TANTO PER DIRE: LA SPADA DI DAMOCLE – di Fausto Jannaccone

L’episodio di Damocle da cui trae spunto la proverbiale metafora appartiene alla tarda cultura ellenistica.

Si narra risalire originariamente a Timeo di Tauromenio, e verrà poi ripresa anche da Orazio, Persio, Boezio ed altri, ma molti di voi potrebbero esservicisi imbattuti negli anni delle superiori, nella più celebre delle sue versioni, quella che racconta Cicerone nelle Tuscolanae Disputationes…

 

 “Cum unus ex eius adsentatoribus, Damocles, commemoraret in sermone Dionysii, Syracusanorum tyranni, copias, opes, maiestatem dominatus, rerum abundantiam, magnificentiam aedium regiarum negaretque umquam beatiorem virum fuisse…”

 

Damocles-WestallPC20080120-8842ALa vicenda tratta di questo Damocle, che era un cortigiano adulatore del tiranno di Siracusa Dionigi (alcuni dicono Il Vecchio, altri Il Giovane). Nel lodare il sovrano, lo definisce persona assai potente, ricca e fortunata; così Dionigi propone all’uomo uno scambio di ruoli, affinchè egli possa sperimentare in prima persona i piaceri del privilegiato ruolo di Tiranno.

Seduto così al suo posto all’uomo viene offerto il più lauto dei banchetti, ricco di ogni sorta di piacere. Solamente alla fine del banchetto si accorge però che per l’intera durata dello stesso sulla sua testa era rimasta appesa una spada affilata, appesa per un solo misero crine di cavallo: scopertala Damocle implora il sovrano di poter fare nuovamente cambio di posto.

Dionigi aveva fatto appendere quell’arma affinchè l’adulatore sperimentasse insieme ad i piaceri della sua posizione, anche la precarietà e la continua minaccia a cui un ruolo come il suo era costantemente sottoposto.

Così quella spada è venuta a rappresentare nel linguaggio comune contemporaneo l’insicurezza costante, la minaccia sempre in agguato, il pericolo incombente se non inevitabile.

 

“Itaque Dionysius declaravit non esse eum beatum, cui semper terror impendet.”

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