A 500 ANNI DALLA NASCITA DE IL PRINCIPE DI MACHIAVELLI – di Filippo Secciani

Camminando gli uomini quasi sempre per le vie battute da altri, e procedendo nelle azioni loro con le imitazioni, né si potendo le vie di altri al tutto tenere, né alla virtù di quelli che tu imiti aggiugnere, debbe uno uomo prudente intrare sempre per vie battute da uomini grandi, e quelli che sono stati eccellentissimi imitare; acciò che, se la sua virtù non vi arriva, almeno ne renda qualche odore: e fare come gli arcieri prudenti, a’ quali parendo el loco dove disegnano ferire troppo lontano e conoscendo fino a quanto va la virtù del loro arco, pongono la mira assai più alta che il loco destinato, non per aggiugnere con la loro freccia a tanta altezza, ma per poter con l’aiuto di sì alta mira pervenire al disegno loro.

principe

Oggi 10 dicembre cade l’anniversario per i 500 anni della stesura del capolavoro politico di Nccolò Machiavelli, forse il più conosciuto e studiato trattato di dottrine politiche del mondo. 500 anni fa iniziava il pensiero politico moderno. Dedicato a Lorenzo de’ Medici per poter essere riammesso nelle grazie della stessa famiglia che lo aveva esiliato accusandolo di complottare contro di loro e poter così fare ritorno a Firenze. Nel 1498 Machiavelli divenne consigliere per gli affari esteri e militari della repubblica fiorentina, fino al cambio di governo e al suo esilio. Il Principe altro non è che un manuale ad uso di chiunque sia interessato ad ottenere e mantenere il potere politico. Come realista politico sua premura è quella di individuare i capisaldi della natura sociale umana (Aristotele diceva che l’uomo è un’animale politico) che possano durare e che possano essere d’aiuto alla sopravvivenza del principe e dello stato che rappresenta. L’uomo è un fenomeno naturale e come tale non è soggetto a mutamenti nel corso del tempo, per tanto è possibile stabilire delle leggi universali. La maggior parte degli uomini sono ingrati, volubili e avidi di guadagni. E’ in questo ambiente che il principe opera ed in questa società è inutile appellarsi alla morale cristiana. Machiavelli considera la politica come una scienza indipendente sorretta da proprie leggi, che non deve assolutamente prescindere da implicazioni morali o religiose ad essa estranee. Se da un lato Machiavelli insegna al lettore come rapportarsi con i nemici, l’innovazione che tra le tante lo contraddistingue dai suoi contemporanei è il comportamento che il principe deve tenere con gli amici. In politica e nel grande gioco del potere in generale, l’amicizia non deve e non può esistere (il caso dello spionaggio che recentemente ha visto coinvolti Stati Uniti e paesi europei, in particolare la Germania ce lo insegna); gli alleati sono uniti per convenienza e nel momento in cui questa utilità viene meno, viene a mancare anche il collante che li rende uniti (tra i casi storici possiamo citare la sconfitta del nazifascismo e l’inizio della Guerra Fredda). L’onestà, la moralità e la rettitudine sono dunque illusioni per il popolo: in un mondo in cui non prevale l’idealismo ma l’utilitarismo, il sovrano deve esserlo più di ogni altro se vuole non solo sopravvivere, ma governare. Dal punto di vista del leader gli amici sono tali solo quando è negli interessi del sovrano avveduto che lo siano, il quale deve non solo ispirare timore negli oppositori, ma anche verso gli alleati. Dal momento che l’amore e la paura possono difficilmente coesistere, se dobbiamo scegliere fra uno dei due, è molto più sicuro essere temuti che amati, mai disprezzati. Le virtù eroiche e generose sono inutili se non addirittura pericolose per il principe che vuole mantenere uno stato forte – oggi diremo competitivo – e le istituzioni salde. Il principe deve avere la forza di un leone e la furbizia di una volpe ci insegna Machiavelli. La miglior forma di governo per Machiavelli è quella repubblicana, il principato è sola una tappa (per quanto necessaria) alla costruzione di uno stato forte e sovrano. Per lui dunque i vari stati che costituiscono la penisola italiana devono essere al più presto unificati, sotto la guida di un principe illuminato. La visione meramente pessimista della natura umana, essenzialmente corrotta, lo spinge ad elaborale la teoria per cui la politica ha una sua logica morale, estranea al resto delle altre attività umane. Queste teorie politiche più avanti nei secoli verrano racchiuse nella definizione di ragion di stato. A spingere alla riflessione che poi ha prodotto la sua opera fu l’impiccagione del Savonarola, definito come “profeta disarmato”: che cosa vogliamo e come faremo a perseguire il nostro interesse? Le aspirazioni a sogni utopici o romantici sono fallici senza l’ausilio della forza sia essa militare o politica. E’ su ciò che si basa la sua dottrina politica del realismo, a cui aderiranno nel corso dei secoli personaggi illustri e grandi statisti come Richelieu, Metternich, Tayllerand, Bismarck, Kissinger solo per citare i nomi più noti. Principio primo di questa corrente è articolare le nostre azioni sulla realtà e quindi sulla verità, la quale tuttavia non è uguale per tutti, lui utilizza il termine di “verità effettuale”. Il mondo reale si manifesta per come è: complesso. La realtà è innegabilmente parziale, “fatta” da quale parte di realtà si vuole mostrare e da chi vuole farlo; al cui interno è racchiuso un interesse, sia particolare (utilitaristico) sia generale (rivolto al bene della comunità). L’idea che tutte le aspirazioni siano le stesse è un’idea ingannevole; ma è un inganno utile a chi governa per il fine ultimo del suo Interesse. Machiavelli infatti non ha la pretesa di celebrare un interesse comune, a meno che per quello non intendiamo la sopravvivenza di una repubblica. Lui parla di ciò che è utile per il principe. Mondo privato e sfera pubblica sono universi differenti inconciliabili. Il principe finché gli è possibile deve attenersi al bene, ma se per necessità fosse costretto, deve poter ripiegare sul male schiacciare i propri nemici, senza il timore di essere giudicato come malvagio. Proteggere il proprio Stato e conservare le energie questo è il primo insegnamento da seguire. Essere abile in guerra. Nella corsa al potere mai allearsi con chi è già più potente di noi e mai danneggiare chi è più forte. Mantenere lo stato in guardia e l’esercito numericamente adeguato per fronteggiare le minacce interne ed esterne dello stato. La guerra non è giusta, è solo necessaria. Per poter governare fare ricorso all’arte dell’inganno; utilizzare la crudeltà e la bontà come la situazione lo richiede. La politica non è una funzione dell’etica, ma l’etica lo è della politica. La violenza insensata e gratuita sono controproducenti; sempre meglio una dose di prudenza come elemento centrale per le nostre azioni; dobbiamo sempre ricordare che il fine giustifica i mezzi, per quanto crudeli essi siano. Per Machiavelli non ci può essere spazio per il rimorso nelle azioni del principe. Per la prima volta nel panorama politico italiano viene introdotto esplicitamente il concetto di stato, riducendo a solamente due le forme di governo valide: il principato o la repubblica. Machiavelli studia le realtà politiche che lo circondano ed assiste alla formazione dei prime stati nazionali, mentre ancora l’Italia è sottoposta ad occupazione straniera ed i territori liberi sono frammentati in tanti minuscoli staterelli. I regni in Europa vengono conquistati oppure unificati dal più forte, divenendo sempre più grandi e più forti con alla guida un principe forte e stabile. Nota anche come gli stati nazionali abbiano tutti un proprio esercito e come non si affidino più a milizie mercenarie – come ancora era in uso in Italia, infatti un principe ed uno stato che continui a farlo “non starà mai fermo né sicuro”. Il principe che si immagina Machiavelli sa adattarsi ed indirizzare la sua politica nella direzione che vuole e che è più utile per quella circostanza. Sapendo coniugare crudeltà e pietà, forza e astuzia il sovrano giungerà sicuramente al potere. Per lui è innegabile l’importanza di essere sostenuto dalla stima dei sudditi, ma allo stesso tempo non la considera come collegata all’agire morale. La politica supera la morale: l’interesse dello stato è al di sopra di tutto. Per mantenerlo forte e stabile il principe deve essere “non buono” e soprattutto deve essere portato ad agire “secondo la necessità”. Gli uomini sono esseri malvagi che vivono in un contesto negativo, per cui il principe non può agire secondo la morale tradizionale, giacché la sua sarebbe una sconfitta in partenza, ma qualora le circostanze lo richiedano deve essere anche feroce. Ecco allora che Machiavelli usa il termine “il fine giustifica i mezzi”. Lui non legittimata il comportamento umano immorale, ma è consapevole che sia i comportamenti umani virtuosi, sia quelli bestiali sono necessari per ottenere e mantenere il potere. Il principe deve essere capace di fare il male poiché ha come responsabilità, non solo se stesso, ma soprattutto il principato-repubblica. A differenza del tiranno, il quale è malvagio solo per trarne vantaggi utilitaristici. Chi è allora il principe? E’ uno strumento di cui i sudditi sono dotati per tutelarsi dall’esterno e per garantire il proprio benessere. La politica non è affidata nelle mani delle istituzioni, bensì alla capacità individuale di chi detiene il potere. Un altro fattore concorre alla riuscita dell’operato del principe. La fortuna è artefice per metà della vita umana, intesa come casualità e l’uomo, attraverso la virtù riesce a superare gli ostacoli che incontra lungo il suo cammino. Il male esercitato – eventualmente e non necessariamente dal principe – ha dunque lo scopo di garantire la convivenza civile all’interno dei confini da lui governati. Qualora lo stato venisse meno, o venisse meno la capacità di esercizio del potere del principe, la malvagità della natura umana verrebbe a manifestarsi e allora per dirla alla maniera di un altro teorico del realismo politico, Thomas Hobbes l’uomo ritornerebbe ad essere homo homini lupus. Cosa ci ha lascito in eredità Machiavelli? Dopo cinquecento anni il suo pensiero è più attuale che mai. I recenti scandali Prism e Datagate sono la cronaca recente di come ogni stato cerchi il suo interesse personale. L’idealismo politico non ha mai attecchito nella società. La Società delle Nazioni, promossa dal più grande sostenitore dell’idealismo politico del secolo scorso il presidente americano Wilson, è miseramente naufragata dopo appena 20 anni di vita. Le Nazioni Unite sono state fin da subito paralizzate dagli interessi utilitaristici dei membri permanenti del Consiglio di Sicurezza, che facendo ricorso al diritto di veto bloccavano ogni tipo di iniziativa che fosse di ostacolo per i loro vantaggi politici e ad oggi questa impasse sembra essere ben lontana dall’essere risolta. Unione Europea, Asean e le altre sigle che raccolgono in consesso gli stati sono realtà effimere fatte spesso di disuguaglianze che finiscono per indebolirle ancora di più. Certo è che la sensibilità e la coscienza umana è mutata, così come è cambiato il concetto di moralità per gli uomini. Oggi il legittimo ricorso alla crudeltà da parte del principe che Machiavelli teorizzava, non potrebbe aver luogo senza che si levino in coro voci di protesta. Tuttavia in un mondo che si va complicando sempre di più, sconvolto da crisi finanziarie, scomparsa di risorse primarie, processi migratori che si intensificheranno ancora di più negli anni a venire, guerre valutarie e molto altro i Principi di oggi sono chiamati a rispondere con capacità, efficienza e preparazione se non vogliono correre il rischio che la loro repubblica scompaia.

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