“LO STORPIO” DI JUSEPE DE RIBERA – di Valeria Mileti Nardo

bandyNapoli. Un giovane deforme vaga per la città chiedendo l’elemosina. E’ il 1642 e il pittore spagnolo Jusepe de Ribera (Xàtiva, 1591 – Napoli, 1652) dipinge Lo storpio, una figura di pulsante vitalità, quasi fosse un ritratto “dal vero”, quasi fosse un ragazzo che aveva visto girovagare per le strade della città partenopea. Ribera, detto Lo Spagnoletto, giunge a Napoli nel 1616, dopo aver viaggiato in diverse città italiane, centri artistici fondamentali per la formazione di un pittore: inizia il suo viaggio dalla Lombardia e incontra inevitabilmente le opere di Caravaggio. Ribera vede Milano, dove rimane abbagliato dagli studi fisionomici di Leonardo, arriva a Cremona, dove viene affascinato dalla descrizione pittorica di Vincenzo Campi; si reca a Parma e prosegue per l’Emilia, nelle zone dei Carracci; giunge a Roma, dove trova ancora Caravaggio con il quale ha in comune anche la dissolutezza del modo di vivere. Ed eccolo arrivare a Napoli, la Napoli del Caravaggio più tragico, la città dove Ribera si afferma e domina in campo artistico, ricevendo commissioni da importanti collezionisti e uomini di potere, come il duca di Medina de las Torres, viceré di Napoli dal 1637 al 1644. E’ proprio per lui che l’artista realizza Lo storpio (o il Pied-bot) che oggi è conservato al Louvre. Napoli, città impregnata di linguaggio caravaggesco e influenzata dall’arte spagnola, si incarna in Ribera, spagnolo e caravaggesco, un artista di fama europea.
Ma chi è Lo Storpio? Davvero, l’unica cosa che di lui non conosciamo, se mai esistito, è il nome, ma nel suo volto e nella sua figura c’è tutto: ha un atteggiamento da nobiluomo, da soldato di ventura, da ufficiale, invece di brandire una lancia e di indossare un sontuoso copricapo, ha un bastone e un cappellaccio. Il punto di vista dell’opera è ribassato; il ragazzo occupa per intero l’estensione della tela e ha una dimensione monumentale e sontuosa, da ritratto ufficiale. Ma lo storpio indossa vestiti miseri, lascia scoperti i piedi deformi, il “nobile” animale che lo accompagna è una mosca in alto a destra. In mano ha un foglio con queste parole: “DA MIHI ELIMO / SINAM PROPTER / AMOREM DEI”. Il ragazzo si mostra senza vergogna, il suo sorriso non risulta disgustoso o grottesco, ma è accattivante e palesa con orgoglio gli attributi del suo “status” sociale. Nonostante le difficoltà, lo storpio affronta il difficile vivere quotidiano col sorriso e con un po’ di astuzia, da tipico “scugnizzo” napoletano. Ribera coglie la dignità di un lazzarone, dell’ultimo tra gli ultimi, che cerca di sopravvivere nei luoghi più degradati di una Napoli alle soglie della rivolta di Masaniello del 1647. In quest’opera non c’è solo la realtà di Caravaggio ma senza dramma, c’è anche la riflessione fisiognomica di Leonardo e tutta la forma di un ritratto ufficiale, privato però dei contenuti.
Ribera è un pittore di esperienza, che ha viaggiato e che vive guardandosi intorno e respirando l’aria di Napoli, come Caravaggio. Solo un artista “girovago” come lui avrebbe potuto realizzare un’opera di questo calibro, anche se il protagonista è solo un ragazzaccio furbo con i piedi deformi. La fonte principale dell’artista è il vero, in tutte le sue sfaccettature, come sarà per Velàzquez, che arriverà a Napoli nel 1630.
La realtà può essere interpretata in molti modi: uno storpio che chiede l’elemosina può essere considerato un essere riprovevole e fastidioso ma, dal punto di vista dello storpio, è il mendicare la sua vita e il suo “mestiere” e lo palesa con orgoglio e senza vergogna. Ribera ha rappresentato, con questa figura emblematica, la povertà così com’è, cioè vista dall’interno, dalla povertà stessa, dalla miseria più estrema: è questa la vera realtà, la realtà di chi la vive, non di chi la giudica dall’esterno. Ribera dimostra solidarietà, non ritrae lo storpio con disprezzo, ma fa vedere che nella realtà più misera e nelle asperità della vita, si può anche sorridere e andare avanti facendo quello che si può fare, senza perdere la dignità, ma mantenendo anche una buona dose di irriverenza.

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