IL KILLER INVISIBILE – di Ferruccio Palazzesi

Nel nostro paese ancora non se ne discute molto. Le varie associazioni ambientaliste, verdi, per la difesa della contaminazione del cibo e quant’altro non ne parlano molto, forse perché neppure loro ne sono troppo a conoscenza. Ma in Europa il caso monta sempre di più…e mi sembra giusto che tutti i lettori del Wunderbar ne vengano a conoscenza. Esiste una sostanza, il cui nome IUPAC (l’ente internazionale che regola i nomi dei composti chimici) é “monossido di diidrogeno” (DHMO), che sta pericolosamente entrando sempre più nella nostra vita e nei vari fenomeni ambientali del mondo. Questa sostanza é molto dannosa per tutta una serie di ragioni. Prima di tutto é completamente incolore e inodore come il suo “parente” monossido di carbonio, e sempre per le caratteristiche in comune tra i due, uccide se inalata anche in piccole quantità. Ma non solo. E’, anche, uno dei principali responsabili delle piogge acide e dei cicloni killer che sempre più spesso si verificano negli Stati Uniti, nelle Filippine ed in altri paesi. Vecchi studi, che stanno tornato in auge ultimamente, prospettano anche un suo importante contributo sull’effetto serra. I suoi effetti nefasti si possono osservare anche nei metalli (corrosione e ossidazione) e nel suolo (erosione del terreno). Per non parlare poi dei suoi effetti sull’uomo. Sempre più frequentemente viene, infatti, trovato nelle cellule tumorali di pazienti allo stato terminale ed é stato ampiamente dimostrato che allo stato solido può causare potenti ustioni e lesioni. Dove si trova e dove viene usato? Come detto all’inizio di questo articolo, é usatissimo in molti campi: dagli impianti di produzione dell’energia nucleare, alle industrie che lo usano come solvente per la produzione dei beni più disparati. La cosa ancora più allarmante per tutti noi é che, a differenza di altre sostanze e molecole, il DHMO non può essere filtrato in quanto si miscela completamente con l’acqua, penetrando nelle falde acquifere e quindi in tutte le nostre case direttamente dal rubinetto.dhmo

Cosa possiamo fare? Sono pochi i paesi che si stanno muovendo veramente, anche se ad una delle ultime conferenze sul clima a Cancun, alcuni delegati dell’ONU si sono impegnati con una petizione per mettere al bando questa terribile sostanza in pochi anni.

Cosa possiamo fare allora realmente??? La vera risposta é NIENTE, perché il DHMO non é niente altro che la banale e comunissima acqua. Paura eh?!? Se però rileggete l’articolo vedrete che tutto ció che ho scritto é totalmente vero (anche della petizione a Cancun – tanto per capire che menti eccelse partecipano a questi convegni). Questa burla, ideata anni fa, mette in mostra quanto sia facile creare dell’inutile terrorismo alimentare ed incutere una certa paura psicologica alle persone. Basta un nome scientifico non conosciuto, frasi da teoria del complotto mondiale, ed il gioco é fatto! Il caso della DHMO, come tanti altri esempi, mette alla luce il problema della corretta informazione in ambito scientifico e su come questa possa essere facilmente manipolata. Eco che quindi la solita frase che uso all’inizio dell’articolo per introdurre l’argomento, questa volta la inserisco in fondo:

“Everyone loves a conspiracy.” D. Brown, Il Codice da Vinci

Ps. se vi siete appassionati all’argomento DHMO, visitate il sito web ufficiale www.dhmo.org (in italiano) o www.l-d-x.com/dhmo (in inglese). C’é anche la possibilità di acquistare gadgets e magliette!

22/11 – KENNEDY: LA MORTE IN DIRETTA – di Jacopo Rossi

Se è vero che l’88% degli americani critica il Rapporto Warren,
posso assicurare che il 99% di questi non l’ha letto.
Jim Moore, scrittore e ricercatore del caso Kennedy

L’arma
carcano1

Una Cartuccia Modello 1895, calibro 6,5×52 mm rimless, sputata con crudele precisione da un Carcano Mod. 91, detto anche Mannlicher-Carcano. Un’arma del Regio Esercito Italiano, che si era già fatta sentire in Finlandia, Etiopia, Sudan, che aveva fatto pelo e contropelo a boxer cinesi e a ribelli libici, agli insorti spagnoli e fra le trincee del secondo conflitto mondiale. Un’arma che, negli anni Sessanta, era forse sorpassata ma comunque mortale, se messa nelle mani giuste.

Le mani

Le mani erano quelle di Lee Harvey OswaldOswald1, un impiegato al Deposito di libri della Texas School, di dichiarate simpatie castriste, ex marine senza particolari precedenti penali. La mattina del 22 novembre di cinquant’anni fa si alzò, come sempre, alle 07.10: si fece un caffè, si vestì, salutò sua moglie Marina che era ancora a letto ed uscì. Sottobraccio, un pacchetto. Nella testa, un’idea, coltivata da mesi: un gesto rivoluzionario, che sovvertisse quel maledetto ordine costituito che lo aveva isolato per le sue simpatie sovietiche, che per bocca di agenti dell’FBI lo aveva interrogato al suo ritorno dall’URSS e, ché lui c’era stato, in URSS, anche se c’era rimasto male. Depresso, paranoico, irascibile, amante delle armi a fuoco e ottimo tiratore: pessimo miscuglio.

L’obiettivo

Quella stessa mattina, visti i foschi chiari di luna dei primi Sessanta, probabilmente si era alzato presto anche John Kennedy,

kennedy1trentacinquesimo carismatico Presidente degli Stati Uniti. Solo tre anni prima aveva distrutto un Nixon in grandissima difficoltà durante una diretta televisiva che ancora oggi viene studiata dai politologi e massmediologi di mezzo mondo. Due anni prima aveva tentato di rovesciare Fidel Castro in casa sua con il goffo apice della Baia dei Porci e la ben più perfida operazione Mangusta, che portò al compimento di più di seimila operazioni terroristiche nell’isola, avvallate con l’appoggio dei servizi segreti statunitensi. Questo portò alla crisi dei missili cubani del ’62, ai difficili ed ambigui negoziati con Khruscev (vergogna, Mr. President, con i communist) e, di contro, ad una provvidenziale e benefica distensione tra i rapporti USA-URSS. Si disse berlinese a Berlino e fondo i Peace Corps, gruppi di volontari per i Paesi in via di sviluppo che sopravvivono ancora oggi.

Il sole di Dallas

Quel giorno era in giro per il Texas, a pianificare le elezioni presidenziali ed a fare quel che gli riusciva meglio: parlare al popolo americano. Scese al Lovefield Airport, ancora bagnato dalla pioggia di Fort Worth.

arrivo1Quel giorno a Dallas c’era il sole, e ai due Kennedy sembrò vero, dopo giorni di acquazzoni. Via la capote e, soprattutto, via anche la copertura antiproiettile in plexiglass. Anche le guardie del corpo dovettero ubbidire a quella sfortunata voglia di libertà del Presidente, quando disse loro che non avrebbero preso posto accanto a lui sulla macchina, perché gli americani lo vedessero meglio. E gli americani c’erano, a vederlo meglio. Le strade erano piene di gente in festa con cartelli e bandieregente1, persone armate, fino a quel momento, solo di telecamere e Kodak Retinette, senza sapere che le loro riprese e le loro foto sarebbero diventati documenti storici. Si respirava aria di festa, anche se sarebbe durata poco, molto poco. Nemmeno quaranta minuti. Tanto ci volle alla Lincoln sulla quale viaggiavano i coniugi Kennedy, insieme al governatore John Connally e sua moglie, a raggiungere il luogo dell’agguato, Dealey Plaza, a poco più di 20 km/h. Sono le 12.30, ora locale, le 18.30 in Italia. È il 22 novembre 1963. La Lincoln scoperta sbucò da Elm Street e arrivò in Dealey Plaza, sfilando sotto il Texas School Book Depository. Al sesto piano dell’edificio, tra gli scatoloni pieni di libri, il magazziniere Lee Harvey Oswald, aveva appena finito di montare il Mannlicher-Carcano, allineando anche il mirino giapponese che vi aveva montato sopra. Alle finestre sottostanti, due operai di colore stavano assistendo alla parata.

finestra1

La morte in 8 millimetri

Esiste un filmato amatoriale famosissimo che immortala l’attentato. Lo girò Abraham Zapruder, un sarto che, con la moglie, stava assistendo alla parata. Aveva comprato l’anno prima una Camera Bell & Howell 414 PD da 8 millimetri e, dietro le insistenze della moglie, se l’era portata dietro proprio quel giorno. Lo sparo fu improvviso, ma quasi nessuno lo decifrò, almeno inizialmente. Dicono che se ne accorse solo il Governatore Connally, cacciatore esperto. Tanto più che Oswald, bravo ma non infallibile, mandò la prima pallottola lontano dal suo obiettivo, scheggiando un marciapiede e ferendo in modo lieve un passante, James Tague (Anch’egli, successivamente, autore di un libro sulla vicenda). Nel filmato del sarto si vedono distintamente molte persone girarsi in direzioni diverse. Sono i fotogrammi dal 160 al 166. Se poteva sbagliare nel premere il grilletto, l’ex marine non mancava un colpo nel caricare il fucile, dopo anni di esercitazioni solitarie. Due secondi, e segue il colpo successivo, che colpì il Presidente nella parte alta della schiena, uscendo dalla trachea. Nel filmato, più o meno al fotogramma 270, si vede piegarsi leggermente in avanti: Jacqueline lo sorregge, forse pensa ad un mancamento chissà. Lo stesso proiettile, stabilirà la balistica in seguito, è quello che ferisce il Governatore, che nel frattempo si era voltato dopo la prima detonazione. Gli ruppe una costola, uscendo da sotto il capezzolo e colpendolo al radio, fratturandoglielo, terminando poi la sua corsa nella sua coscia sinistra. Per i complottasti profani e non, si tratta di un caposaldo: è la teoria del “Magic Bullet”, la pallottola magica che ha zigzagato nell’auto, segno che i cecchini erano in più di uno. Studi balistici hanno appurato l’infondatezza di questa teoria, una delle mille inerenti la vicenda. La pallottola, un’orgogliosa full metal jacket, rivestita da un’incamiciatura di rame, svolse semplicemente il suo cinico lavoro, come la sua terza “collega”. Il Presidente ha ancora pochi fotogrammi di vita. Al 313 la sua testa esplode, immortalata tragicamente dalla 8 millimetri di Zapruder.

fotogramma1 Oswald infatti segnò il terzo colpo. Centrò in pieno Kennedy nella parte posteriore del cranio: subì l’effetto jet, come viene comunemente chiamato: avanti, indietro ed a sinistra. Una nutrita frangia di complottasti, ispirati dal procuratore Garrison-Kevin Costner nel film di Oliver Stone sull’accaduto, parla di un secondo killer che avrebbe sparato da destra, in contemporanea a Oswald, centrando anch’egli Kennedy: non vi sono riscontri concreti di questa supposizione. A causa del movimento rotatorio dovuto all’ingresso del proiettile, sangue e materia endocranica investono tutti i passeggeri della Lincoln ed il motociclista di scorta a sinistra dell’auto. I fotogrammi successivi sono forse ancora più drammatici. Jacqueline abbandona il corpo del marito, e si arrampica sul bagagliaio della macchina, subito raggiunta e spinta di nuovo al riparo sui sedili da un agente della sicurezza appena intervenuto.

jakie1 Abraham Zapruder si trovò tra le mani la Storia, probabilmente.

L’annuncio

La macchina arriva al Parkland Hospital dopo nemmeno dieci minuti dall’attentato. Jacqueline, sotto shock, si limita a ripetere: «hanno ucciso mio marito». Quattro medici cercano di salvare Kennedy, mentre un quinto spiega ai media le ferite e le fasi dell’operazione.

salma1 Pssa un’ora. Il portavoce della casa bianca, Malcolm Kilduff, annuncia la morte di John Fitzgerald Kennedy, avvenuta in realtà 30 minuti prima. La notizia è stata rimandata per permettere a Lyndon Johnson di arrivare sull’Air Force One. Walter Cronkite, il volto più noto della tv statunitense di quegli anni, incapace di trattenere l’emozione, dà la notizia ad un’America in lacrime. Un’ora dopo, a bordo dell’Air Force One, sul quale nel frattempo è stata caricata la bara del Preisdente, Lyndon Johnson, alla presenza di Jacqueline Kennedy, presta giuramento come trentaseiesimo Presidente degli Stati Uniti d’America.

giuramento1

La fuga, la cattura, la morte

Oswald probabilmente, nella sua follia solitaria, sorrise: aveva scritto la Storia in 8 secondi. Lui, che solo quattro anni prima faceva l’operaio a Minsk in una fabbrica di radio e che al ritorno in America si accorse di essere rimasto solo. Occultò alla meno peggio il Carcano tra gli scatoloni, che lo trovassero pure quelli del governo, ed uscì dall’edificio. Incrociò un agente di polizia per le scale, ma lavorando lì non era ancora un sospetto. Uscì senza permesso e, a pochi isolati di distanza, freddò con il suo revolver l’agente J.D. Tippit, la cui unica colpa fu averlo fermato per un normale controllo. Si diresse poi al cinema, entrando senza biglietto ed insospettendo la cassiera. Intervenne la polizia che, dopo una breve colluttazione lo ammanettò. Inizialmente accusato solo dell’omicidio dell’agente, venne incriminato, dopo le primissime indagini, anche di quello del Presidente.

arresto1 Non avrà tempo per confessare, proclamarsi innocente, ritrattare o accusare qualcuno. La mattina del 24 novembre viene trasferito dal Commissariato di Polizia di Dallas alla prigione. Nei sotterranei la calca è grande, cameramen, reporter e poliziotti sono assiepati. Tra essi si trova Jack Ruby, nato Rubinstein, disturbato, ebreo, gestore di un night comprato con i soldi della sorella, grandissimo ammiratore del defunto Presidente, qualche flebile legame con esponenti mafiosi e molto amico di tutti i poliziotti di Dallas, spesso graditi ospiti del suo locale, il Carousel Club di Commerce Street. Le testimonianze lo descrivono come affranto per l’omicidio del giorno prima, fuori di sé. Si è recato alla Centrale proprio per vedere in faccia l’assassino del suo idolo. Non solo. Appena ne ha l’occasione estrae fulmineo una calibro 38, di fronte a decine di testimoni, e apre il fuoco su Oswald, che muore all’istante.

ruby1 Incarcerato e processato, difeso maldestramente da un avvocato che nella sua arringa riesce a fargli concedere un’acclarata infermità mentale che obbliga la corte a riconoscere il gesto  come premeditato, viene condannato all’ergastolo. Morirà in carcere quattro anni dopo per un tumore.

La Commissione Warren e le indagini

Una settimana dopo l’omicidio venne costituita la Commissione incaricata delle indagini, comunemente definita Commissione Warren, dal nome del suo presidente.

warren1Essa confermò la teoria del lone gunman, del pistolero solitario. Circondata da veleni, voci di complotto, errori marchiani di polizia ed agenti federali, non ebbe vita facile. Tredici anni dopo il Presidente Gerald Ford, che ne fece anche parte, si vide costretto a nominarne un’altra per far tacere voci e malelingue. La United States House Select Committee on Assassinations consegnò i risultati del suo lavoro nel 1979, bastai perlopiù su alcune prove acustiche. Lee Harvey Oswald risultò essere una pedina di un complotto ben più grande: ennesime indagini successive rivelarono l’assenza però di prove concrete. Ancora oggi, senza dietrologie o supposizioni, l’unico esecutore materiale pare essere l’ex operaio di New Orleans, filo castrista, paranoico, ottimo tiratore.

news1

PS: il miglior sito in italiano che tratta la vicenda, fonte inesauribile per quest’articolo è

http://www.johnkennedy.it/.


DIAFRAMMA e FIUMANI ANCORA SULLA BRECCIA: EDIZIONE DELUXE DI SIBERIA E NUOVO ALBUM – di Francesco Panzieri

diaframmaIn occasione del trentennale dell’uscita, viene ripubblicato un indiscusso cardine del rock italiano, “Siberia” dei Diaframma, in una edizione limitata in 999 copie deluxe comprendente LP in vinile rimixato e CD rimixato in confezione apribile con libretto con foto e recensioni d’epoca e una presentazione dello scrittore Nicola Lagioia. “Siberia” fu il primo lp del gruppo di Federico Fiumani, simbolo del rock fiorentino assieme ai primi Litfiba, in un periodo in cui Firenze assunse un look disperato, dark e bohémien, tanto da attirare paragoni con la Manchester dei Joy Division o la Berlino della Trilogia di Bowie. I Diaframma erano composti all’epoca oltre che dal chitarrista e compositore anche dal cantante Miro Sassolini e dai fratelli Leandro e Gianni Cicchi. Le sonorità del disco sono legate alla scuola new wave di Oltremanica: gli effetti di Fiumani alla chitarra, i ritmi meccanici della batteria, la voce baritonale di Sassolini sono elementi inconfondibilmente legati a quelle esperienze ed al milieu culturale in cui si svilupparono. Quello che però è tutto italiano è il gusto per la melodia: le canzoni risultano facilmente orecchiabili, sebbene la qualità della scrittura sia altissima: canzoni come Siberia, l’ipnotica Amsterdam o la trascinante De Lorenzo diventano subito classici della band, sulla scia di testi ermetici ma ricchi di fascino. Le bonus tracks allegate in questa ristampa consistono in un cd contenente la versione studio rimixata di Siberia e le registrazioni live del concerto di Modena del 4/1/1985 (buona la qualità sonora). Sabato scorso i nuovi Diaframma di Federico Fiumani hanno tenuto il “release party”, il concerto di presentazione dell’ultimo album “Preso nel vortice” al Sonar di Gracciano. La band e’ rinnovata nella sua totalità, della formazione originale rimane solo il frontman chitarrista, al suo diciassettesimo album. Come al solito il concerto di Fiumani è stato un evento da ricordare per gli appassionati di rock toscani ed un successo di pubblico per il locale. Due ore di musica, spaziando attraverso tutta la carriera, ecco la scaletta:

ATM, Gennaio, Verde, Siberia, I sogni in disparte, L’odore delle rose, Diamante grezzo, Infelicità, Il suono che non c’è, L’amore segue i passi di un cane vagabondo, Tutte le strade, Ottovolante, Elena Amsterdam, Io sto con te (ma amo un’altra), Madre superiora, Grande come l’Oceano, I giorni dell’IRA, Labbra blu, Blu petrolio

Bis:

Venus (Television), Una carezza in un pugno (A.Celentano), Vaiano, Fiore non sentirti sola, Giovanna dice, Tre volte lacrime, Libra

“LO STORPIO” DI JUSEPE DE RIBERA – di Valeria Mileti Nardo

bandyNapoli. Un giovane deforme vaga per la città chiedendo l’elemosina. E’ il 1642 e il pittore spagnolo Jusepe de Ribera (Xàtiva, 1591 – Napoli, 1652) dipinge Lo storpio, una figura di pulsante vitalità, quasi fosse un ritratto “dal vero”, quasi fosse un ragazzo che aveva visto girovagare per le strade della città partenopea. Ribera, detto Lo Spagnoletto, giunge a Napoli nel 1616, dopo aver viaggiato in diverse città italiane, centri artistici fondamentali per la formazione di un pittore: inizia il suo viaggio dalla Lombardia e incontra inevitabilmente le opere di Caravaggio. Ribera vede Milano, dove rimane abbagliato dagli studi fisionomici di Leonardo, arriva a Cremona, dove viene affascinato dalla descrizione pittorica di Vincenzo Campi; si reca a Parma e prosegue per l’Emilia, nelle zone dei Carracci; giunge a Roma, dove trova ancora Caravaggio con il quale ha in comune anche la dissolutezza del modo di vivere. Ed eccolo arrivare a Napoli, la Napoli del Caravaggio più tragico, la città dove Ribera si afferma e domina in campo artistico, ricevendo commissioni da importanti collezionisti e uomini di potere, come il duca di Medina de las Torres, viceré di Napoli dal 1637 al 1644. E’ proprio per lui che l’artista realizza Lo storpio (o il Pied-bot) che oggi è conservato al Louvre. Napoli, città impregnata di linguaggio caravaggesco e influenzata dall’arte spagnola, si incarna in Ribera, spagnolo e caravaggesco, un artista di fama europea.
Ma chi è Lo Storpio? Davvero, l’unica cosa che di lui non conosciamo, se mai esistito, è il nome, ma nel suo volto e nella sua figura c’è tutto: ha un atteggiamento da nobiluomo, da soldato di ventura, da ufficiale, invece di brandire una lancia e di indossare un sontuoso copricapo, ha un bastone e un cappellaccio. Il punto di vista dell’opera è ribassato; il ragazzo occupa per intero l’estensione della tela e ha una dimensione monumentale e sontuosa, da ritratto ufficiale. Ma lo storpio indossa vestiti miseri, lascia scoperti i piedi deformi, il “nobile” animale che lo accompagna è una mosca in alto a destra. In mano ha un foglio con queste parole: “DA MIHI ELIMO / SINAM PROPTER / AMOREM DEI”. Il ragazzo si mostra senza vergogna, il suo sorriso non risulta disgustoso o grottesco, ma è accattivante e palesa con orgoglio gli attributi del suo “status” sociale. Nonostante le difficoltà, lo storpio affronta il difficile vivere quotidiano col sorriso e con un po’ di astuzia, da tipico “scugnizzo” napoletano. Ribera coglie la dignità di un lazzarone, dell’ultimo tra gli ultimi, che cerca di sopravvivere nei luoghi più degradati di una Napoli alle soglie della rivolta di Masaniello del 1647. In quest’opera non c’è solo la realtà di Caravaggio ma senza dramma, c’è anche la riflessione fisiognomica di Leonardo e tutta la forma di un ritratto ufficiale, privato però dei contenuti.
Ribera è un pittore di esperienza, che ha viaggiato e che vive guardandosi intorno e respirando l’aria di Napoli, come Caravaggio. Solo un artista “girovago” come lui avrebbe potuto realizzare un’opera di questo calibro, anche se il protagonista è solo un ragazzaccio furbo con i piedi deformi. La fonte principale dell’artista è il vero, in tutte le sue sfaccettature, come sarà per Velàzquez, che arriverà a Napoli nel 1630.
La realtà può essere interpretata in molti modi: uno storpio che chiede l’elemosina può essere considerato un essere riprovevole e fastidioso ma, dal punto di vista dello storpio, è il mendicare la sua vita e il suo “mestiere” e lo palesa con orgoglio e senza vergogna. Ribera ha rappresentato, con questa figura emblematica, la povertà così com’è, cioè vista dall’interno, dalla povertà stessa, dalla miseria più estrema: è questa la vera realtà, la realtà di chi la vive, non di chi la giudica dall’esterno. Ribera dimostra solidarietà, non ritrae lo storpio con disprezzo, ma fa vedere che nella realtà più misera e nelle asperità della vita, si può anche sorridere e andare avanti facendo quello che si può fare, senza perdere la dignità, ma mantenendo anche una buona dose di irriverenza.

W.A. MOZART, CONCERTO N.26 “INCORONAZIONE”

Con il completamento del  concerto K503 nel 1786, il prolifico periodo mozartiano nell’ambito dei concerti per pianoforte si andava concludendo. Ne scrisse solo altri due: il Concerto n. 26 in re maggiore (K537) “Incoronazione” e il Concerto n. 27 in si bemolle maggiore (K595). Anche il suo successo come organizzatore-compositore-solista si era esaurito, per cui Mozart si orientò verso altri generi compositivi a partire dal dicembre 1786.

Concepito per un concerto che avrebbe dovuto tenersi durante la Quaresima del 1788, il K537 deve il suo soprannome ad un evento successivo: Mozart lo eseguì a Francoforte nell’Ottobre 1790 per l’incoronazione di Leopoldo II. Purtroppo la parola “Incoronazione” fornisce un’indicazione fuorviante rispetto al carattere dell’opera. Questo concerto è il più snello tra tutti i lavori per orchestra del Mozart maturo e nel XIX secolo era il concerto eseguito con più frequenza, poiché la sua “leggerezza” possedeva una forte attrattiva. Ad ogni modo, oggi il gusto è cambiato e i richiami sfavillanti di un lavoro scritto per puro intrattenimento sono quasi sempre sottovalutati.

DUBAI GOING AND BACK – di Filippo Secciani

dub2Quello che colpisce appena usciti dall’aeroporto di Dubai, a parte il caldo e l’umidità, è la quasi totale assenza di cittadini indigeni. Infatti su una popolazione di poco superiore ai 2 milioni di abitanti, solamente il 12% hanno origini dall’emirato e godono di maggiori privilegi come ad esempio il vitalizio o pensione riscosso attraverso i proventi del petrolio. La maggior parte della popolazione è composta immigrati lavoratori del sud est asiatico: cingalesi, malaysiani e cinesi soprattutto. Non manca la componente occidentale, altamente qualificata, con una netta preponderanza anglosassone. Insieme ad Abu Dhabi forma il perno dei sette regni che compongono gli Emirati, nati dalla loro unificazione politica nel dicembre del 1971. A partire dagli inizi degli anni ’60 furono scoperte le prime riserve petrolifere nella regione. E’ in quel periodo che si ha l’avvicinamento alla politica statunitense, con la definitiva conclusione del protettorato inglese nel 1968. Paese in costante crescita economica deve il suo benessere non principalmente dai proventi del petrolio e del gas, quanto piuttosto dal processo di finanziarizzazione intrapreso negli anni settanta ed ottanta, con l’arrivo nel paese di istituti di investimento americani e inglesi. Questo continuo aumento di flussi di capitali (spesso illecito e diretto al finanziamento di attività terroristica, come per gli attentati alle Twin Towers) ne hanno fatto il centro principale dell’aerea del Golfo Persico. A partire dal 1990 i sette emirati sono cresciuti con un ritmo di 9,2 punti percentuali annui. Per quanto riguarda l’economia, sebbene gli emirati siano il settimo esportatore mondiale di petrolio, esso incide solamente per l’8% sugli introiti delle economie degli emirati. Da ciò si comprende come Dubai abbia intrapreso negli ultimi anni una serie di riforme efficaci volte alla liberalizzazione del commercio: gli utili provenienti dalle attività non legate agli idrocarburi hanno superato il 19% del Pil – per lo più grazie all’attività manifatturiera. dub3Contributo di primo piano alle casse dello stato lo gioca il ruolo di rivenditore a paesi terzi delle merci importate, grazie alla totale assenza di imposte. La domanda incessante di investimenti contribuirà anche nel futuro a spingere in alto le importazioni verso Dubai e gli E.A.U in generale. Nel frattempo l’emirato di Dubai è divenuto il maggior centro mondiale per il commercio dell’oro e si avvia a diventare la piazza principale per il commercio di diamanti, surclassando l’India e l’Olanda. Una città in continua crescita ed espansione necessità di manodopera. E’ questo il ruolo che occupano gli immigrati provenienti dall’Asia meridionale che per un salario giornaliero di circa 1,20 $ contribuiscono al vorace sviluppo immobiliare di Dubai. Le condizioni disumane in cui lavorano: orari massacranti, paga misera e non ultimo temperature che raggiungono e spesso superano i 50° hanno fatto spesso insorgere associazioni per i diritti umani, accusando Dubai di schiavismo. A fianco dello sfruttamento della manodopera a basso prezzo, il mercato dominante è quello immobiliare, favorito dallo sviluppo del turismo come alternativa alle deboli esportazioni petrolifere. In breve dunque il prezzo di case è salito fino a raggiungere livelli da boom dalla fine del 2003 al 2006. Il centro di Dubai, con il Burji Khalifa (il grattacielo più alto del mondo del mondo), l’esclusivo albergo a forma di vela – il Burji al-Arab, il litorale di Jumeirah con le sue ville, le spiagge, la Palma ed ultima opera in fase di costruzione il Mondo hanno trasformato rapidamente Dubai in un vero centro turistico mondiale. Ovviamente quando si parla di Dubai, si parla di shopping e di intrattenimento. Per un paese che per metà anno vive con temperature che mediamente si aggirano sui 48° investire sul turismo diventa una sfida: e da questo punto di vista Dubai ha vinto la sua battaglia con milioni di visitatori che vi si recano (per adesso solamente nei mesi invernali, quando le temperature raggiungono in picco di 30°). dub4Negli altri mesi la vita sociale e di frenetici acquisti si svolge all’interno dei giganteschi mall. Il Duabi Mall, il centro commerciale più grande del mondo, costruito su tre piani con circa 1200 negozi ed una superficie di 200.000 metri quadri, offre tutto ciò che l’essere umano possa desiderare e sebbene sia richiesto un abito adeguato, spesso con la popolazione occidentale sono disposti a chiudere un occhio, anche se non tutti condividono questo spirito di tolleranza nel vestiario non musulmano. Sebbene sia un paese totalmente occidentalizzato a livello di leggi è in vigore la Sharia islamica; vietato il consumo di bevande alcoliche se non in locali idonei, divisione all’interno di supermercati di prodotti per persone musulmane e non. Le donne locali vestono per la quasi totalità con il tradizionale Niqab ed il Chador, ovvero gli abiti neri che coprono quasi per interno la figura femminile. Sviluppato quasi esclusivamente lungo la costa del golfo Persico, è costituito da una sola arteria principale la Sheikh Zayed Road, un’autostrada a sei corsie sempre intasate dalle diciassette in poi e dove non di rado si assiste ad incidenti. In generale dunque Dubai è un centro logistico – marittimo e aeroportuale, in cantiere ci sono le aperture di nuovi terminal – e finanziario di alto livello, un centro commerciale di grande sviluppo grazie la presenza di fiere (quella degli armamenti è la più grande al mondo) e delle maggiori società internazionali. Tutto ciò contribuisce a porre gli E.A.U come quinto paese per Pil pro capite. Dubai è destinata a vedere il tasso di crescita in continuo aumento, le politiche di liberalizzazione incentivano gli investimenti stranieri, insieme all’assenza di tasse ed al basso costo della vita ed il bassissimo costo della manodopera non qualificata. Non ultimo per chiunque sia interessato ad investire nel paese deve tenere a mente le enormi possibilità che offrono le Free Zone, dove è assente la burocrazia, mentre c’è altissima specializzazione, libertà nelle assunzioni e manodopera altamente qualificata e competitiva. Tutto ciò condito da una situazione politica assolutamente stabile, il rischio di un altro default dopo quello che colpì la città nel 209 con il Dubai World ed il salvataggio da parte dello sceicco di Abu Dhabi sembra ben lontano.

NOTE D’AUTUNNO 2013 – Contrada della Lupa

PROGRAMMA Note d’autunno 2013 |note autunno

Contrada della Lupa Contaminazioni: le rotte inattese del suono

Martedì 12 novembre ore 21:30

Trio Lilium Francesco Darmanin, clarinetto Giovanni Inglese, violoncello Lavinia Bertulli, pianoforte

Musiche di: Bach, Brahms, Bucchi, Piazzolla

Giovedi 14 novembre ore 21:30

Stefania Bartolozzi, soprano Marco Rencinai, tenore Guglielmo Pianigiani, pianoforte

Musiche di: Bellini, Debussy, Donizetti, Dvořák, Léhar, Montsalvatge, Poulenc, Puccini, Ravel, Rossini, Satie, Schubert, Tosti, Verdi

Venerdì 15 novembre ore 21:30

Cat Ensemble Sauretta Ragni, soprano Silvia Tosi, chitarra Michela Caldesi, pianoforte Claudio Borgoni, voce recitante

Musiche di: Berio, Britten, Castelnuovo-Tedesco, Dowland, Henze, Oliveto

http://www.contradadellalupa.it/Sito/News.asp

AperiLive – Sweet Wine Bar – Firenze – con Enrico Guerrini

opificio

Degustazione Vini de L’Opificio Rimini accompagnata dal Dj Set di Van Bombacci.
Dalle 21.30 Live set di Alessandra Arcangioli (voce) & Luca Sciortino (chitarra) “Rock Blues”.
Mostra di Pittura e illustrazioni a cura di Enrico Guerrini, con opere create anche al momento.

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“Auguro più fortuna per l’anno prossimo a chi stasera non ha vinto un Ig Nobel..e soprattutto a chi l’ha vinto” M. Abrahams, direttore Annals of Improbable Research. – di Ferruccio Palazzesi

IgNobel2Ogni anno, da ormai ventitré anni, la rivista scientifico-umoristica Annals of Improbable Research premia 10 ricerche scientifiche, che come la rivista stessa definisce: “prima fanno ridere, poi fanno pensare”: i famosi premi Ig Nobel. Già dal nome, che gioca sulle parole “Nobel” e “ignobile”, si capisce l’intento parodistico nei confronti del più famoso e prestigioso premio assegnato dalla Accademia Reale Svedese delle Scienze. L’intento di questo premio, la cui cerimonia si svolge nel Sander Theater dell’Università di Harvard, é quello di premiare le ricerche scientifiche più strane e curiose, pubblicate anche su riviste importanti (vedi sotto). Anche quest’anno non sono mancate le ricerche divertenti o singolari: scarabei stercorari che riescono a seguire le stelle per spostarsi di notte (premio per la biologia e l’astronomia [1]), topi che una volta operati al cuore sopravvivono meglio se ascoltano l’opera (medicina [2]), conferma del fatto che le persone ubriache pensano di essere più attraenti (psicologia [3]), ecc… A prima lettura scommetto che tutte e tre vi hanno strappato un sorriso, ma, adesso, rileggetele e prestateci più attenzione. I principi dell’orientamento degli scarabei, per esempio, potrebbero essere utili per la progettazione di veicoli robot autonomi. Ecco che quindi lo slogan, prima menzionato, di tale riconoscimento é perfettamente rispettato. L’Italia quest’anno si e’ portata a casa il premio per la Fisica, non per merito della supervisione dei progetti che hanno portato alla scoperta del bosone di Higgs (ATLAS e CMS), ma per la scoperta che le persone sarebbero in grado di camminare sulla superficie di un lago, se esso si trovasse sulla Luna, ma non su Marte [4]. Alla premiazione di questo anno, non sono però mancati anche momenti seri e importanti. Il premio Ig Nobel per la Pace é infatti stato assegnato con l’idea di portare a conoscenza dell’opinione pubblica della persistenza di regimi dittatoriali nei paesi dell’ex-URSS e delle loro strane regole. Il premio é infatti stato assegnato al Presidente della Bielorussia Alexander Lukashenko, per la sua legge che vieta di applaudire in pubblico, seguita immediatamente dopo dall’arresto di un invalido con un braccio solo che tentava di applaudire alla polizia di stato. A differenza del famoso parente svedese, il premio Ig Nobel non prevede, però, alcun premio in denaro per i vari vincitori. Quest’anno é stata comunque fatta un’eccezione, ogni premiato ha, infatti, ricevuto la bellezza di un paio di miliardi di dollari. Dello Zimbabwe. 4 dollari americani per la precisione.

P.s. Una menzione finale va riservata al Professor Andrej K. Gejm. Attualmente é infatti l’unico ad aver vinto prima il premio Ig Nobel nel 2000, per la sua ricerca sulla levitazione magnetica delle rane, e poi il vero Nobel nel 2010, per le sue ricerche sul grafene.

Ecco alcuni degli studi vincitori pubblicati nelle varie riviste scientifiche:

[1] Dung Beetles Use the Milky Way for Orientation, Current Biology.

[2] Auditory stimulation of opera music induced prolongation of murine cardiac allograft survival and maintained generation of regulatory CD4+CD25+ cells, Journal of Cardiothoracic Surgery.

[3] Beauty Is in the Eye of the Beer Holder: People Who Think They Are Drunk Also Think They Are Attractive, British Journal of Psychology.

[4] Humans Running in Place on Water at Simulated Reduced Gravity, PLoS One.