BOBO RONDELLI MATTATORE AL SONAR – 2/11/2013 – di Francesco Panzieri

Sabato sera sono andato al Sonar. Di solito si arriva un’ora dopo l’orario previsto per i concerti: gli organizzatori creano attesa, aspettano che la sala si riempia e che i bar lavorino a pieno regime prima di far salire i gruppi sul palco. Stavolta però l’orario è slittato ancora di più: un’ora e mezzo. La sala era già piena alle 23; alle 23:30, quando è salito sul palco Bobo Rondelli con il suo Orchestrino, una specie di marching band di sei elementi, eravamo tutti appiccicati come sardine. boborChi è questo livornese giovanile ma ormai di mezza età che, pur non famoso, si fa attendere da un folto pubblico di cinquantenni radical chic, studenti universitari, giovani musicisti e sfaccendati del sabato sera? Mentre mi facevo questa domanda Bobo si è schermito omaggiando la memoria di Lou Reed con “Perfect Day” e “Femme Fatale”, la prima in versione intima, voce e piano, la seconda veramente appassionata, suonata da tutta la banda. Giu’, nel vivo del concerto: “Il cielo è di tutti”, parole di Gianni Rodari e musica stile Bo Diddley (geniale il medley con “Who do you love?”), il ritratto sociale de “Il Palloso”, il cavallo di battaglia “I Vitelloni”, in versione ritmica e ballabile da concerto (delirio nel locale), e le atmosfere Tom Waits di “Settimo Round”. Una concessione ai cori del pubblico per l’affresco-Ovosodo di “Hawaii da Shangai” e Rondelli e’ ripartito in quarta con un classicone blues rock come “I’m a man” del solito Bo Diddley e la struggente “La Marmellata”, ritmi caraibici ed ukulele alla Eddie Vedder. Bobo è un vulcano di battute, in livornese ed in una specie di napoletano maccheronico. Non ha certo risparmiato la voce, profonda e graffiante, ne’ il fisico, lanciandosi in balletti frenetici da Iguana dell’Aurelia, si è cimentato con successo con la canzone italiana anni ’60 facendo il Buscaglione che canta Celentano (“Un bimbo sul leone”, “24.000 baci”) o il Paolo Conte della riviera romagnola in “Cuba Lacrime”. E’ dopo più di un’ora di concerto che, ormai a corto di ossigeno, vagando con lo sguardo tra le facce sudate, divertite, in estasi o ubriache, ho rivisto il vecchio quadro alla parete della sala. Quello con Tom Waits ed Iggy Pop in “Coffee and Cigarettes”. E li’ ho capito. “Ti ho capito, Bobo. Sei un camaleonte.” Capace di un’energia alla Iggy e di una profonda flemma alcolica alla Waits, di svolazzi autoironici da Buscaglione di provincia ma anche di serenate (“Prendimi l’anima”) e struggenti canzoni d’amore (“Per amor del cielo”). Un cantante ma anche un attore comico. Ha recitato per Paolo Virzi’. E’ un “Famous local singer”, come il nome dell’ultimo disco… Ecco cosa ha conquistato i 400 presenti al Sonar e anche me, lo ammetto. Perché un conto è ascoltare i suoi dischi, che a seconda del momento sono più intimisti, ritmici, swing, brass ‘n’ roll. Belli. Ma vedere dispiegati dal vivo tanti talenti in un concerto è un’altra cosa, uno spettacolo raro persino in casa della crew B-Side, da sempre attenta alla qualità. Dopo un “Guarda che Luna” con lancio della maglietta e l’amaro gusto retrò di “Che gran fregatura è l’amor”, Bobo e l’Orchestrino hanno concesso il bis. Eccolo il pezzo più forte: una cover, senti un po’, di Tom Waits. “I don’t wanna grow up”, tradotto in “Non voglio crescere mai”. Ballavamo tutti come matti mentre il ragazzaccio, sudato fradicio, cantava l’irriverenza amara e sconfitta di chi non vuole crescere e, di fronte ai mali e alle ingiustizie conclude: “Peter Pan mi sta sul cazzo/ perché lui vola ed io invece MAI..” Amen.

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