VIGNE AGLI STRANIERI: RISCHIO O OPPORTUNITA’ ? – di Marco Ciacci

 

Dall’inizio della fase recessiva un cospicuo numero di marchi dell’agroalimentare italiano è stato rilevato da grandi aziende multinazionali straniere che hanno scommesso in maniera significativa sul marchio Made in Italy, sinonimo in tutto il mondo di qualità, tipicità e sicurezza alimentare. In alcuni casi le aziende acquirenti non hanno il loro core business nell’agroalimentare e non mirano al mantenimento della produzione di qualità, bensì al marchio italiano da utilizzare sui mercati mondiali per ottenere profitto a breve termine. Fenomeno che non riguarda solo i grandi brand privati italiani, ma anche le piccole aziende sparse per la Penisola, soprattutto nel comparto vitivinicolo. Difficile capire quali saranno gli impatti futuri nel settore, quando attori stranieri avranno un reale peso anche nella gestione dei marchi geografici attraverso le quote consortili e disporranno di una capacità imprenditoriale superiore nei mercati esteri. Negli ultimi mesi stiamo assistendo ad un incremento notevole delle acquisizioni di terreni destinati alla produzione vitivinicola. Un fenomeno che merita di essere analizzato per comprendere quali siano i possibili scenari futuri, visto che non tutti i nuovi acquirenti hanno la stessa natura e gli stessi obiettivi. Nel villaggio globale sarebbe insensato ritenere una minaccia la fusione culturale che anche nell’agroalimentare avviene continuamente, ma sarebbe altrettanto insensato non concentrarsi sulla preservazione dei tratti che rendono tipiche e inconfondibili le produzioni vitivinicole italiane. Soprattutto perché senza regole certe non è detto che queste produzioni abbiano un futuro. In alcuni casi i nuovi proprietari stranieri si calano nel territorio allo stesso modo dei produttori locali, se non meglio, con più cura e attenzione alle regole produttive e alla tipicità. In altri casi, però, la situazione è molto diversa e rappresenta motivo di preoccupazione. Quando sono i fondi di investimento a rilevare le aziende, si assiste spesso ad una perdita di identità perché questi soggetti si muovono per ottenere vantaggi economici a breve termine. Questo non significa introdurre barriere o emanare leggi che puniscano a priori, ma comprendere la complessità del fenomeno per guidano sulla strada della qualità, una strada che per il vero Made in Italy ha sempre pagato.

stingDal 2007 al 2012 – anni in cui la crisi ha fatto crollare del 13% i prezzi delle abitazioni – il costo della terra ha invece tenuto, aumentando anzi del 2%. E la presenza degli stranieri nello stesso periodo è salita dell’11%, con 17.286 fra svizzeri (16%), tedeschi (15%), francesi (8%), romeni (5%), statunitensi e inglesi (4%) e belgi (3%) trasformati in imprenditori agricoli lungo l’intero Stivale. L’Italia resta decisamente il contesto migliore per fare business con il vino. Per il professor Stefano Cordero di Montezemolo, direttore dell’European School of Economics di Milano e Firenze “queste tendenze dimostrano che il mondo del vino ha retto la crisi meglio di altri e lo ha fatto perché non è solo business, ma anche paesaggio, storia, popolo, cultura. I capitali stranieri possono essere un’opportunità per i territori se si creano disponibilità e apertura tali da contribuire alle trasformazioni richieste dalle moderne logiche della competizione in un settore che non può più vivere solo di qualità del prodotto”. Gli esempi di investimenti non mancano, sia da parte di grandi gruppi finanziari ed industriali più attenti all’aspetto produttivo, sia da chi guarda al valore aggiunto immobiliare e al patrimonio fondiario per costruire o ricostruire un’impresa vitivinicola tra le colline dei terroir più importanti. Basti pensare al passaggio, nel 2011, di due colossi come la toscana Ruffino nelle mani americane di Constellation Brands e la piemontese Gancia in quelle di Russian Standard Corporation. O a Soleya International Corporation di Panama che ha comprato Tenuta Oliveto a Montalcino, o ancora ad Alejandro Bulgheroni, imprenditore argentino del petrolio, neo proprietario di Poggio Landi a Montalcino che ha anche acquisito la tenuta di Dievole nel Chianti Classico. Dalla fine degli anni ’70, quando la famiglia italo-americana Mariani fondò a Montalcino Castello Banfi, sono state tante le realtà vinicole che, soprattutto, ma non solo, in Toscana, sono state protagoniste di un “capital gain” dall’estero, in particolare dal mondo anglo-americano, è stato l’americano Louis Camilleri, alla guida di Altria Group Inc, la holding che controlla il gruppo Philip Morris, ad acquistare, a Montalcino, villa & tenuta “Il Giardinello”, mentre La Porta di Vertine di Gaiole in Chianti, dal 2006, è degli imprenditori americani Dan ed Ellen Lugosh e la cantina Capannelle di James B. Sherwood, fondatore del gruppo Orient – Express Hotels. Ma i vigneti italiani hanno estimatori anche tra i big dello star system internazionale: in Toscana, tra il Chianti e il Valdarno, c’è Tenuta il Palagio dove, dal 2003, l’ex leader dei Police, Sting, produce vino. E un altro big della musica internazionale, Mick Hucknall, voce dei Simply Red, nel 2002 ha comprato vigneti in Sicilia dove ha creato la sua tenuta Il Cantante. Nel 2000 era stato invece Richard Parsons, ex ad della Time Warner ad acquistare la tenuta Il Palazzone a Montalcino.Tante quindi le realtà vinicole che, soprattutto, ma non solo, in Toscana, sono state protagoniste di un “capital gain” dall’estero che, peraltro, ha sempre visto gli investitori mantenere in azienda il “know how” produttivo italiano, senza snaturare un prodotto che dell’identità e del territorio fa uno dei sui punti di forza. Caso questo della belga Virginie Saverys (Compagnie Marittime Belghe Nv) che nel 2008 è divenuta proprietaria della storica cantina del Nobile di Montepulciano, Avignonesi, investendo e ampliando i vigneti. Tornando indietro nel tempo, nel 1995 l’uomo d’affari americano Frank Grace ha investito nell’azienda chiantigiana Il Mulino di Grace, tra Radda in Chianti e Panzano, e nel 1994 è stato il gruppo viticolo Usa Kendal Jackson ad acquistare Villa Arceno sempre nel Chianti Classico.bastianich Ma tra le cantine italiane di proprietà straniere ci sono anche La Mozza in Maremma e Bastianich Vineyards in Friuli Venezia Giulia, degli italo-americani Lidia e Joseph Bastianich, tra i più importanti ristoratori degli Stati Uniti. Questi sono solo alcuni dei casi più importanti, e che raccontano come l’appeal del vino italiano all’estero non solo come prodotto, ma anche come investimento, non è mai diminuito nel tempo, e che anzi, se possibile attira sempre nuovi interessi e, forse, capitali, anche dalle economie emergenti, come il caso delle Cantine Ceci, realtà leader del Lambrusco, che da tempo sono in contatto con possibili investitori dal Brasile. Ma quanto investono gli stranieri nel nostro Paese? Se nella zona di Barolo le viti che producolìno il Barolo raccolte in un quadrato con lato di cento metri (un ettaro, pari a una volta e mezzo un campo da calcio) costano un milione di euro, quelle a Barbaresco vengono 500-600.000. Un milione costa anche un ettaro dei vigneti più pregiati della Toscana (prezzo che cala notevolmente se si guarda a realtà meno pregiate anche del Chianti o nel Brunello), prezzo che possiamo trovare anche nei terreni più pregiati dell’Alto Adige. Ma nonostante questi prezzi c’è chi continua ad investire nella nostra terra, ma il “perché” come al solito a noi italiani sfugge, quando ce ne accorgeremo sarà forse troppo tardi.

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