IL CAMMINO DI UN UOMO – di Michele Masotti

Perché la divina Commedia suscita questo fascino immutato? Oltre alla bellezza estetico-letteraria e al contenuto dell’incredibile “fiaba” narrata c’è evidentemente dell’altro. Altro che attiene al concreto e al simbolico al tempo, allo storico e al perennemente attuale. La parabola del “ghibellin fuggiasco” rispecchia difatti noi stessi, che leggiamo senza troppi sforzi nel suo smarrimento tratti del nostro, dell’uomo comune. Ha dunque una sua attualità esistenziale poiché nel suo viaggio catartico, quand’anche fantastico, egli esplora ogni possibilità e ogni dimensione del reale, del privato e del collettivo. Il capolavoro del poeta tratta le nostre miserie, i vizi di ognuno, le sconfitte storiche e quelle di tutti i giorni, cadute e risalite, invito all’elevazione e alla conoscenza, a partire da quella interiore. dantedorèE all’interno del suo viaggio, oltre alla descrizione delle miserie del mondo e dell’oltremondo, diversi questi ma complementari, egli mette a nudo tutta la propria fragilità, scegliendo di vivere e di agire da uomo semplice, traslando i fatti salienti della propria esistenza in una volontà di rinascita tramite l’amore. L’autore del cammino, del calvario di conoscenza e resurrezione non è difatti un eletto, un profeta, un santo, ma uno di noi raccolto nel proprio smarrimento e dibattuto tra mille contraddizioni. Calandosi di girone in girone, di Bolgia in Bolgia Dante fa calare egli stesso (e noi con lui) nei recessi dell’Io, laddove tramite gli incontri con le anime perdute possa esservi un’esplorazione interiore che infine inverta il senso di marcia. Ed è per questo forse che scegliamo di trattare proprio l’Inferno, con l’Opera grafica del maestro Enrico Guerrini. Ed è per questo forse che l’Inferno da sempre attrae maggiormente coloro che si confrontano con l’Opera. Non è solo gusto estetico per il genio dantesco che si manifesta nel contrappasso, ma la maggiore capacità di coinvolgimento risiede a ben vedere nella voglia inconscia di squarciare il buio, in una discesa che appare senza fine ma che, si sa, ha poi in sé la possibilità di “riveder le stelle”. In questa magnifica metafora dunque Dante si spoglia di sé, delle passioni furiose, della bramosia di potere politico, persino (momentaneamente) della conoscenza. E così invita noi a fare lo stesso. Egli è solo un uomo, dicevamo, ma un uomo in marcia che cerca di cogliere ed apprendere ogni sfumatura del proprio cammino. Qui sta la propria umiltà e la propria dignità; senza l’altezza del teologo, solo con la sua poesia. Non è un caso che i suoi “salvatori” siano il poeta pagano tanto venerato e Beatrice, musa amata dalla giovinezza. La forza della divina Commedia è in tutto e per tutto in questa dialettica: essere fatto prettamente personale ma dove ognuno può facilmente specchiarsi; essere cammino determinato storicamente da fatti e persone, dove la Storia d’Europa entra per la prima volta in modo prepotente nella Letteratura e allo stesso tempo un qualcosa di perennemente attualizzabile. Essere indagine drammatica sulle miserie umane e insieme il più grande romanzo d’amore d’ogni tempo. In una bellezza e voglia di vita che muove un viaggio straordinario che smarrisce ma concede infine il ritorno a casa.

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