TANTO PER DIRE: LA SPADA DI DAMOCLE – di Fausto Jannaccone

L’episodio di Damocle da cui trae spunto la proverbiale metafora appartiene alla tarda cultura ellenistica.

Si narra risalire originariamente a Timeo di Tauromenio, e verrà poi ripresa anche da Orazio, Persio, Boezio ed altri, ma molti di voi potrebbero esservicisi imbattuti negli anni delle superiori, nella più celebre delle sue versioni, quella che racconta Cicerone nelle Tuscolanae Disputationes…

 

 “Cum unus ex eius adsentatoribus, Damocles, commemoraret in sermone Dionysii, Syracusanorum tyranni, copias, opes, maiestatem dominatus, rerum abundantiam, magnificentiam aedium regiarum negaretque umquam beatiorem virum fuisse…”

 

Damocles-WestallPC20080120-8842ALa vicenda tratta di questo Damocle, che era un cortigiano adulatore del tiranno di Siracusa Dionigi (alcuni dicono Il Vecchio, altri Il Giovane). Nel lodare il sovrano, lo definisce persona assai potente, ricca e fortunata; così Dionigi propone all’uomo uno scambio di ruoli, affinchè egli possa sperimentare in prima persona i piaceri del privilegiato ruolo di Tiranno.

Seduto così al suo posto all’uomo viene offerto il più lauto dei banchetti, ricco di ogni sorta di piacere. Solamente alla fine del banchetto si accorge però che per l’intera durata dello stesso sulla sua testa era rimasta appesa una spada affilata, appesa per un solo misero crine di cavallo: scopertala Damocle implora il sovrano di poter fare nuovamente cambio di posto.

Dionigi aveva fatto appendere quell’arma affinchè l’adulatore sperimentasse insieme ad i piaceri della sua posizione, anche la precarietà e la continua minaccia a cui un ruolo come il suo era costantemente sottoposto.

Così quella spada è venuta a rappresentare nel linguaggio comune contemporaneo l’insicurezza costante, la minaccia sempre in agguato, il pericolo incombente se non inevitabile.

 

“Itaque Dionysius declaravit non esse eum beatum, cui semper terror impendet.”

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“ROCKSHOW”: TORNANO AL CINEMA PAUL MCCARTNEY AND WINGS – di Francesco Panzieri

ROCKSHOWIl 18 settembre si è svolto in contemporanea in 700 sale internazionali di tutto il Mondo un evento cinematografico e musicale di grande importanza. E’ stata infatti presentata al pubblico degli appassionati del baronetto la versione cinematografica integrale restaurata e digitalizzata del “Paul McCartney and Wings Rockshow”, docufilm montato e presentato nel 1980 con i filmati realizzati nei concerti americani del 1976 di uno dei rock tour di maggior successo degli anni ’70: il “Wings Over the World Tour” (1975-76), 65 concerti in 11 paesi, conclusosi al Seattle Kingdome il 10 giugno 1976 davanti a 67.000 spettatori. Il film, realizzato con stereo dolby surround 5.1, ci proietta all’interno del “Dome” di Seattle in compagnia di Paul, consumato padrone di casa, sua moglie Linda, il polistrumentista ed ex Moody Blues Danny Laine, il chitarrista Jimmy McCulloch ed il batterista Joe English. Il concerto e’ la più alta espressione della carriera di McCartney post Beatles, inquadra il momento storico in cui i Wings raggiunsero il più alto livello sia musicale sia di affiatamento sul palco, anche grazie ad un vasto repertorio basato sui loro quattro album in studio di maggior successo (“Red Rose Speedway”, “Band on the Run”, “Venus and Mars”, “Wings at the Speed of Sound”), sui pochi (fino ad allora) successi da solista del cantante e su qualche successo da lui cantato per i Beatles. La scaletta, ben disegnata, non permette cali di flessione nell’attenzione del pubblico, con un crescendo di successi ancora freschi dei Wings (“Venus and Mars”, “Jet”, “Let me roll it”, “Spirits of Ancient Egypt”) e di Paul (“Maybe I’m amazed”), una parte centrale del concerto illuminata da nuove versioni di “Lady Madonna”, “Long and winding road” (senza l’odiata pomposita’orchestrale voluta da Phil Spector che aveva fatto imbestialire McCartney), “I’ve just seen a face”, “Blackbird” e “Yesterday”, ma anche dal trionfo progressive pop di “Live and let die” e dall’intima “Bluebird”. Dopo aver brevemente ceduto la scena a Danny Laine, che canta una “top ten” di classifica del 1965 dei Moody Blues, “Go now”, Macca ci guida tra i successi pop “My Love”, “Silly Love Songs” e “Band on the Run”, e certi picchi rock ‘n’ roll che giova ricordare, come “Beware My Love” e “Soily”, canzone conclusiva. Il nucleo storico della band, Paul, Linda (finalmente ad un livello non dilettantesco ai cori e tastiere) e Danny Laine, e’ ovviamente al centro della scena e delle riprese. In particolare McCartney, sacerdote dello Show, che esalta il pubblico con ammiccamenti e gridolini ultra americani di entusiasmo che allargano nella nostra percezione la distanza tra la sua immagine pop e quella che nello stesso momento si era costruito l’amico-rivale John Lennon. Ad un appassionato beatlesiano, infatti, non può non sorgere la riflessione che l’intero show, non privo di eccessi kitsch, testimoni la diversità tra le due carriere da solista dei più famosi dei Fab Four. Laddove Lennon fa della protesta pacifica, dell’impegno e di alcuni successi mondiali come “Imagine” il proprio trampolino di lancio, McCartney torna al successo, quello vero, dopo un lungo percorso non privo di fallimenti a livello di pubblico e di critica, formando una nuova band e tornando a suonare dal vivo ed a scrivere soprattutto canzoni pop, senza vergognarsi ad indossare lustrini e senza professarsi portatore di alcun messaggio al di fuori del rock and roll. Proprio per questo il docufilm, veramente di buona qualità sia come audio sia come riprese, merita un posto di prestigio nella cineteca personale dei cultori del rock, come testimonianza storica di cosa sono stati veramente gli anni Settanta.