DUBAI GOING AND BACK – di Filippo Secciani

dub2Quello che colpisce appena usciti dall’aeroporto di Dubai, a parte il caldo e l’umidità, è la quasi totale assenza di cittadini indigeni. Infatti su una popolazione di poco superiore ai 2 milioni di abitanti, solamente il 12% hanno origini dall’emirato e godono di maggiori privilegi come ad esempio il vitalizio o pensione riscosso attraverso i proventi del petrolio. La maggior parte della popolazione è composta immigrati lavoratori del sud est asiatico: cingalesi, malaysiani e cinesi soprattutto. Non manca la componente occidentale, altamente qualificata, con una netta preponderanza anglosassone. Insieme ad Abu Dhabi forma il perno dei sette regni che compongono gli Emirati, nati dalla loro unificazione politica nel dicembre del 1971. A partire dagli inizi degli anni ’60 furono scoperte le prime riserve petrolifere nella regione. E’ in quel periodo che si ha l’avvicinamento alla politica statunitense, con la definitiva conclusione del protettorato inglese nel 1968. Paese in costante crescita economica deve il suo benessere non principalmente dai proventi del petrolio e del gas, quanto piuttosto dal processo di finanziarizzazione intrapreso negli anni settanta ed ottanta, con l’arrivo nel paese di istituti di investimento americani e inglesi. Questo continuo aumento di flussi di capitali (spesso illecito e diretto al finanziamento di attività terroristica, come per gli attentati alle Twin Towers) ne hanno fatto il centro principale dell’aerea del Golfo Persico. A partire dal 1990 i sette emirati sono cresciuti con un ritmo di 9,2 punti percentuali annui. Per quanto riguarda l’economia, sebbene gli emirati siano il settimo esportatore mondiale di petrolio, esso incide solamente per l’8% sugli introiti delle economie degli emirati. Da ciò si comprende come Dubai abbia intrapreso negli ultimi anni una serie di riforme efficaci volte alla liberalizzazione del commercio: gli utili provenienti dalle attività non legate agli idrocarburi hanno superato il 19% del Pil – per lo più grazie all’attività manifatturiera. dub3Contributo di primo piano alle casse dello stato lo gioca il ruolo di rivenditore a paesi terzi delle merci importate, grazie alla totale assenza di imposte. La domanda incessante di investimenti contribuirà anche nel futuro a spingere in alto le importazioni verso Dubai e gli E.A.U in generale. Nel frattempo l’emirato di Dubai è divenuto il maggior centro mondiale per il commercio dell’oro e si avvia a diventare la piazza principale per il commercio di diamanti, surclassando l’India e l’Olanda. Una città in continua crescita ed espansione necessità di manodopera. E’ questo il ruolo che occupano gli immigrati provenienti dall’Asia meridionale che per un salario giornaliero di circa 1,20 $ contribuiscono al vorace sviluppo immobiliare di Dubai. Le condizioni disumane in cui lavorano: orari massacranti, paga misera e non ultimo temperature che raggiungono e spesso superano i 50° hanno fatto spesso insorgere associazioni per i diritti umani, accusando Dubai di schiavismo. A fianco dello sfruttamento della manodopera a basso prezzo, il mercato dominante è quello immobiliare, favorito dallo sviluppo del turismo come alternativa alle deboli esportazioni petrolifere. In breve dunque il prezzo di case è salito fino a raggiungere livelli da boom dalla fine del 2003 al 2006. Il centro di Dubai, con il Burji Khalifa (il grattacielo più alto del mondo del mondo), l’esclusivo albergo a forma di vela – il Burji al-Arab, il litorale di Jumeirah con le sue ville, le spiagge, la Palma ed ultima opera in fase di costruzione il Mondo hanno trasformato rapidamente Dubai in un vero centro turistico mondiale. Ovviamente quando si parla di Dubai, si parla di shopping e di intrattenimento. Per un paese che per metà anno vive con temperature che mediamente si aggirano sui 48° investire sul turismo diventa una sfida: e da questo punto di vista Dubai ha vinto la sua battaglia con milioni di visitatori che vi si recano (per adesso solamente nei mesi invernali, quando le temperature raggiungono in picco di 30°). dub4Negli altri mesi la vita sociale e di frenetici acquisti si svolge all’interno dei giganteschi mall. Il Duabi Mall, il centro commerciale più grande del mondo, costruito su tre piani con circa 1200 negozi ed una superficie di 200.000 metri quadri, offre tutto ciò che l’essere umano possa desiderare e sebbene sia richiesto un abito adeguato, spesso con la popolazione occidentale sono disposti a chiudere un occhio, anche se non tutti condividono questo spirito di tolleranza nel vestiario non musulmano. Sebbene sia un paese totalmente occidentalizzato a livello di leggi è in vigore la Sharia islamica; vietato il consumo di bevande alcoliche se non in locali idonei, divisione all’interno di supermercati di prodotti per persone musulmane e non. Le donne locali vestono per la quasi totalità con il tradizionale Niqab ed il Chador, ovvero gli abiti neri che coprono quasi per interno la figura femminile. Sviluppato quasi esclusivamente lungo la costa del golfo Persico, è costituito da una sola arteria principale la Sheikh Zayed Road, un’autostrada a sei corsie sempre intasate dalle diciassette in poi e dove non di rado si assiste ad incidenti. In generale dunque Dubai è un centro logistico – marittimo e aeroportuale, in cantiere ci sono le aperture di nuovi terminal – e finanziario di alto livello, un centro commerciale di grande sviluppo grazie la presenza di fiere (quella degli armamenti è la più grande al mondo) e delle maggiori società internazionali. Tutto ciò contribuisce a porre gli E.A.U come quinto paese per Pil pro capite. Dubai è destinata a vedere il tasso di crescita in continuo aumento, le politiche di liberalizzazione incentivano gli investimenti stranieri, insieme all’assenza di tasse ed al basso costo della vita ed il bassissimo costo della manodopera non qualificata. Non ultimo per chiunque sia interessato ad investire nel paese deve tenere a mente le enormi possibilità che offrono le Free Zone, dove è assente la burocrazia, mentre c’è altissima specializzazione, libertà nelle assunzioni e manodopera altamente qualificata e competitiva. Tutto ciò condito da una situazione politica assolutamente stabile, il rischio di un altro default dopo quello che colpì la città nel 209 con il Dubai World ed il salvataggio da parte dello sceicco di Abu Dhabi sembra ben lontano.

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Un pensiero su “DUBAI GOING AND BACK – di Filippo Secciani”

  1. Wow that was strange. I just wrote an very long comment but after I clicked submit my comment didn’t show
    up. Grrrr… well I’m not writing all that over again.

    Regardless, just wanted to say great blog!

    Mi piace

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