoprire i nuovi orizzonti della cinematografia mondiale, promuovere un diverso modo di fare cinema, portare alla ribalta filmografie di paesi poco conosciuti da questo punto di vista, indagare originali forme di rappresentazione visiva, magari anche difficili da digerire e cercare di diffondere un tipo di prodotto che oltre a rispondere a criteri puramente commerciali si faccia altresì carico di estendere la conoscenza di aspetti nuovi e sperimentali del cinema. Ci vuole insomma un po’ di tutto, spettacolo in stile blockbusteriano che s’identifica maggiormente con il cinema di Hollywood e cinema più di ‘nicchia’, ma che non vuol dire di qualità inferiore (anzi spesso è proprio il contrario), ma piuttosto scoperta e diffusione poi, di una modalità diversa di creare storie e di suscitare emozioni rispetto a ciò a cui siamo di solito abituati. Il lato più prettamente commerciale è stato pressoché trascurato quest’anno e quello della ricerca di autori nuovi ha riservato poche sorprese. Il bilancio è umiliante se andiamo a fare un confronto con i principali concorrenti, innanzitutto con Cannes che orami da un po’ di anni domina nettamente incontrastato riuscendo a portare sulla ‘croisette’ il meglio che il mercato può offrire sia in termini di star e quindi di glamour, sia in termini di qualità. Devastante è anche il confronto con il Festival di Toronto che si apre più o meno alla chiusura di quello veneziano. Il Festival canadese quest’anno ha preso tutto, spesso soffiando i film proprio a Venezia che non è riuscita a contrastare in alcun modo quello che adesso è il suo principale rivale. Analizzare il perché di questo non è compito facile e si rischierebbe soprattutto di dire molte inesattezze perché la macchina di un festival ha un funzionamento molto complesso e costoso, resta però il fatto che non si può negare che il ridimensionamento che sta avendo in questi anni Venezia è sicuramente il riflesso della grande crisi economica che sta attraversando il nostro Paese.

Peccato e anche molto triste vedere l’Italia non riuscire a mantenere alto il livello delle proprie eccellenze, ridursi e rimpicciolirsi sempre di più, cedendo il passo agli altri.

I FILM

Andiamo sul concreto adesso e parliamo dei film.

I migliori:

GRAVITY di Alfonso Cuaron. Era partita bene Venezia 70 scegliendo di aprire con uno dei film più attesi dell’anno se non il più atteso. Il film di apertura di Cuaron, interpretato da George Clooney e Sandra Bullock, segnerà in un modo o nell’altro la storia del cinema. Il regista messicano si lancia in un’operazione mai tentata prima, raccontare una fuga nello spazio, una passeggiata intorno alla Terra che fa costantemente da sfondo che si trasforma in una corsa per la salvezza. Uno spettacolo, stavolta grazie anche all’uso intelligente del 3D che regala allo spettatore una delle esperienze visive più emozionanti che possa vivere all’interno di una sala cinematografica. Lunghi piani sequenza, scene mozzafiato….posso dire di essere stato anch’io nella mia vita nello spazio!!

VIA CASTELLANA BANDIERA di Emma Dante Il primo film italiano in concorso. Eravamo tutti un po’ titubanti per il fatto che fosse la pellicola d’esordio di una regista teatrale ed invece è diventato subito uno dei papabili per la vittoria finale. Una metafora della condizione mentale umana, una via troppo stretta dove due auto non possono passare, ma nessuna delle due vuole cedere il passo. Geniale, con un finale bellissimo

MISS VIOLENCE di Alexandros Avranas Il film più crudo e drammatico di questo festival. Una storia di violenza in famiglia, ma condotta con uno stile irriverente, a tratti forse addirittura grottesco che più che esasperare lo spettatore, lo incuriosisce come se invece di un dramma stesse assistendo ad un thriller. Asciutto, essenziale, spietato. Meritato Leone d’Argento per la miglior regia e Coppa Volpi alla miglior interpretazione maschile.

LOCKE di Steve Knight. Hanno gridato tutti allo scandalo. Perché questo capolavoro non era in concorso? Un film in tempo reale, un viaggio di poco più di un’ora in macchina da Newcastle a Londra dove un uomo comunica solo con il suo cellulare e distrugge la sua vita rischiando di perdere famiglia, lavoro e tutti gli affetti. Interamente girato nell’abitacolo dell’ autovettura. Emoziona, commuove, non annoia mai. Un vero e proprio gioiello. Buon viaggio!

PHILOMENA di Stephen Frears. Far vincere il nuovo film di Steven Frears sarebbe stato troppo facile. Esageratamente superiore a tutti gli altri. Judi Dench alla ricerca del figlio, costretta a dare in adozione quando era giovane e viveva in un convento, insieme ad un ex giornalista della Bbc appena licenziato. La forza del film è nella sceneggiatura, scritto benissimo e interpretato in modo magistrale. Dramma e commedia insieme. La Dench in odore di Oscar. Il più bel film forse visto a Veneziaphilomena

TOM A LA FERME di Xavier Dolan. Ne avremmo voluti vedere di più di film così. Di autori giovani che sono in piena fase di maturazione e che promettono alla grande per il futuro e quindi attenzione a questo giovane regista e attore canadese che a 24 anni è già al suo quarto lungometraggio. Un intensissimo giallo chabroliano con inevitabili riferimenti hitchcockiani che ha sorpreso tutti e avrebbe sicuramente meritato un premio.

PARKLAND di Peter Landesman. A cinquant’anni dell’assassinio di Kennedy si ripropongono gli attimi drammatici di quella vicenda da vari punti di vista. Dall’uomo che fece il filmato dell’attentato, visto poi in tutto il mondo, dai medici e gli infermieri che cercarono di salvare Kennedy al Parkland Hospital e dalla famiglia Oswald. Il regista va ad indagare aspetti emozionali e anche logistici mai raccontati prima di quella vicenda, entra nelle pieghe della vicenda, mostrandoci gli aspetti più nascosti ed interiori di quel dramma. Ha diviso, chi ha apprezzato molto, chi lo ha detestato invece trovandolo inutile.

THE UNKNOWN KNOW di Errol Morris. Uno dei due documentari presenti in concorso al Lido. La pellicola è interamente dedicata all’uomo di Stato americano Donald Rumsfeld segretario della difesa con i due Presidenti Bush e politicamente attivo fin dagli anni 70 che attraverso i suoi promemoria conservati nell’archivio del Pentagono ripercorre i momenti più delicati del paese a stelle e strisce che lo hanno visto direttamente protagonista, dal Vietnam allo scandalo Watergate, fino a Guantanamo, l’11 Settembre e le guerre in Iraq e Afghanistan. Forse mai si era entrati così dentro le istituzioni americane, dentro la Casa Bianca, mai nessuno politico si era rivelato così apertamente. Affascinante! Allo spettatore il delicato compito di giudicare.
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SACRO GRA di Francesco Rosi. Non sempre vince il film migliore. Questa è una regola dei festival, ma in generale vale per tutte le competizioni. Forse troppo clamore per un documentario che sicuramente ha la grande ambizione di riscrivere le regole del genere, ma che perde piano piano la sua forza iniziale. Una galleria di personaggi e di ambienti che vivono al ridosso del grande anello di cemento che circonda la capitale, uno spaccato sociale di periferia che ci regala momenti davvero esilaranti e divertenti, dove i protagonisti non sono attori professionisti, ma gente comune ripresa nella loro vita quotidiana. La pellicola manca però un po’ di sostanza e non sempre si lascia seguire facilmente

Le delusioni:

THE ZERO THEOREM di Terry Gilliam. Non ci siamo proprio. Un pasticcio colossale del regista degli acclamati “Brazil” e “L’esercito delle 12 scimmie” che da vita ad un film confuso, a tratti addirittura ridicolo e che manca totalmente di quella forza visionaria e poetica che ha caratterizzato i suoi capolavori precedenti. Neanche Christoph Waltz riesce a risollevare il film.

JOE di David Gordon Green. Più che di fronte ad un film sbagliato siamo davanti ad un film non completamente riuscito. La provincia americana, la povertà, uomini ai confini della vita e un giovane ragazzino che per uscire da tutto questo chiede aiuto ad un uomo (Nicholas Cage) che a sua volta non riesce a rialzarsi dalla propria condizione di disagio, ma che farà di tutto per aiutarlo.

UNDER THE SKIN di Jonhatan Glazer. Se pensate che Scarlett Johansson sia un buon motivo per andare a vedere questo film vi sbagliate, perché neanche la bella, bellissima Scarlett attraverso le sue nudità vi farà vincere la noia di uno dei peggiori film del Festival. Confuso, scritto male e con dei buchi narrativi spaventosi. Da evitare.

THE WIND RISES di Hayo Miazaki. I cartoni animati o si amano o si odiano. Io non li ho mai amati, ma al netto di tutti i miei pregiudizi nei confronti dell’animazione stavolta penso che non ci siamo proprio. E’ una storia di amore, di amore da parte di un giovane ingegnere per il proprio lavoro, pur sapendo che fabbricare aerei da guerra porterà alla morte di molte persone e di amore per una ragazza. Lento, lentissimo e soprattutto privo di immaginazione e di fantasia. Brutto congedo per quello che comunque resta il maestro indiscusso del genere.venezia-70-the-wind-rises-di-hayao-miyazaki-u-L-O1dplN

L’INTREPIDO di Gianni Amelio. Fischiato alla fine della proiezione riservata ai giornalisti. Dispiace sempre quando è così perché si tratta innanzitutto di un prodotto nostrano e non è mai bello ricevere una cattiva accoglienza in particolar modo in un festival, però non poteva essere altrimenti. Il difetto peggiore del film è di avere una pessima sceneggiatura e due altrettanto pessimi attori comprimari che affondano anche il lodevole Antonio Albanese che più di tanto non può fare.

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