La recensione di oggi: PHILOMENA di Stephen Frears – di Michele Iovine

Judi Dench in PhilomenaIrlanda 1952. La giovane Philomena Lee rimane incinta e viene disonorata dalla famiglia che la spedisce in un convento di suore. Qui partorisce, ma il bambino che potrà vedere soltanto per un’ora al giorno, qualche anno dopo viene dato in adozione. 2002. Sono trascorsi cinquant’anni, Philomena non ha ancora smesso di cercare il suo bambino e un giornalista, appena licenziato, venuto a sapere della vicenda, si unisce all’anziana madre nelle ricerche del figlio, con il pretesto di cercare una storia da raccontare che possa rilanciare così la sua carriera. Il nuovo film di Stephen Frears si candida per essere uno dei più bei film dell’anno, se non il migliore in assoluto. Questo giudizio se lo era già aggiudicato tra gli spettatori che a Settembre lo avevano visionato in anteprima mondiale alla 70 Mostra Internazionale dell’arte cinematografica di Venezia, dove, seppur non ottenendo il massimo riconoscimento, aveva convinto tutti, risultando di gran lunga il miglior lungometraggio selezionato. Non aveva vinto il Leone d’Oro, (film troppo superiore alla concorrenza), ma aveva ottenuto un altro importante riconoscimento durante la serata di premiazione, l’osella per la miglior sceneggiatura. E non a caso direi. Il punto di forza del film risiede indubbiamente nella sua scrittura. A metà strada tra la commedia e il dramma, la sceneggiatura appare particolarmente brillante ed esilarante nei momenti più leggeri, in cui si ride e altrettanto intensa ed emotivamente coinvolgente quando invece si dispiegano i vari passaggi drammatici della storia. Ci si diverte quindi da un lato, ma si piange anche dall’altro e il merito di questa perfetta commistione tra i due generi oltre che della sceneggiatura come detto, è anche di chi si fa carico di valorizzarla, ovvero degli interpreti Judi Dench e Steve Coogan. Una coppia perfetta, in cui entrambi gli attori incarnano al meglio rispettivamente il ruolo della vecchia un po’ svampita, fuori dal mondo, ma anche piena di quell’amore che solo una madre è in grado di provare e del giornalista rampante in cerca di riscatto e di rilancio. Un’alchimia intensa e divertente che cresce sempre di più man mano che la storia procede e che sembra un po’ ricostruire quel rapporto tra madre e figlio che la protagonista non è mai riuscita a vivere. Frears irrompe senza mezze misure in quel mondo cattolico bigotto ed estremista che ha trasformato il concetto di fede da un credo ad un’ideologia, vissuta ai limiti del fanatismo, non come una speranza, ma piuttosto come un dogma. La critica del regista inglese è forte, fortissima, ma anche altrettanto intelligente. Se infatti, ci pone davanti ad una vicenda quanto mai drammatica, Frears sa dosare perfettamente la tragedia che mette in scena attraverso meravigliosi momenti di humor tipicamente inglese che controbilanciano perfettamente la storia, riuscendo a regalare allo spettatore lacrime e risate, gioie e dolori.

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