CRISI E CROLLO DELL’IMPERO D’AUSTRIA – di Filippo Secciani

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Lo scopo del Congresso di Vienna fu di riportare l’Europa a condizioni di stabilità politica in seguito alla sconfitta e la carcerazione di Napoleone. Gli statisti lì riuniti instaurarono un quindicennio di assoluta non belligeranza almeno fino allo scoppio della Rivoluzione di Luglio in Francia nel 1830. Nel corso di questi quindici anni – periodo conosciuto come Restaurazione – fu reintrodotto l’ordinamento politico antecedente la rivoluzione francese: nuovo equilibrio internazionale tra le potenze, controllo sulla sicurezza all’interno dei propri confini ed interventi militari unificati laddove si fossero manifestati intenti rivoluzionari. A questo scopo, per iniziativa dello zar Alessandro I, nacque la Triplice Alleanza tra Austria, Russia e Prussia in difesa dei valori cristiani ed alla quale aderirono anche Inghilterra e Francia. L’artefice della Restaurazione fu il ministro austriaco Metternich che si adoperò profondamente per mantenere lo status quo europeo, appoggiando ovunque nel Vecchio Continente quei governi di tipo assolutistico illuminato, unici artefici di buon governo e buona amministrazione. Al contrario contro la Restaurazione ed i suoi principi conservatori si opposero tutti quei paesi che avevano largamente goduto degli ideali rivoluzionari, quali libertà ed uguaglianza. Fu nuovamente dalla Francia che la rivolta partì. I liberali cacciarono il vecchio monarca Carlo X offrendo la corona a Luigi Filippo d’Orleans. Questo evento fu di importanza radicale per il futuro perché da quel momento la legittimità del potere monarchico derivava da un accordo, o patto, tra il sovrano ed il suo popolo. Gli echi della Rivoluzione di Luglio non tardarono a farsi sentire nel resto d’Europa, anche nel più conservatore dei paesi: l’Austria. A Vienna il germe della rivoluzione non attecchì immediatamente, infatti fu firmato con la Prussia e la Russia l’accordo di Munchengratz (1833) con il quale venne riconfermato il principio conservatore come valore fondante di queste tre nazioni. Tuttavia ovunque in Europa il tradizionalismo e l’immobilismo mostravano segnali inequivocabili di debolezza rispetto alle forze fresche dei moti rivoluzionari che caratterizzarono questo periodo, fino ad esplodere violentemente con le rivoluzioni del 1848. In questi anni l’Austria sotto Ferdinando I dovette affrontare una serie di problemi legati all’agricoltura e soprattutto alla questione delle nazionalità presenti all’interno dei confini dell’impero. Inoltre ogni limitato tentativo di apertura in senso liberale fu arrestata a causa degli scontri tra il Metternich (nel frattempo divenuto cancelliere nel 1821) e la famiglia regnante. La borghesia reclamava maggiore libertà ed i grandi proprietari terrieri erano favorevoli all’abbattimento della secolare servitù della gleba, oramai economicamente controproducente. Nei territori sotto il potere centrale si andava intensificando il malumore politico che sempre più spesso si trasformava in vera opposizione alle decisioni del governo centrale. Nel 1846 nella provincia polacca della Galizia si assistette ad una rivolta contro i poteri tradizionali. A sollevarsi fu nuovamente la classe media appoggiata dall’aristocrazia. L’imperatore messo alle strette adottò una politica spregiudicata per quanto efficace: mise in contrapposizione i contadini (promettendo loro libertà e terre) contro i grandi latifondisti. Solo così la rivolta fu domata. Le tensioni con l’Italia scaturirono dalla questione doganale. Nel 1843 infatti l’Austria vietò all’Italia l’esportazione di sale verso la Svizzera, rivendicando per sé questo monopolio. Al rifiuto di Carlo Alberto, l’Austria impose forti dazi (1846). Ben presto da scontro commerciale si trasformò in un vero e proprio confronto politico, con i partiti italiani schierati unanimemente contro l’impero austriaco ed a preludio di un futuro scontro militare. Il 1848 fu un anno di rivolte che caratterizzarono tutta l’Europa. Ancora un’altra volta l’input partì dalla Francia dove scoppiò la cosiddetta Rivoluzione di Febbraio che portò alla deposizione di Luigi Filippo e la nascita della Repubblica (24 febbraio) che come un domino coinvolse tutte le monarchie europee. In Austria era chiara la spinta liberalizzatrice delle masse, mentre erano ancora più forti le mire indipendentiste e nazionalistiche delle regioni sotto il dominio austriaco. Fu la classe media cittadina, in particolar modo quella boema e lombarda (ovvero quella delle due regioni più progredite ed economicamente più avanzate di tutto l’impero), a mostrare segni di assoluta insofferenza nei confronti del centro del potere politico-burocratico. Poi toccò alla capitale Vienna (13 marzo 1848) dove il popolo insorse, in seguito alla negazione da parte di Metternich di concedere le riforme a gran voce richieste e di una costituzione di stampo liberale. Il cancelliere fuggì in Inghilterra (a metafora del crollo del vecchio regime conservatore). Dopo il suo licenziamento scoppiò la rivolta anche a Milano, dove si ebbe la prima grande rivolta anti austriaca (5 giornate di Milano, 18-22 marzo 1848) che riuscì a cacciare le truppe imperiali guidate dal maresciallo Radetzky. Si trattò di una rivolta che coinvolse tutte le classi sociali della città dall’operaio, al borghese, all’aristocratico ed ebbe inizio in seguito alla cacciata austriaca dalla città di Venezia. Sull’onda delle spinta di queste forze popolari scoppiò la Prima Guerra d’Indipendenza, combattuta dal regno di Sardegna e da volontari che si risolse con la sconfitta per Carlo Alberto, la sua abdicazione in favore del figlio Vittorio Emanuele II e la restaurazione dell’impero nel Lombardo Veneto. A Vienna insorsero anche gli operai e gli artigiani. Alla fine Ferdinando I concesse il suffragio universale ed un’Assemblea o Reichstag composta da una sola camera (Bassa, formata dal popolo) la quale si riunì per la prima il 22 luglio ed abolì la servitù. Fu il nodo centrale delle varie etnie e nazionalità che componevano il mosaico austriaco a mettere immediatamente in difficoltà il lavoro del parlamento. E’ su quest’ottica innovatrice che fu convocato un congresso panslavo a Praga teso ad ottenere qualche forma di autonomia per le minoranze, ma che naufragò bene presto. Il comandante delle truppe austriache cannoneggiò la città boema e dopodiché la invase sottoponendola ad un regime di occupazione militare nel tentativo di bloccare le aspirazioni indipendentiste. Nel frattempo l’Ungheria, l’altra regione con una forte componente etnica e la più influente dell’impero insieme a quella germanica, si dotò di un proprio parlamento eletto a suffragio universale, di una costituzione borghese avanzata, abolì la servitù ed i privilegi della chiesa. In questo modo divenne a tutti gli effetti un vero e proprio stato indipendente e sovrano. L’imperatore dapprima lasciò correre certo che alcune forme di autonomia potessero sedare gli animi indipendentisti, in seguito – anche grazie al successo della controffensiva di Praga – inviò nuovamente l’esercito. La popolazione di Vienna scese in piazza in modo da bloccare la strada all’esercito diretto a Budapest. Come in passato il governò fomentò una contro l’altra le varie etnie ed inviò a sedare la rivolta di Vienna i soldati croati che in breve uccisero numerosi cittadini e spianarono la strada per l’esercito diretto in Ungheria. Dopo una lunga e strenua resistenza il popolo magiaro dovette cedere, non all’esercito di Ferdinando I, ma a quello russo accorso in suo aiuto. L’imperatore abdicò e gli successe suo nipote Francesco Giuseppe. A partire dal 1849 il governò mirò al rafforzamento del potere centrale, adottando un forte autoritarismo e reprimendo ancora con più ferocia le spinte autonomiste all’interno dell’impero. Questa scelta ben presto si dimostrò una politica fallimentare che tuttavia spinse la politica austriaca ad adottare scelte più moderniste, aprendosi anche all’industrializzazione. La Francia, nel frattempo, era tesa ad espandere la sua influenza in Europa messa in ombra dalle scelte del Congresso del 1814, perciò sottoscrisse con il regno di Sardegna di Vittorio Emanuele gli accordi di Plombieres nel luglio del 1858. Con il sostegno attivo di una potenza come la Francia, gli insorti italiani riuscirono a sconfiggere l’Austria. Napoleone III temendo un probabile intervento nel conflitto degli altri stati europei ed un eccessivo rafforzamento italiano ai suoi confini spinse per la firma dell’armistizio di Villafranca, che concludeva la Seconda Guerra d’Indipendenza. Un nuovo nemico si affacciò ai confini a nord di Vienna: la Prussia dell’imperatore Federico Guglielmo mirava a riunificare gli stati tedeschi sotto il controllo prussiano e sostituirsi a Vienna come punto di riferimento per gli stati germanici. Dapprima l’Austria riuscì a contenere l’espansionismo prussiano, facendole firmare la convenzione di Olmütz nel 1850 con la quale la Prussia rinunciava ad ogni suo proposito di creare una grande federazione di stati del Nord. Tutto ciò fu reso possibile non tanto dalle capacità diplomatiche austriache, quanto piuttosto dalla ideologica tradizionalista e legittimista di Federico Guglielmo, che vedeva nell’unione del suo impero con quello austriaco e russo la sua forza. Fu con la nomina a imperatore di suo fratello, Federico, che la politica prussiana cambiò totalmente rotta: il neo sovrano aveva grandi mire espansioniste e nazionaliste, per cui si diffuse nell’opinione pubblica l’idea che solamente uno dei due imperi centrali potesse guidare la popolazione germanica. Il pretesto per lo scoppio delle ostilità fu la questione della successione per i ducati germanofoni dello Schleswig e Holstein sottoposti alla corona danese. Nel 1864 Austria e Prussia attaccarono la Danimarca e la sconfissero. Bismarck voleva la loro annessione, l’Austria troppo lontana geograficamente per reclamarlo auspicava viceversa la loro costituzione in stato e la loro unione alla Confederazione. Fu raggiunto un compromesso temporaneo e di scarsa rilevanza perché la Prussia si preparava al confronto. Lo scoppio della guerra fu preceduto da un’intricata serie di trame politiche poste in essere dal cancelliere prussiano Otto von Bismarck che riuscì ad ottenere la neutralità della Russia, il beneplacito francese ad una guerra contro l’Austria e l’effettiva impossibilità da parte inglese di intervenire contro la Prussia e di sostenere un conflitto esclusivamente continentale. Il cancelliere si alleò anche con il Regno d’Italia in modo da avere l’Austria impegnata su due fronti contemporaneamente. Il conflitto sul fronte italiano prese il nome di Terza Guerra D’Indipendenza – fu il primo nel quale venne coinvolto il Regno d’Italia, dopo la sua nascita nel 1861. Assicuratosi queste garanzie Bismarck e l’imperatore invasero l’Holstein (sotto il controllo austriaco, in base alla convenzione di Gastein). Il conflitto si aprì il 14 giugno e terminò il 26 luglio con la disfatta austriaca a Sadowa il 3 luglio. Fu firmata la pace di Praga. Per volontà del cancelliere prussiano le condizioni di resa non furono dure. L’Austria fu solamente costretta a cedere all’Italia il Veneto, in modo tale da ottenere una sua futura alleanza contro la Francia di Napoleone III. In politica interna gli effetti della sconfitta provocarono un generale indebolimento delle istituzioni che a sua volta promosse la svolta del “compromesso” del 1867 e il riconoscimento delle aspirazioni ungheresi. Da ciò nacque la cosiddetta Duplice Monarchia. Prese forma l’impero Austro-ungarico e Francesco Giuseppe assunse il ruolo di imperatore d’Austria e re di Ungheria; nelle sue mani era concentrato il potere esecutivo, mentre quello legislativo era nelle mani del parlamento austriaco. Politica estera, finanze ed esercito erano amministrate da una rappresentazione mista dei due parlamenti. Fu infine sottoscritta un’unione doganale. Il grave errore di questo processo di unificazione fu la decisione voluta di estromettere dagli organi decisionali le minoranze etniche di origine slava, la cui oppressione fu una delle cause dello scoppio del primo conflitto mondiale. Questo eterogeneo coacervo di etnie fu infatti caratterizzato da profonde disomogeneità: economiche, sociali, politiche ed infine religiose. Nel 1873 l’impero fu investito da una profonda crisi economica che ritardò ancora di più lo sviluppo industriale. Il paese era essenzialmente agricolo, con sacche di industrializzazione presenti perlopiù vicino ai grandi centri urbanizzati. Come nel resto d’Europa anche qui si formarono i grandi partiti di massa. Accanto alla loro nascita e alla loro mobilitazione si contrapponeva l’immobilismo politico tradizionale, quello burocratico e non ultimo quello dei grandi proprietari terrieri. Nonostante la soluzione dualistica adottata dall’impero le aspirazioni indipendentiste non sembravano diminuire. I cechi – sotto l’influenza dell’intellettuale di Masaryk – furono i primi a dare il via alla nuova stagione di richieste di autonomie (la Boemia era la regione più ricca). La borghesia ceca accusava sentimenti di inferiorità rispetto alle due etnie dominanti. Nacque con questo scopo revanscista un movimento nazionalista che portò alla costituzione nel 1900 del partito progressista ceco. Slavi, serbi e croati miravano alla creazione di un proprio regno indipendente: ad una soluzione dualistica auspicavano la formazione di un impero trialistico, con la loro partecipazione diretta alle scelte politiche del paese. Non va sottovalutato anche il ruolo dell’Ungheria che proseguiva nella sua continua ricerca della totale indipendenza da Francesco Giuseppe, il quale sotto la pressione dei grandi latifondisti e della borghesia, concesse il suffragio universale nel 1906. Con l’allargamento dell’elettorato cambiò la composizione del parlamento. Ottennero una quantità maggiore di seggi i partiti di massa cristiano-popolare e socialista. Nel 1908 scoppiò una grave crisi nei Balcani determinata dall’assoluta contraddizione della politica interna dell’imperatore: se da un lato si concedevano sempre maggiori autonomie ai territori, dall’altro l’immobilismo accentratore della burocrazia e delle istituzioni conducevano inesorabilmente l’impero Austro-ungarico al collasso. A cause di queste scelte conservatrici il governo non poté mai godere dell’appoggio popolare delle masse e soprattutto di quelle etnie mai tutelate, ma anzi sopraffatte dalle pressioni della popolazione magiara e germanica, il cui apice si raggiunse con l’attentato all’arciduca Francesco Ferdinando a Sarajevo nel 1914 che provocò lo scoppio della Prima Guerra Mondiale.

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