JOHN LENNON (9/10/1940 – 8/12/1980) – di Francesco Panzieri

tumblr_mudbk8dkJk1rc8f43o1_1280Oggi ricordiamo un egoista. Un presuntuoso. Anche un bugiardo, tossicomane con atteggiamenti da ragazzo ricco viziato, un parvenu con pose da letterato, un padre indifferente e snaturato in gioventù ed apprensivo e paranoico nell’età di mezzo, un misogino travestito da intellettuale di larghe vedute. Ma anche un genio della musica e della comunicazione, un critico dissacrante ed umorista sardonico nei confronti delle istituzioni. Perché altrimenti non si può definire l’autore di Nowhere Man, Girl, In My Life, Run for Your Life, Norwegian Wood, I’m Only Sleeping, She Said She Said, And Your Bird Can Sing, Tomorrow Never Knows, Lucy in the Sky with Diamonds, Happiness Is a Warm Gun, Dear Prudence, Yer Blues, Glass Onion, I’m So Tired, Julia, Revolution 1, Dig a Pony, Across the Universe, Come Together, Give Peace a Chance, Cold turkey, Working Class Hero, Mother, Instant Karma, Jealous Guy, Gimme Some truth, Power to the People, Imagine, Happy Xmas (War Is Over), Mind Games, Whatever Gets You Thru the Night, (Just Like) Starting Over, Woman. L’ideatore dei “bed-in” e dello slogan “Give peace a chanche”, l’uomo braccato dall’ F.B.I., il delinquentello che ha posto la prima pietra dei Beatles. L’arrogante che ha messo scompiglio nel Sud degli U.S.A., definendo i Beatles “più popolari di Gesù Cristo”. Sto parlando di John Winston Lennon. Sono passati 24 anni da quando un pazzo, Mark David Chapman, lo fulminò sull’asfalto a rivoltellate nella “sua” New York. Poche ore prima John gli aveva autografato un disco. La notizia fece il giro del Mondo e tutti rimasero sconvolti, anche i detrattori. Se ne andava così uno degli artisti più famosi, raggiungendo Elvis e gli altri nel ristretto Olimpo delle divinità musicali. Al massimo della fama e del successo come cantante e come attivista, ucciso dalla violenza cieca, lui che si era illuso di poter “dare alla pace una possibilità”. Lui che aveva detto che gli anni Settanta non sarebbero stati altro che un nuovo inizio, con le stesse battaglie del decennio precedente. E cosa avrebbe dovuto pensare uno che da un’infanzia da disadattato era arrivato in 15 anni a paragonarsi al divino? Che da tossicomane ormai fuori dalla band più famosa del Mondo si era saputo reinventare come paladino dei diritti civili e contro la guerra, con iniziative di impatto planetario e slogan scanditi da milioni di persone? Il suo egocentrismo, il suo “infantilismo imbarazzante” lo resero un personaggio tanto antipatico quanto il suo percorso coi Beatles lo aveva reso un mito. Lester Bangs, nel periodo solista, arrivò a scrivere di lui: “farebbe qualsiasi cosa, ricorrerebbe a qualsiasi mezzuccio, salirebbe sul carro di qualsiasi vincitore, pur di passare per un Artista Profondo. Il suo matrimonio con Yoko è stato un esempio di smania da arrampicatore culturale che ha rivelato un grave (e del tutto inatteso) complesso di inferiorità.” Ma non poté ignorare quella “goffa e devastata maestosità” che Lennon riuscì a comunicare con le sue canzoni. Che vivono oltre chi le ha scritte nonostante tutto: l’apatico vivacchiare degli anni Settanta, gli esperimenti bislacchi con la Plastic Ono Band, gli effetti di distorsione della voce, e chi più ne ha più ne metta. Il mito dei Beatles lo ha accompagnato nei successi ed insuccessi in vita, nella morte, proprio per mano di un pazzo fanatico dei Fab Four, nell’idolatria e nella celebrazione da eroe caduto, persino nell’abilità dimostrata dalla vedova e dalla ex moglie nel monetizzare ogni occasione fornita dal sacrificio dell’occhialuto ragazzo che nei clubbini di Liverpool amava gasare i compagni con: “Dove puntiamo ragazzi?” “Al top Johnny!” “Quale top?” “Il toppissimo del poppissimo!”

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