I MIGLIORI ALBUM STRANIERI DEL 2013 – di Francesco Panzieri

Il 2013 della musica pop ha assistito al trionfo di vendite dei Daft Punk con “Random Access Memories” e di critica di Kanye West per “Yeezus”. Nel rock delusione per l’album dei Pearl Jam e reazioni contrastanti per “The Next Day” di David Bowie, tutto sommato molto dignitoso, ma che ha generato più gossip che recensioni positive. Per il sottoscritto questi sono i quattro album da ricordare dell’anno che sta finendo:

Atoms for peace – “AMOK” Quando unisci il genio compositivo di Thom Yorke (Radiohead) con la bravura di Flea (Red Hot Chili Peppers, al basso), Nigel Godrich (ex produttore Radiohead), Joey Waronker (batteria) e Mauro Refosco (percussioni), difficilmente ottieni un risultato deludente. Non è infatti il caso di AMOK, multiforme ma compatto primo lavoro del suddetto supergruppo, nato per caso e per passione e successivamente cesellato e rifinito come un materiale prezioso. Le suggestioni cerebrali, melodiche ed elettroniche di Thom Yorke (ultimi album dei Radiohead in pole position) si intrecciano con una linea ritmica che ha un impatto straordinario. Industrial ed onirico al tempo stesso, ascoltare “Default”, “Ingenue” e “Judge, Jury and Executioner” per credere.

Primal-Scream-More-LightPrimal Scream – “More light” La storica band scozzese di Bobbie Gillespie dimostra di avere sette vite come i gatti. Il frontman maudit ne è l’esempio lampante: passato indenne attraverso i più vari eccessi, cambiato pelle più di una volta (dagli Stones allo shoegaze, dall’elettronica alla dance, dall’acid rock alla psichedelia), si dimostra più in forma che mai. L’album è un’enciclopedia di tutte le possibilità musicali (e sono molte) nelle corde della band. L’inizio, “2013”, sono nove minuti di caotica psichedelia sostenuta con un magnifico riff di sassofono, musica solare e testi neri come l’anno appena trascorso, che parlano di moderna schiavitù e rivolte. Difficile descrivere le dissonanze spiazzanti di “Hit void”, il funk sporco di “Culturecide”, una delle loro migliori degli ultimi anni, la Beverly Hills anni Ottanta di “Invisible City”, il blues acido di “Elimination blues” (con un certo Robert Plant ai cori). L’album scorre fluido svelando tuttavia nuove sorprese ad ogni canzone, come un fiume in piena che fatica a rimanere entro gli argini dei canoni rock. La catarsi finale è la bellissima e piena di speranza, “It’s alright, it’s ok”, cavalcata di percussioni e bongos e cori gospel che ricorda il finale di “You can’t always get what you want” dei Rolling Stones, rifatto però in salsa “Madchester”: siamo immediatamente catapultati in una festa scatenata e sballata, perché anche nel dannato 2013 “there’s a time to remember/ a time to forget”

Depeche Mode – “Delta Machine” Il trio inglese si conferma all’apice dell’electro rock mondiale, nonostante le “anta” primavere sulle spalle. DM è una miscela ininterrotta di elettronica, languori blues (il titolo evoca il Delta del Mississippi, Mecca del genere), rock e ritmi synth. Un album memorabile tra quelli partoriti nel nuovo millennio da Gahan, Gore e Fletcher, che hanno messo da parte gli storici e ricorrenti eccessi e litigi, prendendosi lunghi periodi di riflessione e separazione per poi sprigionare in studio tutta la complessità del loro suono scuro eppure accessibile. Si parlava di spleen nero ed elettronica: “Should be Higher” e “Soothe my soul” hanno la sensualità da performance concertistica gahaniana, “Soft touch/Raw nerve” ha la giusta grinta rock ed i tre bluesoni dannatamente elettronici “Welcome to my world”, “Angel” e “Heaven” in apertura, fanno da chiaro sigillo al contenuto.

savagesSavages – “Silence yourself” L’esordio dell’anno è quello delle “selvagge”: quattro ragazze londinesi (la cantante Camille Berthomier in arte Jenny Beth è di origini francesi) che da piccole sono cadute nella pozione magica della wave manchesteriana. Joy Division e Siouxie and the Banshees sono i loro modelli, ma le ragazze hanno bene assimilato anche la lezione del metal anni Ottanta, con un suono cupo, aggressivo ed istintuale, vocalismi alla P.J. Harvey e linee di basso che colpiscono come martellate. “Shut Up”, la canzone iniziale, ha una lunga introduzione di parlato (un estratto da “Opening night” di John Cassavetes) ed una plettrata di basso che vale da sola il disco, “Strife” ha un sapore di notturno invernale, “She will” è più che mai dark, “I am Here” e “No Face” scorrono sui binari del più sfacciato rock ‘n’ roll ed “Husbands”, che parla di violenza domestica, dà un metaforico calcio punk nei testicoli dei mariti. Perché Silence Yourself è un disco di donne che non giocano a fare gli uomini..

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