STORIA DI UNA DIGA, STORIA DI UNA CATASTROFE – di Jacopo Rossi

Nel Paese fondato sulle tragedie prevedibili ed i disastri annunciati ricorrono oggi, alle 22.39, i cinquant’anni della tragedia del Vajont, all’epoca solo il nome di un torrente e non di un genocidio beffardo. La sua diga arginò, poco, acque ma non interessi economici, lasciando il conto da pagare a chi vi abitava nelle vicinanze e non solo. Ma, all’inizio, nessuno lo sapeva. La diga era bella, a doppio arco a volta, la più alta del mondo, imponente: era la porta della banca dell’acqua italiana, in grado di custodire l’acqua del Piave nei mesi in cui il fiume ne era avaro.

Era un’opera maestosa, quella diga, tronfia, vanto dell’ingegneria italiana, costruita a regola d’arte: necessaria, si dice, per la quale erano stati spesi soldi che avrebbero fruttato dieci volte tanto. Tutto il mondo, in quegli anni di instabile rinascita, guardava con invidia all’Italia, che cercava di togliersi di dosso, come si fa con i peli del cane dal cappotto, l’arretratezza economica ed i lasciti della guerra cavalcando il vapore.

Il progetto

vaj8Il tragico progetto della diga risale al ‘29, anno del primo sopralluogo da parte dell’ingegner Carlo Semenza e il geologo Giorgio Dal Piaz, nomi che in questa vicenda ricorrono fin troppo spesso.

Il sito scelto si rivelerà, purtroppo profetico: all’ombra del Monte Toc, nome che in friulano significa pezzo, marcio; sul torrente Vajont, in dialetto ladino che va giù.

Dopo undici anni sarebbe stato pronto il progetto; nel pandemonio successivo all’8 settembre ’43, la SADE (Società Adriatica per l’Energia Elettrica), che aveva commissionato misurazioni e sopralluoghi, riuscì ad ottenere l’approvazione del progetto in maniera illegale (solo 13 membri su 34 parteciparono al voto in Consiglio). Tra il 1948 e il 1955, senza una reale autorizzazione, la SADE inizia a espropriare i terreni necessari: i comuni interessati vendono anche terreni non loro e si trovano costretti a ripagare i cittadini, indebitandosi con la Società. Nel 1956 apre il cantiere, allora una manna per i valligiani, che conoscono i primi stipendi veri, diventando operai. L’anno dopo, a progetto in corso, viene applicata una variante, tramite la quale l’altezza della diga passa da 200 mt a 261,6 mt: il serbatoio alle spalle della diga cresce da 58 milioni di metri cubi d’acqua a 150.

Il progetto e la variante sono entrambe di Semenza: il Vajont sarà la sua ultima opera prima della pensione. Accanto a lui il geologo di cui sopra, Dal Piaz, all’epoca già in pensione, ma stimato nel mondo accademico, che interpellato sulla variante scriverà, al ben più giovane ingegnere: «Già il vecchio progetto mi pareva audace: questo nuovo mi fa tremar le vene ai polsi».

Ma nessuno controlla: la Commissione di collaudo, nominata il primo aprile 1958, è composta da due ingegneri (già facenti parte della Commissione che approva la variante dell’anno prima) e due geologi (di cui uno, Francesco Penta, già a libro paga della SADE per consulenze passate).

Le proteste e le perizievaj1

Mentre la diga cresce di 60 m al giorno, il destino lancia il primo, crudele avvertimento: il 22 marzo dell’anno seguente una frana precipita nel bacino artificiale del torrente Maè, località Pontesei, pochi chilometri a sud del Vajont. Si solleva un’onda, poco più alta della diga, che travolge, uccide e nasconderà per sempre Arcangelo Tiziani, il suo guardiano, invalido per di più. Il progetto portava la firma di Semenza e i soldi della SADE.

Cresce la paura tra i valligiani: nasce il Consorzio per la rinascita della valle ertana, formato da 136 famiglie. Sostituisce il Comitato, nato morto e silenzioso. Guai a parlarne: lo ignora il locale Gazzettino, che tratta la vicenda solo con i bollettini della Società; ne scrive la Merlin, spalleggiando le famiglie, e guadagna una denuncia .

Non si fermano però i lavori, né le avvisaglie, ignorate: si succedono le scosse sismiche, ma i risultati dei rilievi, effettuati da uno dei migliori geologi dell’epoca, l’austriaco Leopold Muller, che segnalano il rischio di slittamento del terreno, resteranno nei cassetti della Società. Nel frattempo i lavori costano le vite di dieci operai. Gli interventi successivi della Commissione di collaudo garantiscono i fondamentali contributi statali. Intanto, in seguito ai rilievi di Muller, si susseguono guerre di perizie sulla diga: quella finale, probabilmente decisiva, la esegue il giovane geologo Edoardo Semenza, figlio dell’ingegnere, che però condividono i risultati dell’austriaco, ravvisando il pericolo della diga. I cassetti della SADE sono profondi , e le relazioni contrarie c’entrano che è un piacere.

Le prove, le altre relazioni

vaj2La prima prova di invaso è del 1960, mentre la diga è ancora in corso d’opera. Si rivela una formalità, il bacino non viene svuotato, come dovrebbe, per accelerare e risparmiare i tempi di lavoro. Rumori sordi, smottamenti: segnali ignorati. Nemmeno la frana del 4 novembre dello stesso anno distoglie la Società: troppi soldi, troppe pressioni, troppi interessi. Una variante salva la faccia, con una piccola galleria “di scappamento” per l’acqua, che costa un quinto del totale.

Nuovi invasi, porteranno a nuovi controlli da parte della Società, che eviterà accuratamente di comunicarne però i risultati al Ministero: sa che la forza della frana sarà pari a 200 milioni di metri cubi. I limiti di sicurezza sono fatti per essere sorpassati, dopo le simulazioni, le perizie per essere deviate: c’è da sbrigarsi, perché il rischio della nazionalizzazione  è tutt’altro che astratto, è vicino ed incalza. C’è il rischio di perdere il bottino da privati. Le autorizzazioni arrivano, il bacino cresce e tocca quote che non dovrebbe. I risultati sono truccati, quindi soddisfacenti.

Nel frattempo vengono a mancare, a pochi mesi di distanza l’uno dall’altro, Carlo Semenza e Giorgio dal Piaz. I loro sostituti saranno Alberico Biadene e Mario Pancini.

Il primo occulterà i risultati degli studi e delle prove, che rivelano la forza delle scosse sismiche, i danni che essi provocano alle case della valle. Un esperimento eseguito da un professore dell’Università di Padova, Augusto Ghetti, su un modello apposito, rivela i rischi nel superare un limite d’invaso di 700 metri. La sua relazione, pur stipendiata dalla SADE, va a far compagnia alle precedenti nei cassetti della stessa. Le prove di invaso successive si spingono fino a 710 metri, 50 più in alto di quanti causarono la frana del novembre del ‘60: gli abitanti, nel silenzio assordante della burocrazia, denunciano nuove scosse, altri boati, danni a case, edifici.

Il 2 settembre 1963, una scossa di settimo grado Mercalli danneggia Erto e accarezza Longarone. Il sindaco scrive all’ingegner Biadene, che risponde, dopo dieci giorni, di non preoccuparsi. Nel frattempo la frana assassina del Monte Toc, solleticata da invasi e svasi, avanza centimetro per centimetro, lontana dagli occhi indiscreti dei geologi, licenziati da mesi perché scomodi. Quando capisci che un dramma è ormai a un passo? Quando chi ne ha occultato le prove inizia a preoccuparsi. Si toglie per raggiungere disperatamente il limite di sicurezza dietro la diga: la frana ringrazia per il tempismo ed il Toc si avvicina. L’8 ottobre 1963 la SADE, che nel frattempo è Enel-SADE, spedisce un telegramma al sindaco di Erto-Casso, che esorta i cittadini a sfollare la zona vicina alla diga, a causa di un’accelerazione della frana stessa

9 ottobre 1963vaj3

«Che Iddio ce la mandi buona»: lo scrive l’ingegner Biadene, al suo collega, Pancini, a poche ore dal disastro, ormai inevitabile, cercato caparbiamente per sette anni. Alle ore 22 sulla diga sono rimasti in pochi: il capocantiere Giancarlo Rittmeyer e la sua squadra di operai, una cinquantina. Il geometra vede la montagna scendere e telefona a Biadene, a Venezia. Leggenda narra che una centralinista si sia intromessa nella telefonata: chiede notizie di Longarone, il paese di fronte alla gola del Vajont, ignorato da qualsiasi allarme. Ha afferrato alcune parole, sente parlar di frana, ha una figlia, si preoccupa. Rassicurata da Biadene chiude la comunicazione. Rittmeyer saluta, dopo essere stato invitato a dormire con un occhio solo. Non è tardi, di più.

Alle 22.45 la frana  entra nel bacino artificiale: la diga regge, del resto è costruita a regola d’arte. Ma 260 milioni di metri cubi di morte sono molti: un’onda di 250 metri scavalca la diga e inizia a percorrere la gola, a cento chilometri orari. Sfiora Casso, prendendone le abitazioni più in basso, ed Erto, protetta da un salvifico sperone di roccia. Ma per le frazioni sottostanti non c’è niente da fare. I loro resti si aggiungono all’onda crudele, che, terminata la gola del Vajont in meno di cinque minuti, vede Longarone. Prima dell’acqua, da quel tunnel di pietra, arriva l’aria, compressa dall’acqua stessa. L’onda d’urto supera e raddoppia quella della bomba atomica di Hiroshima: molti corpi non saranno nemmeno ritrovati, metà delle bare sarà vuota. Dopo l’aria, l’acqua, con fango, pietre e detriti. Dopo la prima ondata c’è il riflusso, che liscia e spiana quanto ha distrutto, coprendolo col fango, come si fa con la polvere sotto il tappeto. Longarone, Pirago, Villanova, Faé, San Martino, Fraséin, Col Delle Spesse, Patata, Castellavazzo, Codissago, Prada, Cava e il Cristo: dove c’erano case, osterie, chiese, scuole e fattorie, resta il fango, a valle. Sotto il fango restano 1917 vittime, per un quarto bambini. I morti, i mobili delle case, le bici, le prime Gilera 300, le bestie, tutto viene cullato per chilometri dall’onda cruenta. Nei giorni successivi molti emigranti ritornano ai paesi colpiti, in cerca di parenti, vivi o morti. Molti trovano ciò che resta di un familiare a trenta, quaranta chilometri di distanza Contrariamente a quanto si augurava Biadene, Iddio non la mandò buona.

10 ottobre 1963

vaj4Il giorno dopo lo spettacolo che si presenta a soccorritori e giornalisti è tragicamente bucolico: tutto è piano, liscio, levigato dal riflusso di fango di poche ore prima. Quella che segue è la testimonianza di Angelo Frignani , inviato de Il Tempo, uno dei primi giornalisti ad arrivare in quel che restava di Longarone.


«Il lancio dell’Ansa arrivò poco prima di mezzanotte. Da Roma, il Vajont appariva quasi un’entità astratta. Telefonata ai Vigili del Fuoco di Belluno. Il centralinista fu di poche parole: «Non so bene che cosa sia successo: sono tutti fuori. Ma se è caduta la diga, i morti sono migliaia». […]

Come contare i morti? Fu necessaria una semplice, pur se macabra, sottrazione: gli abitanti risultati dal censimento del 1960, meno i pochi superstiti: il resto erano tutti là sotto. Sotto un metro o due di fango. Il primo impatto non fu impressionante: non c’erano macerie, non c’erano vistosi segni di distruzione. Poi, camminando verso la diga, ti accorgevi che l’assenza di macerie era proprio il segno dell’immensità del disastro. Dei paesi lungo la riva destra del Piave non c’era rimasta traccia: tutto liscio, levigato, “pulito”. E il sole – in quelle eccezionali giornate di ottobre – colpiva implacabile. Fu necessario seppellire in fretta le vittime, anche se ben poche erano ancora quelle identificate. La domenica successiva a quella del disastro, in un grande spazio spianato con le ruspe accanto all¹abitato di Fortogna, più di mille salme vennero inumate in lunghissime e profonde fosse, dopo essere state fotografate e contrassegnate da un numero.

[…] Avanti, più che la visione di quei poveri corpi in attesa di sistemazione, impressionarono le cataste di bare appena assemblate nelle decine di fabbriche di mobili della zona, “mobilitate” dalla Prefettura. E, più che il sentore dei morti, colpiva l’odore dolciastro del legno segato di fresco, ché ovviamente non c’era stato il tempo della stagionatura».vaj7

I giornali e i giudizi

vaj5Il Presidente Antonio Segni, nel suo discorso di fine anno, elogiò la prontezza di spirito e la solidarietà degli italiani; incoraggiò i superstiti promettendo loro mirabolanti aiuti; definì la prevedibile tragedia come una “sventura che bussa alla porta”,  leit motiv che avrebbe impiegato anni ad estinguersi.

Infatti i giornali e le televisioni  dell’epoca furono molto premurosi nel parlare di fatalità, di sfortuna. I media

«Un sasso è caduto in un bicchiere colmo d’acqua e l’acqua è traboccata sulla tovaglia. Tutto qui. Solo che il bicchiere era alto centinaia di metri e il sasso era grande come una montagna e di sotto, sulla tovaglia, stavano migliaia di creature umane che non potevano difendersi. Non è che si sia rotto il bicchiere quindi non si può dare della bestia a chi l’ha costruito. Il bicchiere era fatto a regola d’arte, testimonianza della tenacia, del talento, e del coraggio umano». Sono parole di Dino Buzzati, apparse in un articolo sul Corriere della Sera due giorni dopo.

«Cinque paesi, migliaia di persone, ieri c’erano, oggi sono terra e nessuno ha colpa; nessuno poteva prevedere»: così gli fa eco Giorgio Bocca su Il Giorno. Indro Montanelli, sul Corriere della Domenica, si scaglia contro l’Unità e Tina Merlin, accusati di voler speculare sulla tragedia, chiamandoli sciacalli. Non avrebbe mai più cambiato idea. La Merlin, dal canto suo, un mese dopo rilascia un’intervista alla tv francese, che non vedrà la luce in Italia.

La giustizia e i risarcimenti

Il Ministero dei Lavori pubblici avviò un’inchiesta: la sentenza venne depositata il 20 febbraio del 1968. Tra gli indagati figurano Biadene , Pancini (che si toglierà la vita il giorno prima del processo), il professor Ghetti, Francesco Penta e Luigi Greco, Presidente del Consiglio superiore dei lavori pubblici. Gli ultimi due muoiono durante il processo, tenutosi a L’Aquila. L’accusa chiede 21 anni per tutti, per disastro colposo di frana e disastro colposo d’inondazione, aggravati dalla previsione dell’evento e omicidi colposi plurimi aggravati: ne ottiene sei, per Biadene e altri due indagati. Il resto, tutti assolti: la frana, si dice, era imprevedibile. La Cassazione riduce la pena del primo a cinque anni, ma ne sconterà solo due per problemi di salute. Nel 1964 il Parlamento approva la legge Vajont, che concede contributi a fondo perduto a chi, degli abitanti della valle colpiti, fosse dotato di una licenza commerciale. Avrebbero dovuto essere destinati solo alla zona del Vajont, sono allargati ai territori confinanti (Trentino, Veneto, Venezia Giulia): così aziende estranee alla frana mortale godono di finanziamenti pubblici ingenti, un tempo destinati alle vittime. Non sono mancate le beffe  della burocrazia.

Nel 1997 la Montedison, proprietaria ormai della SADE, viene condannata a risarcire i comuni colpiti: trre anni dopo la sentenza ripartisce in parti uguali la colpa fra Enel, Stato italiano e Montedison stessa.

Il Vajont oggi

vaj6Longarone è stata ricostruita, col vano tentativo di rispettare la toponomastica originaria. La vecchia Erto ormai non esiste più, la ricostruzione ne ha completamente snaturato l’aspetto.

Casso e le sue frazioni, pare, sono poco più che paesi fantasma, incapaci di dimenticare, a differenza delle istituzioni, la frana che cinquant’anni fa spianò terre e coscienze, lasciando un cimitero a cielo aperto.

“Vajont è anche questo: mille bare con qualcosa dentro e quasi altrettante vuote. Non ce n’era per tutti da seppellire. Litigavano per aver qualcosa da mettere in una bara”

(Marco Paolini)

VAJONT – PRIMA, DURANTE E DOPO 1/2

VAJONT – PRIMA, DURANTE E DOPO 2/2

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