LA SCIENZA DELLE BOLLE – di Marco Ciacci

bollicineperlageUn fisico francese, una birra in mano a Parigi bevuta languidamente e la volontà di studiare scientificamente come dare maggior risalto al “perlage” degli spumanti, senza disperderlo, dopo che il tappo è volato in aria. Non è un’accozzaglia di immagini messe a caso, ma è la storia di Gérard Liger-Belair, uno studioso d’Oltralpe che, mentre si sporcava i suoi baffoni con la spuma della birra (se aveva i baffi non lo so, ma a me piace immaginarlo così), gli venne in mente di esaminare nel dettaglio come si potevano preservare le preziose bollicine dello Champagne.

Gérard Liger-Belair era sempre rimasto affascinato dal tappo a fungo che saltava via a 30 mph, dall’aroma di lieviti che si levava in aria, dall’allegria del momento… E così decise di recarsi a Reims, cuore pulsante e produttivo del mitico spumante francese, per studiare, fotografare e, occasionalmente, bere bollicine (dopotutto ci sono lavori peggiori).

Dopo vari studi scoprì che sono due i principali fattori responsabili della finezza delle bollicine: (1) il livello di anidride carbonica (CO2) disciolta in Champagne, e (2) l’altezza del vetro del bicchiere.

(1) CO2

La bottiglia media di Champagne contiene circa 9 grammi di CO2 disciolta – sufficienti per produrre circa 20 milioni di bolle. Sulla quantità di bolle e sulla loro grandezze influisce l’età della bottiglia di Champagne. I tappi di sughero non forniscono una tenuta assoluta, per cui parte dell’anidride carbonica sfugge nel corso degli anni. Un altro fattore è la quantità di zucchero aggiunto alla bottiglia per la seconda fermentazione: più zucchero = più bolle.

(2) La cristalleria.

Gli ultimi 30 anni hanno visto un cambiamento radicale di bicchieri di champagne dalla mitica “coppa”, presumibilmente modellata sul seno di Maria Antonietta, fino ai “moderni” flute, i bicchieri allungati adottati dai ristoranti per mostrare il perlage. Un bicchiere di sicuro impatto visivo perché dà la possibilità di ammirare il fiume di bollicine dal fondo verso l’alto, ma poco adatto per assaporare l’aroma dello Champagne perché concentra la CO2 nella parte superiore del bicchiere, rendendo difficile la degustazione dell’aroma. I principali produttori di Champagne, tra cui Krug e Dom Pérignon sono sempre stati contrari all’introduzione del flute, perché “non può esprimere la generosità delle Grandi Cuvée”.

Consiglio finale: per conservare meglio le bolle, si dovrebbe tenere un tappo nel vino mentre è nel secchio del ghiaccio, e tenere il vino almeno una notte in frigorifero.

Bolle o non bolle buon bere a tutti.

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VIGNE AGLI STRANIERI: RISCHIO O OPPORTUNITA’ ? – di Marco Ciacci

 

Dall’inizio della fase recessiva un cospicuo numero di marchi dell’agroalimentare italiano è stato rilevato da grandi aziende multinazionali straniere che hanno scommesso in maniera significativa sul marchio Made in Italy, sinonimo in tutto il mondo di qualità, tipicità e sicurezza alimentare. In alcuni casi le aziende acquirenti non hanno il loro core business nell’agroalimentare e non mirano al mantenimento della produzione di qualità, bensì al marchio italiano da utilizzare sui mercati mondiali per ottenere profitto a breve termine. Fenomeno che non riguarda solo i grandi brand privati italiani, ma anche le piccole aziende sparse per la Penisola, soprattutto nel comparto vitivinicolo. Difficile capire quali saranno gli impatti futuri nel settore, quando attori stranieri avranno un reale peso anche nella gestione dei marchi geografici attraverso le quote consortili e disporranno di una capacità imprenditoriale superiore nei mercati esteri. Negli ultimi mesi stiamo assistendo ad un incremento notevole delle acquisizioni di terreni destinati alla produzione vitivinicola. Un fenomeno che merita di essere analizzato per comprendere quali siano i possibili scenari futuri, visto che non tutti i nuovi acquirenti hanno la stessa natura e gli stessi obiettivi. Nel villaggio globale sarebbe insensato ritenere una minaccia la fusione culturale che anche nell’agroalimentare avviene continuamente, ma sarebbe altrettanto insensato non concentrarsi sulla preservazione dei tratti che rendono tipiche e inconfondibili le produzioni vitivinicole italiane. Soprattutto perché senza regole certe non è detto che queste produzioni abbiano un futuro. In alcuni casi i nuovi proprietari stranieri si calano nel territorio allo stesso modo dei produttori locali, se non meglio, con più cura e attenzione alle regole produttive e alla tipicità. In altri casi, però, la situazione è molto diversa e rappresenta motivo di preoccupazione. Quando sono i fondi di investimento a rilevare le aziende, si assiste spesso ad una perdita di identità perché questi soggetti si muovono per ottenere vantaggi economici a breve termine. Questo non significa introdurre barriere o emanare leggi che puniscano a priori, ma comprendere la complessità del fenomeno per guidano sulla strada della qualità, una strada che per il vero Made in Italy ha sempre pagato.

stingDal 2007 al 2012 – anni in cui la crisi ha fatto crollare del 13% i prezzi delle abitazioni – il costo della terra ha invece tenuto, aumentando anzi del 2%. E la presenza degli stranieri nello stesso periodo è salita dell’11%, con 17.286 fra svizzeri (16%), tedeschi (15%), francesi (8%), romeni (5%), statunitensi e inglesi (4%) e belgi (3%) trasformati in imprenditori agricoli lungo l’intero Stivale. L’Italia resta decisamente il contesto migliore per fare business con il vino. Per il professor Stefano Cordero di Montezemolo, direttore dell’European School of Economics di Milano e Firenze “queste tendenze dimostrano che il mondo del vino ha retto la crisi meglio di altri e lo ha fatto perché non è solo business, ma anche paesaggio, storia, popolo, cultura. I capitali stranieri possono essere un’opportunità per i territori se si creano disponibilità e apertura tali da contribuire alle trasformazioni richieste dalle moderne logiche della competizione in un settore che non può più vivere solo di qualità del prodotto”. Gli esempi di investimenti non mancano, sia da parte di grandi gruppi finanziari ed industriali più attenti all’aspetto produttivo, sia da chi guarda al valore aggiunto immobiliare e al patrimonio fondiario per costruire o ricostruire un’impresa vitivinicola tra le colline dei terroir più importanti. Basti pensare al passaggio, nel 2011, di due colossi come la toscana Ruffino nelle mani americane di Constellation Brands e la piemontese Gancia in quelle di Russian Standard Corporation. O a Soleya International Corporation di Panama che ha comprato Tenuta Oliveto a Montalcino, o ancora ad Alejandro Bulgheroni, imprenditore argentino del petrolio, neo proprietario di Poggio Landi a Montalcino che ha anche acquisito la tenuta di Dievole nel Chianti Classico. Dalla fine degli anni ’70, quando la famiglia italo-americana Mariani fondò a Montalcino Castello Banfi, sono state tante le realtà vinicole che, soprattutto, ma non solo, in Toscana, sono state protagoniste di un “capital gain” dall’estero, in particolare dal mondo anglo-americano, è stato l’americano Louis Camilleri, alla guida di Altria Group Inc, la holding che controlla il gruppo Philip Morris, ad acquistare, a Montalcino, villa & tenuta “Il Giardinello”, mentre La Porta di Vertine di Gaiole in Chianti, dal 2006, è degli imprenditori americani Dan ed Ellen Lugosh e la cantina Capannelle di James B. Sherwood, fondatore del gruppo Orient – Express Hotels. Ma i vigneti italiani hanno estimatori anche tra i big dello star system internazionale: in Toscana, tra il Chianti e il Valdarno, c’è Tenuta il Palagio dove, dal 2003, l’ex leader dei Police, Sting, produce vino. E un altro big della musica internazionale, Mick Hucknall, voce dei Simply Red, nel 2002 ha comprato vigneti in Sicilia dove ha creato la sua tenuta Il Cantante. Nel 2000 era stato invece Richard Parsons, ex ad della Time Warner ad acquistare la tenuta Il Palazzone a Montalcino.Tante quindi le realtà vinicole che, soprattutto, ma non solo, in Toscana, sono state protagoniste di un “capital gain” dall’estero che, peraltro, ha sempre visto gli investitori mantenere in azienda il “know how” produttivo italiano, senza snaturare un prodotto che dell’identità e del territorio fa uno dei sui punti di forza. Caso questo della belga Virginie Saverys (Compagnie Marittime Belghe Nv) che nel 2008 è divenuta proprietaria della storica cantina del Nobile di Montepulciano, Avignonesi, investendo e ampliando i vigneti. Tornando indietro nel tempo, nel 1995 l’uomo d’affari americano Frank Grace ha investito nell’azienda chiantigiana Il Mulino di Grace, tra Radda in Chianti e Panzano, e nel 1994 è stato il gruppo viticolo Usa Kendal Jackson ad acquistare Villa Arceno sempre nel Chianti Classico.bastianich Ma tra le cantine italiane di proprietà straniere ci sono anche La Mozza in Maremma e Bastianich Vineyards in Friuli Venezia Giulia, degli italo-americani Lidia e Joseph Bastianich, tra i più importanti ristoratori degli Stati Uniti. Questi sono solo alcuni dei casi più importanti, e che raccontano come l’appeal del vino italiano all’estero non solo come prodotto, ma anche come investimento, non è mai diminuito nel tempo, e che anzi, se possibile attira sempre nuovi interessi e, forse, capitali, anche dalle economie emergenti, come il caso delle Cantine Ceci, realtà leader del Lambrusco, che da tempo sono in contatto con possibili investitori dal Brasile. Ma quanto investono gli stranieri nel nostro Paese? Se nella zona di Barolo le viti che producolìno il Barolo raccolte in un quadrato con lato di cento metri (un ettaro, pari a una volta e mezzo un campo da calcio) costano un milione di euro, quelle a Barbaresco vengono 500-600.000. Un milione costa anche un ettaro dei vigneti più pregiati della Toscana (prezzo che cala notevolmente se si guarda a realtà meno pregiate anche del Chianti o nel Brunello), prezzo che possiamo trovare anche nei terreni più pregiati dell’Alto Adige. Ma nonostante questi prezzi c’è chi continua ad investire nella nostra terra, ma il “perché” come al solito a noi italiani sfugge, quando ce ne accorgeremo sarà forse troppo tardi.

DE PAPESSAE – Piccolo discorso sopra a Siena e la contemporanea – di Fausto Jannaccone

Avete presente quando adulti, lontani ed ormai dimentichi degli anni d’oro dell’infanzia, ricevete una notizia che riapre una vecchia ferita? Una cicatrice spesso dolce, quella del ricordo di ciò che era ed ora non è più, e che più non potrà essere…  Come quando, mentre fate colazione al bar e sfogliate il giornale, prima di andare al lavoro, vi dicono “ti ricordi il campetto dove andavamo a giocare a pallone da piccoli? Ma lo sai è venuto giù il vecchio muro dove facevamo la porta?” Quel muro certo non ti serve più, ma la notizia la ricevi come un colpo duro… Ecco, quando qualche giorno fa ho letto che la Banca d’Italia ha messo all’asta “Le Papesse” è stato grosso modo così (in realtà è i vendita da due anni ndr).

ÑDa oramai 5 anni quel palazzo Piccolomini non è più quell’angolino di follia dove a qualcuno di noi piaceva nascondersi ogni tanto e concedersi un’immersione in un’altra dimensione; non troverete più in via di Città quella tana del Bianconiglio per poter momentaneamente “fuggire da Duccio, Ambrogio e Simone”, per poi potervici ritornare ed apprezzarne l’opera con un nuovo punto di vista, nuova capacità critica, ed interpretativa.

Sentirne riparlare è come un soffio che spazza via la polvere; risolleva un argomento su cui eri riuscito a stendere un velo, ed a non pensare più con acuto dispiacere, ma solamente con leggera amarezza, quella cui i tempi moderni ci stanno ormai abituando ad avere sempre, come retrogusto di ogni pasto.

L’affaire Siena-arte contemporanea è un’annosa questione, delle più farraginose: in questa gara quotidiana a stilar classifiche delle priorità, in un momento critico quale quello che stiammo oggi attraversando, abbiamo visto dove sempre di più vada a finire la cultura (e qui soprassediamo, altrimenti apriremmo un vaso di Pandora); inoltre, in un posto come l’Italia, ed ancor maggiormente Siena, sappiamo da che parte si preferisca propendere nel dualismo classico-contemporaneo. E sicuramente ognuna delle parti in causa ha le sue più valide e fondate motivazioni ed argomenti a sostegno. Per come la vedo io la soluzione migliore sarebbe una convivenza da cui non potrebbero che trarre giovamento tutti: il contemporaneo non andrebbe ad opporsi od ostacolare l’arte classica di cui Siena è straripante, bensì le darebbe nuova linfa, un altro termine di paragone, una rinnovata attualità.

Ma torniamo alle Papesse; già che la “ferita” è riaperta riparliamone, e lo farò andando a chiederne un’opinione a quelli che dal Centro ci sono passati, chiedendo loro cosa significasse per Siena un centro d’arte contemporanea, se l’esperienza sia esaurita o altrimenti, se sia un punto da cui ripartire o un errore da cui trarre insegnamento: partiremo dall’alto, ovvero dall’ultima persona che ha diretto il Centro, passando per chi vi lavorava quotidianamente, per arrivare a chi non ne era altro che visitatore.

“Per Siena il Palazzo delle Papesse rappresentava una sorta di polizza assicurativa, la garanzia che la città aveva anticorpi propri contro le forze che cercavano di trasformarla (riuscendoci, purtroppo) in Sienaland, in città cartolina, in meta esclusivamente turistica, proiettata soltanto verso il passato”. A parlare è  Marco Pierini, ultimo timoniere delle furono Papesse e poi di SMS “In appena dieci anni Siena ha proposto una ricognizione sul contemporaneo che pochissime altre città italiane sono state in grado di offrire, attraverso il lavoro di artisti di assoluta rinomanza come Barbara Kruger, Jenny Holzer, Jaume Plensa, Gordon Matta-Clark e Francesca Woodman o in fase di decollo come Emily Jacir (Leone d’Oro alla Biennale nel 2007, pochi mesi dopo esser passata alle Papesse) Carlos Garaicoa, Sergio Prego. Ma le Papesse erano anche uno straordinario centro di formazione e di specializzazione per giovani artisti e curatori (quanti hanno mosso i loro primi passi nelle sale del palazzo e oggi si ritrovano a dirigere musei importanti in Italia e all’estero, a partecipare alle rassegne più prestigiose, a insegnare nelle università!), ed è stato laboratorio per nuove imprese culturali, come Radio Papesse, attiva ininterrottamente dal 2006 e che assieme ad altre associazioni e piccole imprese si è aggiudicata un mese fa il primo premio della fondazione Accenture, il premio più consistente – un milione di euro – mai assegnato in Italia a un progetto culturale”

Ñ<Il Centro d’Arte Contemporanea Palazzo delle Papesse per una decina d’anni ha proiettato pienamente la città al centro della ricerca e avanguardia internazionali nel contemporaneo.Poi è cambiato in uno stanco ma di qualità SMS contemporanea,ottimo contenitore di mostre ma privo di quella verve a volte un pò underground delle Papesse.> Luisa prende invece in prestito queste parole, che ben rappresentano il suo pensiero, e poi continua “Siena ha perso una delle strutture più magiche e importanti che la città sia mai riuscita a creare:all’interno del Palazzo si è sempre respirata un’aria nuova,giovane,viva. Le opere che hanno abitato quel meraviglioso Centro d’Arte sono state elementi di importanza internazionale e nonostante tutto questo sono riusciti a cancellare, spazzare via, quello che per me è stata la grandezza e la forza del Centro: il connubio meraviglioso tra il Palazzo antico e l’arte contemporanea che lo riempiva. La ragione e l’orgoglio per cui sarebbe diventato il vanto e l’ambizione di una città che doveva guardare al futuro, e soprattutto ai suoi giovani. Per me certo sarebbe comunque importante ritrovare uno spazio dedicato al contemporaneo ma vivrà sempre in me la convinzione e il rammarico che qualcuno abbia voluto sopprimere quel luogo incantato solo per biechi ed inetti scopi politici.”

Per Duccio e Michela, come per Luisa, il centro era il posto del quotidiano lavoro, e quando ho chiesto loro un pensiero su quell’esperienza hanno scelto di raccontarmi una storiella: “Qualche tempo fa la città di Siena si destò dal suo storico torpore grazie alPalazzo delle Papesse, che come un interruttore accese di una luce tutta nuova suoi vecchi fasti medievali. Fu così che in breve tempo la città, rivestita a festa e orgogliosa di sé, si presentò all’Europa contemporanea e al mondo intero, facendo sfoggio dei suoi giovani panni. Poco tempo fa un’ignobile mano ha  spento quello stesso interruttore e dunque la speranza, rimettendo la città a dormire. Oggi  qualcuno ha chiesto a Siena d’imbellettarsi per la candidatura a ‘Capitale europea della Cultura’; lei è corsa ad aprire il suo armadio ma dentroha trovato solo e ancora la vecchia polvere.”

L’ultimo parere è quello di Mattia, che come me alle Papesse ci passava solamente, come affezionato visitatore, ma che di quello spazio si sente adesso orfano “Il Palazzo delle Papesse aveva l’aria di un giovane e titolato precario, che tentava di farsi largo fra i mostri sacri della cultura che lo avevano preceduto. Ma non ci è riuscito, per la loro avidità. Cambiamento non significa sostituzione. Cambiamento è vita.”

Per queste opinioni, come già detto, sono andato ad attingere ad una sfera prossima ed affine al mondo dell’arte, e soprattutto della contemporanea; se altrimenti andassimo a giro per le antiche strade del centro storico, chiedendo ai senesi in giro per i negozi o ai commerciani stessi, il panorama risultante sarebbe assolutamente molto più variegato, per la distanza e l’eterogeneità delle posizioni. Per molti la contemporanea a Siena è un qualcosa in più, di assolutamente non necessario, se non addirittura di troppo. La mia paura è che spesso le opinioni di alcuni sian figlie di ignoranza, ovviamente non in senso lato quanto nello specifico di certi argomenti, magari non ben conosciuti proprio anche per disinteresse verso gli stessi; e questo porta ad errate concezioni preconcette o indotte da altri; ma assolutamente non mi permetto di condannare una posizione piuttosto che un’altra. Sono invece convinto che il dibattito possa essere riaperto e che capitali culturali del 2019 o meno la cultura, tutta!, non possa che essere un punto, anzi Il Punto da cui ripartire, come città prima, e nazione poi.

Non può essere altrimenti.

 

 

I MIGLIORI ALBUM STRANIERI DEL 2013 – di Francesco Panzieri

Il 2013 della musica pop ha assistito al trionfo di vendite dei Daft Punk con “Random Access Memories” e di critica di Kanye West per “Yeezus”. Nel rock delusione per l’album dei Pearl Jam e reazioni contrastanti per “The Next Day” di David Bowie, tutto sommato molto dignitoso, ma che ha generato più gossip che recensioni positive. Per il sottoscritto questi sono i quattro album da ricordare dell’anno che sta finendo:

Atoms for peace – “AMOK” Quando unisci il genio compositivo di Thom Yorke (Radiohead) con la bravura di Flea (Red Hot Chili Peppers, al basso), Nigel Godrich (ex produttore Radiohead), Joey Waronker (batteria) e Mauro Refosco (percussioni), difficilmente ottieni un risultato deludente. Non è infatti il caso di AMOK, multiforme ma compatto primo lavoro del suddetto supergruppo, nato per caso e per passione e successivamente cesellato e rifinito come un materiale prezioso. Le suggestioni cerebrali, melodiche ed elettroniche di Thom Yorke (ultimi album dei Radiohead in pole position) si intrecciano con una linea ritmica che ha un impatto straordinario. Industrial ed onirico al tempo stesso, ascoltare “Default”, “Ingenue” e “Judge, Jury and Executioner” per credere.

Primal-Scream-More-LightPrimal Scream – “More light” La storica band scozzese di Bobbie Gillespie dimostra di avere sette vite come i gatti. Il frontman maudit ne è l’esempio lampante: passato indenne attraverso i più vari eccessi, cambiato pelle più di una volta (dagli Stones allo shoegaze, dall’elettronica alla dance, dall’acid rock alla psichedelia), si dimostra più in forma che mai. L’album è un’enciclopedia di tutte le possibilità musicali (e sono molte) nelle corde della band. L’inizio, “2013”, sono nove minuti di caotica psichedelia sostenuta con un magnifico riff di sassofono, musica solare e testi neri come l’anno appena trascorso, che parlano di moderna schiavitù e rivolte. Difficile descrivere le dissonanze spiazzanti di “Hit void”, il funk sporco di “Culturecide”, una delle loro migliori degli ultimi anni, la Beverly Hills anni Ottanta di “Invisible City”, il blues acido di “Elimination blues” (con un certo Robert Plant ai cori). L’album scorre fluido svelando tuttavia nuove sorprese ad ogni canzone, come un fiume in piena che fatica a rimanere entro gli argini dei canoni rock. La catarsi finale è la bellissima e piena di speranza, “It’s alright, it’s ok”, cavalcata di percussioni e bongos e cori gospel che ricorda il finale di “You can’t always get what you want” dei Rolling Stones, rifatto però in salsa “Madchester”: siamo immediatamente catapultati in una festa scatenata e sballata, perché anche nel dannato 2013 “there’s a time to remember/ a time to forget”

Depeche Mode – “Delta Machine” Il trio inglese si conferma all’apice dell’electro rock mondiale, nonostante le “anta” primavere sulle spalle. DM è una miscela ininterrotta di elettronica, languori blues (il titolo evoca il Delta del Mississippi, Mecca del genere), rock e ritmi synth. Un album memorabile tra quelli partoriti nel nuovo millennio da Gahan, Gore e Fletcher, che hanno messo da parte gli storici e ricorrenti eccessi e litigi, prendendosi lunghi periodi di riflessione e separazione per poi sprigionare in studio tutta la complessità del loro suono scuro eppure accessibile. Si parlava di spleen nero ed elettronica: “Should be Higher” e “Soothe my soul” hanno la sensualità da performance concertistica gahaniana, “Soft touch/Raw nerve” ha la giusta grinta rock ed i tre bluesoni dannatamente elettronici “Welcome to my world”, “Angel” e “Heaven” in apertura, fanno da chiaro sigillo al contenuto.

savagesSavages – “Silence yourself” L’esordio dell’anno è quello delle “selvagge”: quattro ragazze londinesi (la cantante Camille Berthomier in arte Jenny Beth è di origini francesi) che da piccole sono cadute nella pozione magica della wave manchesteriana. Joy Division e Siouxie and the Banshees sono i loro modelli, ma le ragazze hanno bene assimilato anche la lezione del metal anni Ottanta, con un suono cupo, aggressivo ed istintuale, vocalismi alla P.J. Harvey e linee di basso che colpiscono come martellate. “Shut Up”, la canzone iniziale, ha una lunga introduzione di parlato (un estratto da “Opening night” di John Cassavetes) ed una plettrata di basso che vale da sola il disco, “Strife” ha un sapore di notturno invernale, “She will” è più che mai dark, “I am Here” e “No Face” scorrono sui binari del più sfacciato rock ‘n’ roll ed “Husbands”, che parla di violenza domestica, dà un metaforico calcio punk nei testicoli dei mariti. Perché Silence Yourself è un disco di donne che non giocano a fare gli uomini..

La recensione di oggi: PHILOMENA di Stephen Frears – di Michele Iovine

Judi Dench in PhilomenaIrlanda 1952. La giovane Philomena Lee rimane incinta e viene disonorata dalla famiglia che la spedisce in un convento di suore. Qui partorisce, ma il bambino che potrà vedere soltanto per un’ora al giorno, qualche anno dopo viene dato in adozione. 2002. Sono trascorsi cinquant’anni, Philomena non ha ancora smesso di cercare il suo bambino e un giornalista, appena licenziato, venuto a sapere della vicenda, si unisce all’anziana madre nelle ricerche del figlio, con il pretesto di cercare una storia da raccontare che possa rilanciare così la sua carriera. Il nuovo film di Stephen Frears si candida per essere uno dei più bei film dell’anno, se non il migliore in assoluto. Questo giudizio se lo era già aggiudicato tra gli spettatori che a Settembre lo avevano visionato in anteprima mondiale alla 70 Mostra Internazionale dell’arte cinematografica di Venezia, dove, seppur non ottenendo il massimo riconoscimento, aveva convinto tutti, risultando di gran lunga il miglior lungometraggio selezionato. Non aveva vinto il Leone d’Oro, (film troppo superiore alla concorrenza), ma aveva ottenuto un altro importante riconoscimento durante la serata di premiazione, l’osella per la miglior sceneggiatura. E non a caso direi. Il punto di forza del film risiede indubbiamente nella sua scrittura. A metà strada tra la commedia e il dramma, la sceneggiatura appare particolarmente brillante ed esilarante nei momenti più leggeri, in cui si ride e altrettanto intensa ed emotivamente coinvolgente quando invece si dispiegano i vari passaggi drammatici della storia. Ci si diverte quindi da un lato, ma si piange anche dall’altro e il merito di questa perfetta commistione tra i due generi oltre che della sceneggiatura come detto, è anche di chi si fa carico di valorizzarla, ovvero degli interpreti Judi Dench e Steve Coogan. Una coppia perfetta, in cui entrambi gli attori incarnano al meglio rispettivamente il ruolo della vecchia un po’ svampita, fuori dal mondo, ma anche piena di quell’amore che solo una madre è in grado di provare e del giornalista rampante in cerca di riscatto e di rilancio. Un’alchimia intensa e divertente che cresce sempre di più man mano che la storia procede e che sembra un po’ ricostruire quel rapporto tra madre e figlio che la protagonista non è mai riuscita a vivere. Frears irrompe senza mezze misure in quel mondo cattolico bigotto ed estremista che ha trasformato il concetto di fede da un credo ad un’ideologia, vissuta ai limiti del fanatismo, non come una speranza, ma piuttosto come un dogma. La critica del regista inglese è forte, fortissima, ma anche altrettanto intelligente. Se infatti, ci pone davanti ad una vicenda quanto mai drammatica, Frears sa dosare perfettamente la tragedia che mette in scena attraverso meravigliosi momenti di humor tipicamente inglese che controbilanciano perfettamente la storia, riuscendo a regalare allo spettatore lacrime e risate, gioie e dolori.

I MIGLIORI ALBUM ITALIANI DEL 2013 – di Francesco Panzieri

“L’era dell’ibisco, l’epoca del disco son finite già”, dicono i Baustelle. Ma nella crisi generale della musica italiana, nello strapotere dei soliti noti e di rapper pigliatutto, non tutto è da buttare. Sopravvive una solida scena di rock e cantautorato indipendente. Il 2013 non è stato anno denso di exploit cantautorali, eccetto l’esordio solista di Andrea Appino degli Zen Circus e Sotto Casa di Max Gazze’, inferiore tuttavia agli standard che conosciamo. I cantautori sono attesi nei primi mesi del 2014, coi nuovi lavori -ancora “in corso”- di Dente, Brunori ed altri. Questi per me gli album italiani migliori del 2013:

untitledBaustelle – “Fantasma” Ennesimo lavoro controverso dei Baustelle, acclamato da una parte della critica mentre dall’altra si storce la bocca scettici di fronte al citazionismo spinto di Bianconi. Personalmente ritengo il disco un capolavoro: un concept album sullo scorrere del tempo, sulla vita e sulla morte molto cerebrale, baudelairiano e spoonriveriano il giusto, ma anche suonato magistralmente, pensato come un film, con tracce (13, un caso?) ed intermezzi (6), titoli di testa e di coda. Con un cast di tutto rispetto: Francesco Bianconi, Rachele Bastreghi e Claudio Brasini i protagonisti, Enrico Gabrielli e la Film Harmony Orchestra, molti amici musicisti di grande livello, la Corale e le Voci Bianche di Montepulciano come attori non protagonisti. L’impronta di cantautorato citazionista dei Baustelle non viene meno, ma si tratta di citazioni con la C maiuscola: De Andre’, Franco Battiato, Nicola Piovani, Mahler, Stravinsky, Morricone e le musiche dei film degli anni Settanta. L’operazione non pecca di presunzione: Bianconi può ormai confrontarsi con questi modelli a testa alta. La Morte (non esiste più), Nessuno, Monumentale (Rachele Bastreghi meravigliosa) Cristina, Il Futuro, Conta’ l’inverni (in romanesco da malavita) e Radioattività sono gemme di un album da ascoltare, anche più di una volta, dall’inizio alla fine..

“Gli spettri abitano dimore gotiche/come succede in Edgar Allan Poe/Ma quelli che fanno più paura sono qui/a ricordare il tempo agli uomini”

“Bisogna avere fede/navigare nello spazio siderale/superare l’aldilà. Che siamo troppo avvezzi a stare male/a proteggerci dal Sole/ dalla radioattività”

Ministri – “Per un passato migliore” In questo momento non mi viene in mente una band rock nel senso classico del termine (batteria, chitarra elettrica, basso) che abbia più impatto dei Ministri, senza scomodare mostri sacri come Afterhours, Verdena, Marlene Kuntz o i multiformi Tre allegri ragazzi morti. Il loro Per un passato migliore è il disco rock italiano del 2013 per il sottoscritto. Potente miscela di chitarroni e testi rabbiosi e malinconici (come la gioventù a cui si rivolgono e che affolla i live della band), l’album infila una serie di pezzi che forse nei tanto bistrattati decenni ’80-’90, ancora vergini di reality, x Factor e Youtube, sarebbero stati hits: Mammuth, grido di pancia, pesante nella ritmica come l’animale preistorico, Comunque, Mille settimane, Spingere e le ballate I tuoi weekend mi distruggono e Palude. Di un livello leggermente inferiore, Caso Umano e Segui la pista anarchica (il tema giornalistico mi ha ricordato “Penna a sfera” di Venditti), conservano tuttavia il carattere “da concerto”, da battaglia, che fino a questo disco era il punto di forza del gruppo, forte nei live e sempre leggermente incompiuto in studio. Avanti così, per il rock c’è sempre posto…

“non chiediamo altro al mondo/che distruggerci e poi salvarci/prima che sia troppo tardi/per i farmaci e per le plastiche/questa voglia di superarsi/e di spingere e di spingere”

i-cani-glamourI Cani – “Glamour” Il secondo album di Niccolò Contessa, in arte “I Cani”, segna un’evoluzione da un synth pop “homemade” accattivante ma un po’ ripetitivo nei temi musicali e nelle tematiche affrontate ad un lavoro completo in studio, con collaborazioni come gli Offlaga Disco Pax, i Gazebo Penguins e Chris X. La galassia in cui si naviga è il mondo dei trentenni disillusi e splendidamente perdenti delle periferie e dei quartieri bene. L’elettronica marchio dei Cani si mescola con il rock dei Gazebo Penguins in Corso Trieste, con energia e citazioni dai Diaframma in Storia di un impiegato. Gli altri pezzi, come Non c’è niente di twee, San Lorenzo, FYBC, Lexotan, Storia di un’artista (che parla di Piero Manzoni e cita “Pasolini e Jay-Z”) sono veramente dei bei pezzi pop, orecchiabili e godibili, con una scrittura autobiografico-generazionale che ricorda un po’ i primi Baustelle. Se è valida la regola “caparezziana” che “il secondo album è sempre il più difficile” per Niccolò Contessa la strada da oggi si fa più facile..

“E sarà dura far scrollar di dosso quest’idea che a nominare ciò che esiste non si dice nulla: ma l’esistente è anch’esso pane per i nostri denti, non si può correre soltanto dietro ai sentimenti.”

Perturbazione – “Musica X” I Perturbazione sono stati uno dei primi fenomeni dell’esplosione indie rock italiana degli anni Duemila. Tuttavia, nonostante siano seguiti da un nucleo di estimatori irriducibili, non sono riusciti mai ad arrivare al grande pubblico, a fare la hit da classifica. Provano ad aprirsi ad una fetta più ampia di pubblico avvalendosi della competenza di Max Casacci dei Subsonica come produttore. Il risultato è Musica X, disco compatto, ben suonato e ben cantato da Tommaso Cerasuolo, con collaborazioni come Erica Mou (Ossexione), Luca Carboni (I baci vietati), I Cani (Questa è Sparta). Le canzoni sono molto stratificate a livello sonoro, con un ampio utilizzo di synth ed elettronica in generale, un pop raffinato un po’ Max Gazze’, ma con una vena romantica che è il marchio di fabbrica della band di Rivoli, forse un po’ sfrondata da certe divagazioni malinconiche che l’avevano resa troppo di nicchia. Canzoni da ricordare sono Chiticapisce, Tutta la vita davanti, Musica X, Legami. Provo a fare una previsione: i nostri non arriveranno mai al grande pubblico, ma Musica X verrà ricordato come uno dei migliori lavori pop dei 2010. Una prima risposta ci arriverà da Sanremo 2014, dove saranno in gara tra i big…

“Sempre in attesa di un’aria diversa/spalanca la finestra /Essere foglie che il vento attraversa/senza nemmeno farlo apposta”

LA TRATTATIVA STATO – MAFIA PARTE I – di Michele Iovine

All’inizio non si poteva neanche pronunciare questa parola, ‘trattativa’. Un’ignominia, una vergogna e un’offesa solo pensarla, come si può infatti accusare lo Stato di essersi piegato ai vertici della più grande organizzazione criminale del paese? Oggi, alla luce di nuovi fatti e di nuove prove, sarebbe ipocrita negarla, offensivo nei confronti non solo di tutte le vittime, ma del popolo di una nazione intera. La trattativa ci fu, eccome. La classe politica di quegli anni ha avuto, direttamente, delle responsabilità enormi. L’uomo chiave, grazie al quale si è cominciato a parlare di trattativa è stato Massimo Ciancimino, figlio dell’ex assessore e poi sindaco di Palermo Vito Ciancimino, uomo d’onore di Cosa Nostra, responsabile del cosiddetto Sacco di Palermo che ha visto il capoluogo siciliano vittima di una delle maggiori speculazioni edilizie del paese. Grazie al figlio di costui, alle rivelazioni dei pentiti e infine di alcuni politici, sulla scena governativa agli inizi degli anni 90, è stato possibile ricostruire la fenomenologia cronologica dell’intera vicenda che riportiamo di seguito

30 GENNAIO 92 La Cassazione conferma le condanne del Maxi Processo . E’ un duro colpo per Cosa Nostra, oltre 400 imputati vengono condannati. E’ la vittoria di Falcone e Borsellino, è la vittoria del Pool antimafia istituito da Rocco Chinnici che aveva pagato con la vita. E’ una vittoria dello Stato.

12 MARZO 92 Salvo Lima viene ucciso a Mondello. Salvo Lima, da sempre colluso con la mafia, paga il fatto di non essere riuscito a far ridurre le condanne del maxi-processo. Salta dopo quarant’anni il patto tra mafia e politica. Lima rappresentava in pieno quella politica che si era asservita dei voti di Cosa Nostra, ma poi non era riuscita a ricambiare il favore. Tutti adesso hanno paura. Davanti al cadavere di Lima, Falcone dirà “D’ora in poi può accadere di tutto”. Quello che si sente più a rischio è Calogero Mannino, deputato DC del Governo Andreotti, addetto alle politiche del Mezzogiorno che entra in contatto con il capo della Polizia Parisi per cercare una trattativa. Subito dopo la sentenza in Cassazione aveva detto “O uccidono me o Lima”

TERZA SETTIMANA DI MARZO 92 Vito Ciancimino incontra a Palermo Provenzano. Provenzano è preoccupato per il progetto di guerra allo Stato che ha in mente Riina. Riina vuole eliminare tutte quelle persone che la mafia ha contribuito a mandare al governo e che poi non si sono dimostrate all’altezza di proteggere Cosa Nostra in occasione del maxi-processo. La lista di morte è lunghissima e include giudici, magistrati e gran parte dei politici dell’area democristiana e socialista. Provenzano è convinto che qualcuno abbia promesso a Riina qualcosa di grosso, un progetto rivoluzionario che prevedeva l’istituzione di un grande movimento elettorale di centro che prendesse il posto di quelli che erano i partiti dai quali Cosa Nostra era dipesa fino ad allora. La mafia non sarebbe più dipesa dalla politica, ma avrebbe iniziato a fare politica. Per porre le condizioni di questo ambizioso progetto, si doveva però prima, porre fine alla cosiddetta Prima Repubblica e ‘tagliare tutti quei rami secchi’ che avevano tradito Cosa Nostra.

23 MAGGIO 92 Strage di Capaci. Muore Giovanni Falcone, la moglie Francesca Morvillo e tre uomini della scorta, Rocco Di Cillo, Antonino Montinaro e Vito Schifani.

30 MAGGIO 92 Massimo Ciancimino viene agganciato dal capitano dei ROS Giuseppe De Donno all’aeroporto di Roma mentre si stanno imbarcando entrambi per Palermo. De Donno chiede a Ciancimino se suo padre Vito, fosse disponibile ad un incontro con lui e il suo superiore Mori. De Donno gli lascia il numero del suo telefono.

1 GIUGNO 92 Ciancimino Jr. torna a Roma e riferisce al padre, Vito Ciancimino, il colloquio avuto con De Donno

PRIMA SETTIMANA GIUNGO 92 Provenzano incontra Vito Ciancimino a Roma e insieme parlano dell’idea di mettersi in contatto con i carabinieri. Provenzano non concorda con la linea stragista di Riina che teme possa alla fine danneggiare Cosa Nostra. Una trattativa potrebbe fermare Riina. Si accordano per perseguire questa strada. Appena congedato Provenzano, don Vito manda a chiamare ‘il signor Franco’. ‘Il signor Franco’ , uomo dei servizi segreti, gestirà la trattativa ad un livello più alto, facendo l’anello di congiunzione tra le istituzioni e Cosa Nostra, ma si terrà sempre fuori dalla questione in maniera diretta, per quello, per metterci la faccia, ci sono appunto gli uomini del Ros che compieranno il lavoro sporco. Il giorno dopo avviene il secondo incontro tra Massimo Ciancimino e De Donno in zona Parioli. De Donno dice che la loro intenzione è quella di usare il padre Vito per stabilire un contatto privilegiato e preferenziale con gli uomini di Cosa Nostra. De Donno chiede la resa incondizionata dei super-latitanti e la fine delle stragi, in cambio ci sarebbe stato il dissequestro dei patrimoni per le famiglie mafiose e varie agevolazioni per i figlii e le mogli dei boss. Per Vito Ciancimino agevolazioni processuali. La trattativa è ufficialmente iniziata.

SECONDA SETTIMANA GIUGNO 92 Avviene il primo incontro tra i Ciancimino (padre e figlio) e De Donno. De Donno esplica all’ex sindaco di Palermo le sue intenzioni, ma don Vito fa capire subito che non si sarebbe mai potuto presentare da Riina e Provenzano chiedendogli una resa incondizionata. Accetta però di attivarsi per aprire un canale di contatto con i vertici di Cosa Nostra e propone di far redigere direttamente ai boss una serie di richieste, affinché cessassero le stragi. Richieste che poi sarebbero state valutate dai ROS, non appena fossero state consegnate a Ciancimino. De Donno accetta.

TERZA SETTIMANA GIUGNO 92 Secondo incontro. Questa volta si presenta anche il superiore di De Donno, il colonnello del ROS Mario Mori il quale afferma di avere il benestare, per quella riunione, del generale Antonio Subranni. Questo incontro serve a Vito Ciancimino per avere maggiori garanzie sulla sua protezione e sulle agevolazioni promesse. Non si fida dei carabinieri del ROS che non ritiene così potenti e affidabili da garantirgli quello che gli avevano promesso. Si rivolge allora al ‘signor Franco’ che gli dice di stare tranquillo perché le istituzioni nelle persone del Ministro della Difesa Rognoni e del senatore democristiano Mancino (di li a breve non a caso diventerà poi Ministro degli Interni) sono al corrente della trattativa. La trattativa adesso può entrare nel vivo.

17 GIUGNO 92 Provenzano e Vito Ciancimino s’incontrano a Palermo. Subito dopo, Vito manda suo figlio Massimo da Pino Lipari per richiedere un contatto ufficiale con Riina, ma Lipari è appena stato arrestato e viene ricevuto dalla moglie che gli organizza un incontro con Antonino Cinà, l’emissario in pectore di Riina.

21 GIUGNO 92 Ciancimino incontra Cinà e lo mette al corrente delle richieste dei carabinieri. Riina viene avvertito e dice <Si sono fatti sotto>. Riina comincia a redigere il papello.

QUARTA SETTIMANA GIUGNO I due Ciancimino tornano a Roma. Vito incontra per la seconda volta Mori e lo mette al corrente del loro lavoro svolto a Palermo e del contatto avvenuto con Riina

23 GIUGNO 92 Liliana Ferraro, Capo degli Affari Penali al Ministero di Grazia e Giustizia, viene avvicinata durante la Messa per il trigesimo della morte di Falcone da De Donno che le riferisce dei contatti avvenuti tra Ciancimino e Cosa Nostra. La Ferraro avverte Martelli (Ministro Giustizia) e secondo il racconto di Martelli poi la Ferraro avverte anche Borsellino, così come richiestole da De Donno.

25 GIUGNO 92 De Donno e Mori incontrano Borsellino nella caserma di Carini. Si parla dell’inchiesta mafia-appalti, ma si parla anche della trattativa in corso con Ciancimino?

28 GIUNGO 92 S’insedia il governo Amato. Borsellino è a Fiumicino di ritorno da una conferenza a Bari. Insieme a loro c’è anche Liliana Ferraro. Hanno parlato della trattativa? A Borsellino comunicano che è arrivata una lettera di minacce dove si dice che a Palermo è giunto un carico di tritolo.

1 LUGLIO 92 Ciancimino torna a Roma e consegna al padre il papello, insieme a un pizzino di Provenzano che chiede un altro incontro tra i due e fissa la data per il 12 Luglio. Nel pizzino Provenzano fa accenno anche al papello appena consegnato. E’ una prova questa inconfutabile dell’avvio della trattativa, prima della strage di Via D’Amelio. Nelle stesse ore Borsellino sta interrogando un pentito, Gaspare Mutolo, a Roma, il quale promette di fare delle importanti rivelazioni sulle infiltrazioni mafiose nello Stato e sui servizi segreti con particolare riferimento alla persona di Bruno Contrada. L’interrogatorio viene interrotto da una chiamata del Ministero dell’Interno. Borsellino chiude il verbale e si reca al Viminale, dicendo al pentito che sarebbe ritornato entro una mezz’ora. Qui si nasconde uno dei misteri più fitti dell’intera vicenda. Mancino che proprio allora s’insediava al Ministero, non ricorda di aver incontrato Borsellino (strano, visto la visibilità del magistrato). Sembra certo però che Borsellino al Viminale abbia incontrato il capo della Polizia Vincenzo Parisi insieme proprio al numero 3 del SISDE Bruno Contrada e che lo stesso Contrada abbia fatto una battuta al giudice palermitano in merito alla collaborazione di Mutolo con la giustizia. Borsellino tornerà sconvolto da Mutolo dopo quell’incontro al Viminale, secondo la testimonianza del pentito stesso. Cos’è successo? Perché Borsellino è così turbato? Le ipotesi in merito possono essere varie: E’ stato informato della trattativa? O forse è stato proprio l’incontro con l’agente dei servizi segreti Contrada a sconvolgerlo? Come faceva, infatti, l’agente del SISDE a sapere di quell’interrogatorio riservatissimo del giudice con Mutolo? Tornando a casa rivelerà alla moglie che in quell’ufficio ha respirato aria di morte. Perché? Forse Borsellino aveva capito che aveva una parte dello Stato contro e che sarebbe stato fermato prima che dai mafiosi, dai servizi segreti stessi, in quanto lui, con il suo lavoro, era d’intralcio alla trattativa? Tutte domande senza ancora risposta.

PRIMA SETTIMANA LUGLIO Vito Ciancimino consegna il papello al ‘signor Franco’ che rimane spiazzato dalle richieste di Riina, praticamente irricevibili e che non lasciano margine per la trattativa. In quell’incontro Vito Ciancimino dice anche di voler registrare le sue conversazioni con Mori e De Donno, il ‘signor Franco’ glielo sconsiglia, ma l’ex sindaco di Palermo non seguirà quel consiglio. Quelle registrazioni ora sono in mano ai magistrati di Palermo.

12 LUGLIO 92 V. Ciancimino, come d’accordo secondo pizzino, incontra Provenzano a Palermo. Ciancimino chiede a Provenzano di fare pressione su Riina perché ammorbidisca le sue richieste che così come sono state presentate sono del tutto inaccettabili.

13 LUGLIO 92 V. Ciancimino consegna il papello ai ROS che concordano, se queste sono le condizioni, che la trattativa avrà vita breve. La trattativa s’interrompe difatti e Ciancimino avverte Provenzano, il quale però non vuole desistere e chiede a Ciancimino di insistere con i ROS. 17 LUGLIO 92 In seguito all’insistenza di Provenzano, Ciancimino decide di mettere mano al papello. Ne riscrive una versione sua più ammorbidita. Questa sarà poi la versione che Massimo C. consegnerà agli inquirenti e sarà pubblicata nel 2009.

19 LUGLIO 92 Strage di Via D’Amelio. Paolo Borsellino muore insieme agli agenti della scorta Agostino Catalano, Claudio Traina, Emanuela Loi, Vincenzo Li Muli e Walter Cosina. Vito Ciancimino è furioso. Si sente in parte colpevole. Tentare di ragionare con Riina era stato un errore, Borsellino è la vittima sacrificata sull’altare della trattativa.

META’ AGOSTO 92 Dopo un momento di stasi Vito Ciancimino intensifica i suoi incontri con Provenzano. Stanno pensando ad una seconda fase della trattativa, dove Riina da interlocutore diventi l’oggetto della trattativa. Il papello diventa carta straccia, Riina viene tagliato fuori dalla trattativa.

25 AGOSTO 92 Inizia ufficialmente la seconda fase della trattativa. Riprendono i contatti con De Donno e Mori e i due Ciancimino in Via San Sebastianello 9 a Roma, abitazione dell’ex sindaco di Palermo. I nuovi patti sono i seguenti: Provenzano e V.Ciancimino aiuteranno i carabinieri ad arrestare Riina, i carabinieri regaleranno l’impunità a Provenzano che si riprenderà in mano Cosa Nostra attuando però una strategia anti-stragista. Ciancimino avrà agevolazioni processuali e sul suo patrimonio.

C’è un evidente cambio di strategia. La morte di Borsellino è stata la dimostrazione che Riina in realtà non aveva alcuna intenzione di trattare e le richieste nel papello ne erano la prova. Il capo dei capi non aveva intenzione di fermarsi nella sua lotta allo Stato che aveva l’obiettivo di distruggere la Prima Repubblica eliminando tutti gli uomini che ne avevano fatto parte. Eliminandoli fisicamente o indirettamente, come era stato con la strage di Capaci, dove la morte di Falcone aveva impedito ad Andreotti di diventare Presidente della Repubblica, sancendo di fatto la sua fine politica. Lo Stato stesso adesso cambia modo di ‘giocare’. La cattura di Riina diventa l’obiettivo principale, solo in quel modo si possono fermare le stragi.

META’ NOVEMBRE 92 Vito Ciancimino riesce a strappare definitivamente a Provenzano la promessa di rivelare il nascondiglio di Riina. Si mette subito in contatto con De Donno. Il patto che stipulano è il seguente: Riina verrà preso, ma il covo non dovrà essere perquisito, perché ci sono troppe carte che potrebbero far crollare l’Italia. A questo proposito Massimo Ciancimino ha riferito poi ai giudici le seguenti parole: “Provenzano riferì a mio padre che Totò Riina conservava carte e documenti di proposito con un obiettivo: se l´avessero arrestato avrebbero trovato tante di quelle cose, di quelle carte, che avrebbero fatto crollare l´Italia. Mio padre commentò con me il fatto dicendo che quello era un atteggiamento tipico di Riina. Secondo lui, conoscendo bene molti di questi documenti, sarebbero stati conservati apposta dal Riina con il solo fine di rovinare tante persone in caso di un suo arresto”

12 DICEMBRE 92 Sul Corriere della Sera esce un articolo in cui Mancino dice che Riina è alle corde e verrà preso

SECONDA SETTIMANA DICEMBRE 92 Provenzano consegna a Vito e Massimo, a Palermo, una busta con tutta la documentazione sulla zona dove si trova il rifugio di Riina.

14 DICEMBRE 92 Su Panorama esce un articolo che annuncia il prossimo dissequestro dei beni di Ciancimino. Gli accordi per il momento sono rispettati, sia da una parte che dall’altra. Vito Ciancimino è galvanizzato

19 DICEMBRE 92 Vito C. rientra a Roma e appena atterra viene arrestato. Il figlio chiama subito De Donno per chiedergli cosa stia succedendo, De Donno dice di non saperne niente. Massimo riparte immediatamente per Roma con tutta la documentazione che gli ha fornito Provenzano. Dal carcere di Rebibbia Massimo riceve una telefonata, è il padre che gli dice di tornare indietro e consegnare tutte le carte ai carabinieri. Riina deve essere preso

15 GENNAIO 93 Il Capitano Ultimo prende Riina. Il covo non viene perquisito.

(Continua…..)toto_riina1

A 500 ANNI DALLA NASCITA DE IL PRINCIPE DI MACHIAVELLI – di Filippo Secciani

Camminando gli uomini quasi sempre per le vie battute da altri, e procedendo nelle azioni loro con le imitazioni, né si potendo le vie di altri al tutto tenere, né alla virtù di quelli che tu imiti aggiugnere, debbe uno uomo prudente intrare sempre per vie battute da uomini grandi, e quelli che sono stati eccellentissimi imitare; acciò che, se la sua virtù non vi arriva, almeno ne renda qualche odore: e fare come gli arcieri prudenti, a’ quali parendo el loco dove disegnano ferire troppo lontano e conoscendo fino a quanto va la virtù del loro arco, pongono la mira assai più alta che il loco destinato, non per aggiugnere con la loro freccia a tanta altezza, ma per poter con l’aiuto di sì alta mira pervenire al disegno loro.

principe

Oggi 10 dicembre cade l’anniversario per i 500 anni della stesura del capolavoro politico di Nccolò Machiavelli, forse il più conosciuto e studiato trattato di dottrine politiche del mondo. 500 anni fa iniziava il pensiero politico moderno. Dedicato a Lorenzo de’ Medici per poter essere riammesso nelle grazie della stessa famiglia che lo aveva esiliato accusandolo di complottare contro di loro e poter così fare ritorno a Firenze. Nel 1498 Machiavelli divenne consigliere per gli affari esteri e militari della repubblica fiorentina, fino al cambio di governo e al suo esilio. Il Principe altro non è che un manuale ad uso di chiunque sia interessato ad ottenere e mantenere il potere politico. Come realista politico sua premura è quella di individuare i capisaldi della natura sociale umana (Aristotele diceva che l’uomo è un’animale politico) che possano durare e che possano essere d’aiuto alla sopravvivenza del principe e dello stato che rappresenta. L’uomo è un fenomeno naturale e come tale non è soggetto a mutamenti nel corso del tempo, per tanto è possibile stabilire delle leggi universali. La maggior parte degli uomini sono ingrati, volubili e avidi di guadagni. E’ in questo ambiente che il principe opera ed in questa società è inutile appellarsi alla morale cristiana. Machiavelli considera la politica come una scienza indipendente sorretta da proprie leggi, che non deve assolutamente prescindere da implicazioni morali o religiose ad essa estranee. Se da un lato Machiavelli insegna al lettore come rapportarsi con i nemici, l’innovazione che tra le tante lo contraddistingue dai suoi contemporanei è il comportamento che il principe deve tenere con gli amici. In politica e nel grande gioco del potere in generale, l’amicizia non deve e non può esistere (il caso dello spionaggio che recentemente ha visto coinvolti Stati Uniti e paesi europei, in particolare la Germania ce lo insegna); gli alleati sono uniti per convenienza e nel momento in cui questa utilità viene meno, viene a mancare anche il collante che li rende uniti (tra i casi storici possiamo citare la sconfitta del nazifascismo e l’inizio della Guerra Fredda). L’onestà, la moralità e la rettitudine sono dunque illusioni per il popolo: in un mondo in cui non prevale l’idealismo ma l’utilitarismo, il sovrano deve esserlo più di ogni altro se vuole non solo sopravvivere, ma governare. Dal punto di vista del leader gli amici sono tali solo quando è negli interessi del sovrano avveduto che lo siano, il quale deve non solo ispirare timore negli oppositori, ma anche verso gli alleati. Dal momento che l’amore e la paura possono difficilmente coesistere, se dobbiamo scegliere fra uno dei due, è molto più sicuro essere temuti che amati, mai disprezzati. Le virtù eroiche e generose sono inutili se non addirittura pericolose per il principe che vuole mantenere uno stato forte – oggi diremo competitivo – e le istituzioni salde. Il principe deve avere la forza di un leone e la furbizia di una volpe ci insegna Machiavelli. La miglior forma di governo per Machiavelli è quella repubblicana, il principato è sola una tappa (per quanto necessaria) alla costruzione di uno stato forte e sovrano. Per lui dunque i vari stati che costituiscono la penisola italiana devono essere al più presto unificati, sotto la guida di un principe illuminato. La visione meramente pessimista della natura umana, essenzialmente corrotta, lo spinge ad elaborale la teoria per cui la politica ha una sua logica morale, estranea al resto delle altre attività umane. Queste teorie politiche più avanti nei secoli verrano racchiuse nella definizione di ragion di stato. A spingere alla riflessione che poi ha prodotto la sua opera fu l’impiccagione del Savonarola, definito come “profeta disarmato”: che cosa vogliamo e come faremo a perseguire il nostro interesse? Le aspirazioni a sogni utopici o romantici sono fallici senza l’ausilio della forza sia essa militare o politica. E’ su ciò che si basa la sua dottrina politica del realismo, a cui aderiranno nel corso dei secoli personaggi illustri e grandi statisti come Richelieu, Metternich, Tayllerand, Bismarck, Kissinger solo per citare i nomi più noti. Principio primo di questa corrente è articolare le nostre azioni sulla realtà e quindi sulla verità, la quale tuttavia non è uguale per tutti, lui utilizza il termine di “verità effettuale”. Il mondo reale si manifesta per come è: complesso. La realtà è innegabilmente parziale, “fatta” da quale parte di realtà si vuole mostrare e da chi vuole farlo; al cui interno è racchiuso un interesse, sia particolare (utilitaristico) sia generale (rivolto al bene della comunità). L’idea che tutte le aspirazioni siano le stesse è un’idea ingannevole; ma è un inganno utile a chi governa per il fine ultimo del suo Interesse. Machiavelli infatti non ha la pretesa di celebrare un interesse comune, a meno che per quello non intendiamo la sopravvivenza di una repubblica. Lui parla di ciò che è utile per il principe. Mondo privato e sfera pubblica sono universi differenti inconciliabili. Il principe finché gli è possibile deve attenersi al bene, ma se per necessità fosse costretto, deve poter ripiegare sul male schiacciare i propri nemici, senza il timore di essere giudicato come malvagio. Proteggere il proprio Stato e conservare le energie questo è il primo insegnamento da seguire. Essere abile in guerra. Nella corsa al potere mai allearsi con chi è già più potente di noi e mai danneggiare chi è più forte. Mantenere lo stato in guardia e l’esercito numericamente adeguato per fronteggiare le minacce interne ed esterne dello stato. La guerra non è giusta, è solo necessaria. Per poter governare fare ricorso all’arte dell’inganno; utilizzare la crudeltà e la bontà come la situazione lo richiede. La politica non è una funzione dell’etica, ma l’etica lo è della politica. La violenza insensata e gratuita sono controproducenti; sempre meglio una dose di prudenza come elemento centrale per le nostre azioni; dobbiamo sempre ricordare che il fine giustifica i mezzi, per quanto crudeli essi siano. Per Machiavelli non ci può essere spazio per il rimorso nelle azioni del principe. Per la prima volta nel panorama politico italiano viene introdotto esplicitamente il concetto di stato, riducendo a solamente due le forme di governo valide: il principato o la repubblica. Machiavelli studia le realtà politiche che lo circondano ed assiste alla formazione dei prime stati nazionali, mentre ancora l’Italia è sottoposta ad occupazione straniera ed i territori liberi sono frammentati in tanti minuscoli staterelli. I regni in Europa vengono conquistati oppure unificati dal più forte, divenendo sempre più grandi e più forti con alla guida un principe forte e stabile. Nota anche come gli stati nazionali abbiano tutti un proprio esercito e come non si affidino più a milizie mercenarie – come ancora era in uso in Italia, infatti un principe ed uno stato che continui a farlo “non starà mai fermo né sicuro”. Il principe che si immagina Machiavelli sa adattarsi ed indirizzare la sua politica nella direzione che vuole e che è più utile per quella circostanza. Sapendo coniugare crudeltà e pietà, forza e astuzia il sovrano giungerà sicuramente al potere. Per lui è innegabile l’importanza di essere sostenuto dalla stima dei sudditi, ma allo stesso tempo non la considera come collegata all’agire morale. La politica supera la morale: l’interesse dello stato è al di sopra di tutto. Per mantenerlo forte e stabile il principe deve essere “non buono” e soprattutto deve essere portato ad agire “secondo la necessità”. Gli uomini sono esseri malvagi che vivono in un contesto negativo, per cui il principe non può agire secondo la morale tradizionale, giacché la sua sarebbe una sconfitta in partenza, ma qualora le circostanze lo richiedano deve essere anche feroce. Ecco allora che Machiavelli usa il termine “il fine giustifica i mezzi”. Lui non legittimata il comportamento umano immorale, ma è consapevole che sia i comportamenti umani virtuosi, sia quelli bestiali sono necessari per ottenere e mantenere il potere. Il principe deve essere capace di fare il male poiché ha come responsabilità, non solo se stesso, ma soprattutto il principato-repubblica. A differenza del tiranno, il quale è malvagio solo per trarne vantaggi utilitaristici. Chi è allora il principe? E’ uno strumento di cui i sudditi sono dotati per tutelarsi dall’esterno e per garantire il proprio benessere. La politica non è affidata nelle mani delle istituzioni, bensì alla capacità individuale di chi detiene il potere. Un altro fattore concorre alla riuscita dell’operato del principe. La fortuna è artefice per metà della vita umana, intesa come casualità e l’uomo, attraverso la virtù riesce a superare gli ostacoli che incontra lungo il suo cammino. Il male esercitato – eventualmente e non necessariamente dal principe – ha dunque lo scopo di garantire la convivenza civile all’interno dei confini da lui governati. Qualora lo stato venisse meno, o venisse meno la capacità di esercizio del potere del principe, la malvagità della natura umana verrebbe a manifestarsi e allora per dirla alla maniera di un altro teorico del realismo politico, Thomas Hobbes l’uomo ritornerebbe ad essere homo homini lupus. Cosa ci ha lascito in eredità Machiavelli? Dopo cinquecento anni il suo pensiero è più attuale che mai. I recenti scandali Prism e Datagate sono la cronaca recente di come ogni stato cerchi il suo interesse personale. L’idealismo politico non ha mai attecchito nella società. La Società delle Nazioni, promossa dal più grande sostenitore dell’idealismo politico del secolo scorso il presidente americano Wilson, è miseramente naufragata dopo appena 20 anni di vita. Le Nazioni Unite sono state fin da subito paralizzate dagli interessi utilitaristici dei membri permanenti del Consiglio di Sicurezza, che facendo ricorso al diritto di veto bloccavano ogni tipo di iniziativa che fosse di ostacolo per i loro vantaggi politici e ad oggi questa impasse sembra essere ben lontana dall’essere risolta. Unione Europea, Asean e le altre sigle che raccolgono in consesso gli stati sono realtà effimere fatte spesso di disuguaglianze che finiscono per indebolirle ancora di più. Certo è che la sensibilità e la coscienza umana è mutata, così come è cambiato il concetto di moralità per gli uomini. Oggi il legittimo ricorso alla crudeltà da parte del principe che Machiavelli teorizzava, non potrebbe aver luogo senza che si levino in coro voci di protesta. Tuttavia in un mondo che si va complicando sempre di più, sconvolto da crisi finanziarie, scomparsa di risorse primarie, processi migratori che si intensificheranno ancora di più negli anni a venire, guerre valutarie e molto altro i Principi di oggi sono chiamati a rispondere con capacità, efficienza e preparazione se non vogliono correre il rischio che la loro repubblica scompaia.

“Le va bene 28?” – “Va benissimo…anche se per me é un po’ un numeraccio!” Io al mio esame con il Prof. Balzani all’Universitá di Bologna – di Ferruccio Palazzesi

BalzaniIl 25 Novembre di quest’anno, il Prof. Vincenzo Balzani dell’Universitá di Bologna, insieme al Prof. Parisi e alla Prof.ssa Matteoli, ha ricevuto al Quirinale in presenza del Presidente Napolitano, il premio “Nature Award for Mentoring in Science” [1]. Questo riconoscimento, bandito dalla più prestigiosa rivista scientifica del mondo, Nature, viene conferito ogni anno a quei professori che nella loro vita accademia si sono distinti per l’insegnamento e la divulgazione delle materie scientifiche alle nuove generazioni di giovani scienziati…. e per esperienza diretta, non posso che trovarmi totalmente in accordo con questa scelta. Nella mia vita accademica, infatti, ho avuto il piacere di poter seguire un corso tenuto dal Prof. Balzani all’Universitá di Bologna. Da anni considerato come il pioniere della chimica e della fisica riguardante le interazioni della materia con la luce solare (fotochimica e fotofisica), ricordo ancora le sensazioni provate e le facce di noi studenti alla fine di ogni sua lezione. Bocche aperte ed espressioni soddisfatte (“Sí cavolo ho capito tutto!”) per la facilità e la semplicità con cui esponeva argomenti più o meno complessi. Dote che uno può possedere solo se animato da una vera passione per la materia e, soprattutto, una vera voglia di tramandare questa passione a giovani ragazzi come noi. Di lui, delle sue ricerche e dei suoi insegnamenti mi piacerebbe pero’ ricordare soprattutto due episodi. Il primo é molto divertente e fa capire come sia evidente che in Italia ci siano dei profondi problemi di comunicazione scientifica. Nell’anno 2004, il gruppo di ricerca guidato dal Prof. Balzani pubblica un lavoro su una macchina molecolare in grado di funzionare come un ascensore [2]..solo a livello nanometrico! Questo “complesso” (vedi figura), infatti, é alto 3.5 nanometri (1nanometro, nm, é un miliardesimo di metro), largo 2,5 nm ed in funzione si sposta di circa 0.7 nm. Fu una grande idea/invenzione che ottenne, giustamente, una certa risonanza anche in varie testate giornalistiche nazionali [3][4][5]. Alcuni mesi dopo il Prof. Balzani ricevette così una mail da un appassionato di motori. Tale lettera, che il professore mostrava durante le sue lezioni, conteneva più o meno il seguente testo: “Ho letto che Lei ha recentemente sviluppato un ascensore molecolare in grado di muoversi con un basso costo energetico. Io non conosco assolutamente niente di chimica, ma sono un appassionato di motori e sarebbe un’importante sviluppo se assieme potessimo applicare la sua invenzione ad un motore di una moto.” Questo aneddoto, come detto in precedenza, fa capire come i giornali che dovrebbero fare da collante tra il mondo scientifico e la vita di tutti i giorni, non sempre riescono a spiegare e far capire in pieno le ricerche effettuate e i risultati ottenuti nei laboratori.

Nello specifico, infatti, le dimensioni nanometriche di questo oggetto molecolare fanno sí che, anche in grandi quantità, esso non riesca a spostare una moto…o almeno non per il momento!

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[6]

L’altro aneddoto é invece molto più serio, e il Prof. Balzani ce lo raccontava con la speranza di farlo diventare il nostro motto quando saremmo diventati grandi. Sempre durante una delle sue lezioni mostrava, infatti, anche un’altra mail ricevuta dopo anni di ottime ricerche e pubblicazioni a livello internazionale. La lettera proveniva dal Dipartimento di Difesa degli Stati Uniti d’America e proponeva al professore un ottimo contratto per la ricerca e lo sviluppo di armamenti per l’esercito americano. La risposta fu ovviamente negativa e girandosi verso di noi pronunciava sempre le stesse parole: “La chimica e la fisica, che state imparando a conoscere, dovrete sempre utilizzarle per migliorare la vita delle persone e non per porne fine più facilmente.”

[1] http://www.nature.com/nature/awards/mentorship/

[2]Badjić J. D.; Balzani V.; Credi A.; Silvi S.; Stoddart F. J. Science. 2004. 303, 1845-1849

[3]http://www.studiocelentano.it/2004/03/nato-il-primo-ascensore-molecolare/!

[4]http://www.molecularlab.it/news/

[5]http://ricerca.repubblica.it/repubblica/archivio/repubblica/2006/11/21/il-ciamician-progetta-il-pc-chimico.html

 [6]http://www.alambicco.unito.it/A/Mag11/5_4_Macchine_molecolari.html

JOHN LENNON (9/10/1940 – 8/12/1980) – di Francesco Panzieri

tumblr_mudbk8dkJk1rc8f43o1_1280Oggi ricordiamo un egoista. Un presuntuoso. Anche un bugiardo, tossicomane con atteggiamenti da ragazzo ricco viziato, un parvenu con pose da letterato, un padre indifferente e snaturato in gioventù ed apprensivo e paranoico nell’età di mezzo, un misogino travestito da intellettuale di larghe vedute. Ma anche un genio della musica e della comunicazione, un critico dissacrante ed umorista sardonico nei confronti delle istituzioni. Perché altrimenti non si può definire l’autore di Nowhere Man, Girl, In My Life, Run for Your Life, Norwegian Wood, I’m Only Sleeping, She Said She Said, And Your Bird Can Sing, Tomorrow Never Knows, Lucy in the Sky with Diamonds, Happiness Is a Warm Gun, Dear Prudence, Yer Blues, Glass Onion, I’m So Tired, Julia, Revolution 1, Dig a Pony, Across the Universe, Come Together, Give Peace a Chance, Cold turkey, Working Class Hero, Mother, Instant Karma, Jealous Guy, Gimme Some truth, Power to the People, Imagine, Happy Xmas (War Is Over), Mind Games, Whatever Gets You Thru the Night, (Just Like) Starting Over, Woman. L’ideatore dei “bed-in” e dello slogan “Give peace a chanche”, l’uomo braccato dall’ F.B.I., il delinquentello che ha posto la prima pietra dei Beatles. L’arrogante che ha messo scompiglio nel Sud degli U.S.A., definendo i Beatles “più popolari di Gesù Cristo”. Sto parlando di John Winston Lennon. Sono passati 24 anni da quando un pazzo, Mark David Chapman, lo fulminò sull’asfalto a rivoltellate nella “sua” New York. Poche ore prima John gli aveva autografato un disco. La notizia fece il giro del Mondo e tutti rimasero sconvolti, anche i detrattori. Se ne andava così uno degli artisti più famosi, raggiungendo Elvis e gli altri nel ristretto Olimpo delle divinità musicali. Al massimo della fama e del successo come cantante e come attivista, ucciso dalla violenza cieca, lui che si era illuso di poter “dare alla pace una possibilità”. Lui che aveva detto che gli anni Settanta non sarebbero stati altro che un nuovo inizio, con le stesse battaglie del decennio precedente. E cosa avrebbe dovuto pensare uno che da un’infanzia da disadattato era arrivato in 15 anni a paragonarsi al divino? Che da tossicomane ormai fuori dalla band più famosa del Mondo si era saputo reinventare come paladino dei diritti civili e contro la guerra, con iniziative di impatto planetario e slogan scanditi da milioni di persone? Il suo egocentrismo, il suo “infantilismo imbarazzante” lo resero un personaggio tanto antipatico quanto il suo percorso coi Beatles lo aveva reso un mito. Lester Bangs, nel periodo solista, arrivò a scrivere di lui: “farebbe qualsiasi cosa, ricorrerebbe a qualsiasi mezzuccio, salirebbe sul carro di qualsiasi vincitore, pur di passare per un Artista Profondo. Il suo matrimonio con Yoko è stato un esempio di smania da arrampicatore culturale che ha rivelato un grave (e del tutto inatteso) complesso di inferiorità.” Ma non poté ignorare quella “goffa e devastata maestosità” che Lennon riuscì a comunicare con le sue canzoni. Che vivono oltre chi le ha scritte nonostante tutto: l’apatico vivacchiare degli anni Settanta, gli esperimenti bislacchi con la Plastic Ono Band, gli effetti di distorsione della voce, e chi più ne ha più ne metta. Il mito dei Beatles lo ha accompagnato nei successi ed insuccessi in vita, nella morte, proprio per mano di un pazzo fanatico dei Fab Four, nell’idolatria e nella celebrazione da eroe caduto, persino nell’abilità dimostrata dalla vedova e dalla ex moglie nel monetizzare ogni occasione fornita dal sacrificio dell’occhialuto ragazzo che nei clubbini di Liverpool amava gasare i compagni con: “Dove puntiamo ragazzi?” “Al top Johnny!” “Quale top?” “Il toppissimo del poppissimo!”