La recensione di oggi: VIA CASTELLANA BANDIERA di Emma Dante – di Michele Iovine

viacastPresentato in concorso alla 70a edizione della Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica di Venezia ‘Via Castellana Bandiera’ è il film d’esordio della regista teatrale Emma Dante. C’era grande curiosità intorno a questa pellicola, sia perché si trattava di un’opera prima e poi perché i film italiani al Lido sono sempre molto attesi nella speranza di avere qualche segnale di risveglio da parte del nostro cinema, anche se non trovano mai facile terreno di conquista. Il Festival è sempre una prova ardua da superare per i nostri autori e sono molti i registi, anche con un curriculum importante alle spalle che spesso hanno abbandonato la kermesse con molte critiche negative, tanto da voler, in certi casi addirittura, rinunciare a ripresentare un proprio film. E’ un viziaccio tipicamente italiano quello di essere sempre esageratamente critici e crudeli verso se stessi e ciò che ci rappresenta, però non è questo il caso. Emma Dante firma una grande pellicola, un mirabile affresco di uno spaccato sociale italiano che ha la capacità di trasformarsi in corso d’opera in un progetto di più ampio respiro, in una metafora della condizione generale in cui versa il nostro paese, bloccato e assolutamente non in grado di andare avanti. La storia è semplice: due auto, con alla guida due donne, Rosa (Emma Dante) e Samira (Elena Cotta), si ritrovano a dover attraversare lo stesso tratto di strada in mezzo alle case, in una zona ai margini di Palermo tra il mare e la montagna, ma la via è troppo stretta perché entrambe le macchine vi possano transitare nei due sensi di marcia. Nessuna delle due protagoniste vuole retrocedere o cedere il passo all’altra, fino ad arrivare ad un tragico epilogo. La storia che Emma Dante porta sullo schermo acquista fin da subito una vocazione che va oltre il singolo dato di fatto, oltre l’episodio rappresentato. La storia si erge pian piano come una sorta di metafora sociale non tanto di una zona geopolitica ben definita del nostro territorio, quanto piuttosto di una condizione che riguarda l’intero italico paese, dove l’ambizione personale e il mito supremo dell’individualismo dominano incontrastati nei confronti del processo di coesione sociale che dovrebbe essere alla base di una società sana e libera. Ognuna delle due donne al volante non ha mai intenzione di arrendersi, entrambe marcano il proprio territorio come le bestie facendo pipì sulla strada, si sfidano a colpi di sguardi, vigilano costantemente l’una sull’altra. Dall’altra parte, l’ambiente umano intorno a loro, non cerca mai di trovare una soluzione ragionevole per sistemare la vicenda, ma vede in questo episodio un’occasione per trarne un profitto economico, scommettendo su chi delle due cederà prima. Il film cresce mano a mano che va avanti e riesce, partendo dal particolare, a lanciare un messaggio di allarme universale per quanto riguarda la condizione umana nella sua interezza, sempre più guidata dalle logiche egoistiche del profitto e della speculazione che hanno soppiantato definitivamente ogni valore morale e di cooperazione tra esseri viventi.

Il finale della pellicola poi è stupefacente. L’esordiente regista siciliana riesce, con un’unica inquadratura, a racchiudere il senso dell’intera operazione da lei magistralmente condotta e portata avanti fin lì, svelando allo spettatore che in realtà c’è spazio per tutti in questo mondo, ma ciò dipende solo ed esclusivamente dal nostro modo di vedere le cose. Supremo.

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