L’UOMO CHE NON RIUSCIVA A COMPRARE ITALIANO – Stefano Benni (da Repubblica 29/01/2014)

Il signor Tarquinio si presentò alla cassa del supermercato, col carrello pieno e la faccia scura. Lo accolse la cassiera Zaira, che aveva un debole per gli anziani coi capelli tinti, e lo salutò col sorriso più invitante.

-Che bella spesa ha fatto, signor Tarquinio. Ma che espressione sconsolata! Le è successo qualcosa?

-Signora Zaira, è un disastro – brontolò Tarquinio – Io non sono certo un patriottardo, ma amo il mio paese. Come posso assistere allo scempio delle privatizzazioni, alla svendita del nostro patrimonio all’estero? Cosa resterà dell’Italia? Si figuri che ora venderanno le poste. Magari ai cinesi. Già le file sono interminabili, se lo immagina, un povero pensionato nostrano in coda con centomila cinesi?

-Non andrà così signor Tarquinio. Mica venderanno tutto

– Speriamo. Io comunque difenderò il made in Italy costi quel che costi. Non passa lo straniero!

E un sorriso gli illuminò la dentiera.

Signor Tarquinio, io la capisco – disse Zaira – ma vede, gli stranieri già sono passati. Non vorrei guastarle la spesa. Ma…. vede, lei ha preso della cioccolata Pernigotti e la Pernigotti è appena stata comprata dai turchi. Dal re delle nocciole Toksoz. Dice la leggenda che una volta il proprietario incontrò uno scoiattolo magico…

-Non comprerò mai questa cioccolata – esclamò iroso Tarquinio – la cambio subito coi baci Perugina.

-Ahimè – disse sospirando Zaira – anche la Perugina non è più tricolore, è della multinazionale con sede svizzera Nestlè. Come la pastina in brodo Buitoni che lei ha appena acquistato. E anche il suo yogurt al mirtillo Parmalat, mi spiace deluderla, è della francese Lactalis.

-Via, via allora- disse Tarquinio, buttando in malo modo i prodotti in un carrello vuoto – che orrore! Cercherò conforto sbronzandomi con questa deliziosa birra. Oppure, mi faccio una bottiglia di spumante, o un bel rosso.

-La sua Peroni però è di proprietà dei sudafricani. E lei ha preso una bottiglia di Gancia che è dei russi. E quel Chianti viene da un vigneto che è proprietà di Hong Kong.

-Che sconforto! Va bene, mi farò una italica, classica pasta al pomodoro.

– Non vorrei darle un altro dispiacere – disse Zaira scuotendo dolcemente la testa – ma lei ha nel carrello la Delverde che è diventata argentina, e quei pelati Aerre sono stati comprati dalla Mitsubishi. Loro, insieme alla Kawasaki, stanno cercando di creare un airbag al sapore di ragù.

-Mitsubishi, puah, preferisco le gloriose moto italiane – affermò Tarquinio -La nostra Ducati, la Benelli.

-La Ducati è tedesca la Benelli è dei cinesi – sospirò Zaira, pescando nel carrello – ma tornando a noi se vuole le passo il riso Scotti ma per una parte è spagnolo, e non posso tagliare la confezione in due. Per non parlare della bresaola brasiliana e del gelato Algida che è anglo-olandese.

-Ma insomma lei vuole dirmi che non c’è quasi più niente da vendere, perché è già tutto venduto? Tutto è perduto? Digiunerò? O posso ancora cucinare?

-Dipende – disse Zaira- a meno che non abbia una cucina Rex, Zoppas o Zanussi o Molteni che sono degli svedesi. Vuole il nuovo modello di pollo Ikea? Invece che intero, glielo diamo da montare.

Il signor Tarquinio si mise a piangere senza ritegno. Alle sue spalle si era creata una lunga fila scalpitante. “Sbrigatevi! “urlò un omaccio con occhiali neri.

-Zitto, esterofilo, non capisce il dramma? Non possediamo più niente! Noi siamo un grande popolo, un recente studio ci mette al sedicesimo posto dell’intelligenza mondiale, saremmo quinti se non ci fosse in media Briatore. Cosa ci rimane da sperare? Forse solo il made in Italy, le firme…

Una signora bionda alquanto rifatta intervenne scandendo con sadica enfasi:

-Bulgari, Fendi, Brioni, Pomellato, Loro Piana, Pucci e Gucci sono dei francesi, Ferrè di Dubai, Fiorucci dei giapponesi.

-E poi mi dica, lei che squadra tiene? – disse un ragazzetto con aria sfottente e una sciarpa rossonera.

-L’Inter lo so, l’ha comprata un indonesiano, cazzo – sbottò Tarquinio – ridete, ridete, vedrete come

andrà a finire.

– Lasciatelo stare – disse Zaira.

– Zaira – disse Tarquinio inginocchiandosi – Solo turni capisci. Andiamo via insieme, scappiamo in Qualche bel luogo della nostra penisola. A Rimini, o sui colli toscani.

-Gli alberghi adriatici li stanno comprando i russi e i cinesi stanno rastrellando il centro Italia- disse tristemente Zaira.

-A Roma, allora!

– Metà Roma è del Vaticano e metà è della signora Annellini – ghignò labionda – e tutti e due non pagano l’Imu, alla faccia sua.

-Allora andiamo… a Venezia – disse Tarquinio -la romantica Serenissima.

-Legga qua stamattina sul giornale – disse l’omaccio con gli occhiali neri – “VVVvendesi blocco residenziale antico e lussuoso, in riva al mare, anzi spesso sotto il mare, comprensivo di laguna, monumenti, casinò e vari appartamenti divisi da comodi canali e piazzette, necessarie piccole ristrutturazioni. Solo acquirenti stranieri”.

-Mavaffanculo -urlò il signor Tarquinio – il culo è ancora nostro, o no?

-Dipende – disse la signora – se lei indossa jeans Valentino, è anche di uno sceicco del Qatar.

-Va bene – esclamò fieramente Tarquinio – ma bisogna reagire. Ti prego Zaira. Vieni stasera a casa mia. Mangeremo a lume di candela perché la Edison è francese, consumeremo insalata del mio orto, noci di Sorrento e pasta bollita nell’acquedotto tiberino. Acconsenti?

-Yes – disse Zaira. Un breve applauso, inframezzato da inviti a togliersi dalla balle, sottolineò la felice conclusione della vicenda.

Il signor Tarquinio pagò quello che restava della spesa, un chilo di patate e dei malloreddus. Poi si allontanò lanciando un bacio alla cassiera.

-Mi scusi – disse timidamente la Zaira – ma non ha neanche il mio numero di telefono.

-È vero

-Allora scriva. Tres tres siete, uno dos cinco ocho dos cinco nueve ocho. Sa la Tini è stata venduta agli…

-Ma porca troia! – urlò il signor Tarquinio.

-Le migliori le ha in gestione un’agenzia svizzera – precisò con serietà l’omaccio con gli occhiali.

Tarquinio non disse nulla. Uscì con grande dignità, asciugandosi le lacrime con un fazzolettino Tempo. Zaira non gli disse che il nome sembrava italiano mala marca era tedesca, venduta agli svedesi e con sede a Cincinnati.

Stefano Benni

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“IL MACINTOSH E’ PIU’ DI UN COMPUTER: E’ UNO STILE DI VITA” (Steve Wozniak, co-fondatore Apple) – di Ferruccio Palazzesi

Una bella giornata di esattamente trent’anni fa, precisamente il 24 Gennaio 1984, un giovane ed emozionato Steve Jobs, in giacca e farfallino verde, presentava al mondo la sua creatura: il primo personal computer Machintosh. Pochi istanti dopo avrebbe, infatti, estratto dal suo taschino un floppy disk ed utilizzando il mouse, con pochi e “semplici” click, si sarebbe messo a sfogliare le cartelle del computer e il loro contenuto…et voilá il gioco era fatto, era già futuro. Quello che si presentava alla platea in quel giorno di gennaio del 1984 era sicuramente un Jobs lontano anni luce da quello minimal in dolcevita nero a cui ci aveva abituato nelle sue ultime presentazioni Apple, ma le idee e lo stile spettacolare erano già lí a contraddistinguerlo per sempre da tutti gli altri. Cosa aveva questo primo computer targato Mac di così diverso rispetto a tutti gli altri? Due cose molto semplici: una grafica molto gradevole ed una facile accessibilità a tutte le operazioni più complesse grazie anche al mouse. Basta difficili righe di comando e schermate criptiche e nere (da qui sarebbe interessante chiedersi perché con l’avvento di Linux siamo tornati indietro…). L’idea era veramente rivoluzionaria, in quanto per la prima volta era stato progettato un computer interamente pensato per l’uso comune. Questo nuovo concetto erano nato dalle intuizioni geniali di una squadra di ingegneri che alla fine degli anni ’70 lavorava presso gli avveniristici laboratori della Xerox sotto la guida attenta ed entusiasta di Jobs stesso. Il quale resosi conto delle potenzialità del progetto decise di fondare, con il più geniali degli ingegneri della squadra, Wozniak, la “Apple Computer Company”. Era il 1976. Esattamente 8 anni dopo, il primo Mac sarebbe venuto alla luce. Da qui la storia la conosciamo un po’ tutti: la grande diffusione di Personal Computer (PC) commerciali da parte della Microsoft di Bill Gates, Jobs che prima viene costretto ad abbandonare la società da lui fondata (1985) per poi tornarci di nuovo come amministratore nel 1997 (ad interim, con compenso simbolico annuale di un dollaro) per risollevarne le sorti, l’uscita del primo iPod nel 2001, lo sviluppo di iTunes con l’esaltazione del connubio hardware-software, da sempre cavallo di battaglia della Apple, poi ancora l’uscita dell’iPod shuffle, del MacBook, dell’iPhone, dei MacAir, la conseguente crescita esponenziale dell’azienda ecc… Evitando pero’ di esaltare la bellezza e la praticità dei prodotti inventati e sviluppati dalla Mac negli anni ruggenti di Jobs, il loro impatto nella società moderna ecc.. (il web e i giornali sono pieni di articoli simili) mi piacerebbe di più continuare questo articolo con una curiosità e due riflessioni sulla casa della mela morsicata. La curiosità riguarda il cosiddetto “indice iPod”. Di cosa si tratta? Per far comprendere, anche ai non addetti ai lavori, l’incredibile aumento delle azioni Apple degli ultimi 13 anni é stata proposta la seguente analisi: se nel 2001, invece di comprare un iPod al primo giorno della sua uscita nei negozi, si fosse investita la medesima quantita’ di denaro (399 dollari) in azioni Apple, quanti soldi avremmo adesso? Bene il risultato, al marzo del 2012, é di circa 26mila dollari, un guadagno di circa 6500 volte!! Ora guardate il vostro bell’iPod che avete in un cassetto, che magari nemmeno funziona più, e provate a non arrabbiarvi..se vi riesce!

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Passando invece alle riflessioni, ecco la prima. Come tutti sappiamo negli anni successivi al 2000, la Apple ha smesso di essere unicamente una fabbrica di computer, ma si e’ specializzata in piu’ settori, tanto da cambiare addirittura il suo nome da “Computer Company” a “Apple Inc.”. Uno dei settori nel quale ha completamente sconvolto e rovesciato il mercato é quello dei telefonini. L’iPhone infatti, includendo migliaia di funzioni come registrare audio, fare foto e video, avere applicazioni per giocare e lavorare, in un solo colpo ha reso obsoleti tutta una serie infinita di oggetti. E’ per questo che questo oggetto della mela é stato definito dal giornalista del New York Times Nick Bilton un “distruttore creativo”. Questo termine, coniato nel 1942 dall’economista Joseph Schumpeter, descrive il principio per cui ogni prodotto distrugge il precedente e prende il suo posto migliorandolo: come il telefono ha rimpiazzato il telegrafo, il cellulare ha rimpiazzato il telefono. Allo stesso modo, ora lo smartphone sta rimpiazzando il cellulare. Ma attenzione, nessun oggetto e’ al riparo da questa distruzione creatrice..nemmeno l’iPhone stesso. Difatti negli ultimi anni la Samsung ha superato la Apple stessa in quanto a vendita di telefoni-intelligenti, e case produttrici più piccole, come Huawei, si stanno pericolosamente avvicinando. Questo é proprio il problema della distruzione creatrice, non sai mai quando comincerai a smettere di creare e comincerai ad essere distrutto. L’ultima riflessione la vorrei lasciare a quello che potremmo definire il lato oscuro di Cupertino: fabbriche di produzione con condizioni inumane per i lavoratori, elusione/evasione della tasse in molti paesi, scarsa informazione sul rispetto o meno delle norme ambientali, ecc…, ma essendo in questi giorni il suo 30esimo compleanno non ne voglio “rovinare” la festa, ma riconoscere solo i meriti. Da domani tornate, pero’, a pensare anche a questo.

La recensione di oggi: THE WOLF OF WALL STREET di Martin Scorsese – di Michele Iovine

Se in vita vostra non avete mai fatto uso di droghe o di altri stupefacenti, dopo la visione di questo film potrete dire, nonostante tutto, cosa si prova sotto l’effetto di tali sostanze. Ebbene si, la nuova pellicola di Martin Scorsese è un trip, un viaggio allucinante e allucinogeno senza un attimo di respiro che ci conduce alla scoperta non tanto di un mondo, quanto a quello di uno stile di vita e lo fa senza mezze misure, senza autocensure. Ampiamente riconoscibile la mano del regista italo-americano a partire dalla voce fuori campo che ci aiuta a districarsi nei meandri di una storia tutta sesso, droga e rock’n roll e anche dal punto di vista della costruzione narrativa. Assistiamo infatti ad una trama del tutto classica e standard, tipica del biopic, dove il personaggio attraversa tutte le fasi che un eroe è solito compiere, quello dell’ambizione iniziale, della delusione, seguito dalla rivincita e dal successo per arrivare poi all’epilogo finale attraverso la sua parabola discendente. Bisogna però dire che la dove si è a volte prigionieri di una struttura piuttosto standardizzata, come in questo caso, il regista sa conferirgli una forma di grande spettacolarità, facendo leva sul versante più irriverente e comico possibile che fa divertire lo spettatore, lo coinvolge, lo invoglia inconsciamente a fare parte di quel mondo nel quale, seppur non si riconosce, proprio come sotto l’effetto di alcool o droghe, ne è improvvisamente attratto e ha voglia di viverlo fino in fondo, per una notte, una serata soltanto. A tratti addirittura potremmo dire demenziale, (vedi a questo proposito la scena tra di Caprio e Jonah Hill del telefono) il film non ha inibizioni di alcun tipo, Scorsese ci regala delle scene da antologia, estreme, con uno stile visivo che rispecchia a pieno l’ideale che la maggior parte dell’opinione pubblica ha di questo spaccato di società e infatti alla fine, nonostante l’enorme quantità di eccessi a cui siamo sottoposti durante la visione, l’unico aggettivo che ci sentiamo certamente di non affibbiare a questa pellicola è quella di scandalosa. Come spesso accade Scorsese però non si sa gestire molto con i tempi (vedi ‘The Aviator’ e ‘Gangs of New York’) e difatti la lunghezza (3 ore piene) non gioca pienamente a suo favore. Nella seconda parte si comincia leggermente ad accusare la stanchezza, la pellicola tende a diventare un po’ troppo prolissa e sembra, a tratti, non trovare mai una sua conclusione, un suo punto d’arrivo. In particolar modo il regista incappa in quell’errore che aveva saggiamente saputo arginare per più di metà film, ovvero quello di lasciare spazio ad alcune scene prevedibili e scontate (come il litigio con la moglie) che fanno perdere un po’ di valore al film che nel suo complesso rimane comunque esaltante. Di Caprio stellare, forse è la volta buona per l’Oscar?THE WOLF OF WALL STREET

DISCHI DEL MESE: ZEN CIRCUS – “CANZONI CONTRO LA NATURA” – di Francesco Panzieri

“Tutti gli uomini sono a loro modo anormali, tutti gli uomini sono in un certo senso in contrasto con la Natura” (G.Ungaretti)

zencircusSono tornati quei tre ragazzacci sgangherati degli Zen Circus. Il 21 gennaio è uscito il loro nuovo long playing “Canzoni contro la Natura” per La Tempesta dischi, etichetta indipendente dal solido pedigree indie rock (Tre Allegri Ragazzi Morti, Teatro degli Orrori, Massimo Volume, Fine before you came). Stavolta Andrea Appino e compagni hanno deciso di limitare il lavoro di limatura e sovraincisione in studio, per ottenere il suono immediato ed elettrico tipico dei loro concerti. Ne hanno fatti veramente molti negli ultimi anni, senza pause: anche quando il circo Zen era fermo Appino ha deciso di farsi un altro giro col suo ottimo disco solista sottobraccio, Karim, il batterista, ha sperimentato il ruolo di frontman con La Notte dei Lunghi Coltelli, mentre Ufo, il bassista, ha infiammato i locali di tutta Italia coi suoi vinili. Questa necessità di immediatezza la si ritrova nelle canzoni del terzo album in italiano degli smilzi pisani, sfrontati e disillusi come non mai, pronti a mettere alla berlina difetti e storture dell’Italietta disperata di provincia (“Postumia”, tipica ballata Zen) e di quella incorreggibilmente divisa in fazioni schierate dietro a false bandiere (“Viva”, sarà il tormentone dei concerti) ma anche a glorificare eroi piccoli piccoli dalla vita costellata di sconfitte (“Dali'”). Le schitarrate si fanno largo nella title track “Canzone contro la Natura” (tappeto elettrico che si conclude con brani di un’intervista ad Ungaretti) ed in “No way”, mentre il folk punk di “Vai vai vai” e “L’anarchico ed il generale” ci riporta indietro di quattro anni all’album “Andate tutti affanculo” (non ci girano tanto intorno). Ma il vero pezzo forte è la desolante “Albero di tiglio”, in cui un Dio crudele e beffardo, incarnatosi in una anonima pianta, confessa di divertirsi ad illudere l’uomo credulone, che crede ancora all’esistenza del Bene. Le atmosfere grigie create dal cantato cantilenante e dagli arpeggi di chitarra esplodono in un finale strumentale molto suggestivo, a dimostrazione che l’apprendistato cantautorale di Andrea Appino ha dato i suoi frutti non solo nella scrittura dei testi, ma anche negli arrangiamenti, grazie ai mesi di collaborazione con Giulio Favero, bassista del Teatro degli Orrori e produttore musicale dal naso fino. Il disco è da comprare o da scaricare, o da fruire, tra qualche giorno, sulle piattaforme di ascolto che tutti conosciamo, col volume piuttosto alto, perché “nessuno regala niente, nemmeno l’Onnipotente / ma in fondo va bene così”…

“ESATTO. GENTE RICORDIAMOCELO: SE NON SI SA QUALE PORTA APRIRE, SEMPRE TENER CONTO DEL CAMBIO DI VARIABILI” – di Ferruccio Palazzesi

“Esatto. Gente ricordiamocelo: se non si sa quale porta aprire, sempre tener conto del cambio di variabili.” Prof M. Rosa (Kevin Spacey) nel film “21”

 

L’argomento di questo nuovo articolo della sezione WunderScienze vorrebbe essere la statistica. Disciplina, che come da definizione, ha come fine lo studio qualitativo e quantitativo di un particolare fenomeno in condizioni di non completa o totale conoscenza dello stesso. Al fine di rendere la materia più appetibile ed stimolante, però, vorrei iniziare sottoponendo ai lettori il seguente gioco conosciuto come il problema di “Monty Hall” o del “quiz televisivo”. Diciamo che state partecipando ad uno show televisivo, ed avete la possibilità (giá da questa parola si capisce che bisogna usare la statistica) di vincere un premio. Davanti a voi ci sono tre porte: una nasconde il vostro premio mentre le altre due contengono una capra. Quale porta scegliete: la uno, la due o la tre?(domanda da leggere imitando la voce di Mike Buongiorno) Scegliete la numero uno? Bene, adesso il conduttore del quiz, che conosce il contenuto delle tre porte, decide di aprirne una contenente una capra. Riassumendo, avete due porte chiuse (una é la vostra scelta l’altra é quella rimasta) e una porta aperta con una capra. Arrivati a questo punto il conduttore vi fa la fatidica domanda che cambia completamente le regole del gioco: “Siete sicuri della vostra scelta o volete cambiare porta?” …. Come vi comportate? Cambiate la vostra porta o no? E’ totalmente indifferente?

Ecco che qua si materializza la necessità di utilizzare la statistica. Bisogna, infatti, considerare il “cambio di variabile” che suggerisce il Prof. Rosa nel film “21” parlando proprio della risoluzione di questo gioco/enigma. Al momento della scelta iniziale, infatti, la vostra possibilità di vincere é 1/3 (una porta su tre) quindi il 33.33%. Non appena il presentatore apre l’altra porta che contiene una capra e vi pone la fatidica domanda, le vostre possibilità di vittoria, se cambiate scelta, si portano immediatamente al 66.66%! Per capire meglio possiamo andare a considerare tutti i possibili scenari:

1. Alla prima scelta avete aperto una porta che contiene una capra (porta numero 1). Il conduttore sceglie l’altra porta con la seconda capra (porta 2). Se cambiate la vostra scelta iniziale (passate dalla 1 alle 3) vincete il premio. 2. Avete scelto la capra (porta 2) e il conduttore apre l’altra porta (la numero 1) Cambiando, vincete ancora. 3. Avete scelto il premio. Il conduttore sceglie una capra, non importa di quale porta. Se decidete di cambiare la vostra scelta troverete una capra. Quindi come si vede, cambiando idea, le vostre chance di vittoria aumentano rispetto a rimanere fedeli alla prima scelta, in quanto portate a casa il premio in 2 scenari possibili su 3. Questo quesito fu proposto nel 1990 a Marilyn vos Savant, editorialista del settimanale “Parade” famosa per il suo alto Q.I., la quale lo risolse brillantemente. L’episodio fece abbastanza scalpore, in quanto diversi professori universitari non riconobbero la correttezza della soluzione, finché non venne spiegata passo passo dalla stessa vos Savant nel numero successivo della rivista.

Questo “paradosso” si tratta, in realtà, di una variante del Paradosso delle tre carte di Warren Weaver (1950) il quale, a sua volta, deriva dal Paradosso delle tra scatole proposto per la prima volta nel 1889. Questo simpatico e non-intuitivo problemino, riesce peró a far capire quanto possa essere utile e importante usare la statistica, anche nella vita di tutti i giorni: sia quando siete concorrenti di un quiz televisivo che…quando siete a fare la spesa. L’importanza della statistica e delle sue analisi é anche quella di fare un mero resoconto di come vanno le cose nel mondo, tralasciando facili sentimentalismi e stupidi allarmismi. Ad esempio, la coscienza/conoscenza comune ci direbbe che il numero di aborti in Italia, dall’introduzione della legge 194, sia elevato e in continuo aumento, anche per i tanto starnazzati richiami giornalieri da parte di televisioni e giornali. I dati reali, invece, mostrano un andamento completamente opposto.

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Con questo non voglio dire che bisogna nascondersi dietro alla cifre, rinunciando ad una sana educazione sessuale ai ragazzi nelle scuole, prevenzione, informazione e quant’altro, ma nemmeno farci “abbindolare” dai titoli delle televisioni e dagli slogan di vari personaggi politici e non, più o meno squallidi.

La statistica, come tutte le altre scienze, va, comunque, saputa correttamente usare e capire. Difatti é sempre la statistica che vi dice che se siamo due persone e io mangio un pollo e l’altro no, in media abbiamo mangiato metá pollo a testa….ma l’altro é rimasto a digiuno! In questo contesto, infatti, é famosa la frase che afferma che esistono tre tipi di bugie:

“Lies, damned lies, and…statistics”

POLVERIERA UCRAINA – di Filippo Secciani

UCRDal giorno del referendum per scegliere o meno l’indipendenza dall’Unione Sovietica (un non tanto lontano primo dicembre 1991), l’Ucraina si è sempre trovata in mezzo a due degli attori principali della politica estera mondiale. Il primo presidente Kravčuk ebbe fin da subito rapporti tesi con il suo ingombrante vicino quando adottò una politica estera autonoma e firmò l’adesione dell’Ucraina alla partnership per la pace con la NATO. La svolta per l’Ucraina si ebbe la prima volta nel 2002 con l’elezione a primo ministro di Yanukovych, il quale a differenza dei predecessori intraprese una politica di avvicinamento alla Russia, non aderendo alla NATO, ma inviando truppe a sostegno americano in Iraq. Nel 2004 si tennero le elezioni presidenziali tra Yushchenko e Yanukovych, in cui uscì vincitore il candidato filo occidentale e Yanukovych fu costretto a dimettersi anche dalla carica di primo ministro, dopo che il parlamento approvò una mozione di sfiducia. Queste elezioni saranno ricordate sopratutto per la cosiddetta “rivoluzione arancione” dal colore dei sostenitori di Yushchenko che fin da subito denunciarono brogli elettorali commessi dalla parte avversa. Infine il risultato delle elezioni parlamentari in Ucraina tenutesi il 28 ottobre 2012 hanno confermato la vittoria del presidente uscente Viktor Yanukovych già trionfatore delle elezioni nel 2010 con la disfatta di Yulia Tymoshenko e la nascita in Ucraina di una semi-dittatura. Il partito del presidente è il Partito delle Regioni arrivato primo con più del 33% dei voti, secondo il partito della Tymoshenko con il 22,5. “La distribuzione del voto evidenzia una chiara spaccatura nel paese: le regioni occidentali hanno infatti sostenuto il partito della Tymoshenko1 e i nazionalisti mentre quelle orientali e meridionali, in cui cospicua è la presenza di popolazione russa, hanno accordato la loro preferenza a Yanukovych e ai comunisti”2. Il PR di Yanukovych ha ottenuto solo la maggioranza relativa alla Rada – il parlamento ucraino – potendo comunque fare affidamento su 32 seggi ottenuti dal partito comunista KPU alleato di governo. Gli osservatori internazionali che hanno monitorato lo svolgersi regolare delle consultazioni (Ocse, Freedom House) hanno osservato come sia stato fatto largo uso di brogli, pressioni – arrivando perfino alle percosse – poca trasparenza sul finanziamento alle campagne dei candidati e improvvise modifiche alla legge elettorale pochi giorni prima del voto. Di rilievo è stato l’avanzamento nei risultati delle due formazioni di estrema sinistra e destra: Svoboda, il partito della destra xenofoba, nazionalista, anti russa ed antieuropeista ha varcato la soglia del 5% che permette di ottenere i seggi alla Rada; mentre i comunisti, maggiori alleati del presidente raggiungono l’11,8%. Fin dalla dissoluzione dell’Urss, la Russia ha sempre cercato di estendere la sua influenza verso l’Ucraina. Questo è dovuto in parte all’elevato numero di cittadini di etnia russa per lo più residenti nella zona orientale del paese. Dalla presenza di una base marittima a Sebastopoli che affaccia sul mar Nero. Al ruolo che l’Ucraina ha sempre avuto come paese di transito per il passaggio del gas diretto nel Vecchio Continente, nonché la sua posizione geografica che fa dell’Ucraina un’anello di congiunzione tra Russia ed Europa (l’origine della sua parola significa infatti terra di frontiera)3. Da ciò risulta ben comprensibile come il Cremlino stia ben vigile su tutto ciò che accade nel granaio d’Europa. Dopo un periodo di “simpatia” nei confronti dell’occidente della presidenza Yushchenko, la nomina a primo ministro nel 2006 e poi a presidente nel 2010 di Yanukovych hanno spinto nuovamente l’Ucraina verso l’orbita moscovita. Per rimarcare questa sorta di protettorato invisibile dal 2007 si è assistito al processo di boicottaggio – una punizione – russo della tratta ucraina per il trasporto di gas e petrolio diretto nelle nostre città (con la motivazione dell’eccessivo indebitamento di Kiev nei confronti delle compagnie petrolifere russe), che portò alla sospensione nel 2009 di forniture e che ebbe notevoli conseguenze anche in Europa. L’Ucraina è infatti in debito di circa un miliardo con la Gazprom. Da quella data sono in cantiere una serie di progetti di pipeline per diversificare le rotte di gas, escludendo l’Ucraina – per il trasporto verso il vecchio continente con la costruzione del South Stream che passerà per il mar Nero e per i paesi balcanici (la costruzione terminerà nel 2015) ed il North Stream, che passando per il Baltico collegherà la Russia alla Germania. Yanukovych è stato così costretto a correre ai ripari firmando nell’aprile 2010 gli Accordi di Kharkiv, con i quali alla Russia è stato concesso lo sfruttamento della base di Sebastopoli per altri trent’anni in cambio di prezzi di favore per lo sfruttamento del gas russo (30% in meno)4. Questa situazione di obbligata sudditanza verso Mosca cui Kiev è costretta ha avuto come conseguenza l’allontanamento dall’UE e da qualsiasi progetto di adesione alla NATO (come stabilito dal parlamento con un provvedimento di legge del 2010). Negli scontri di questi giorni i manifestanti che dai primi di dicembre sono scesi in piazza contrari all’avvicinamento verso Mosca e convinti della necessaria adesione all’UE per intraprendere quel processo di sviluppo e democratizzazione impellente per il paese. Le proteste sono scoppiate all’indomani della sospensione da parte di Yanukovych dell’accordo per l’associazione all’Europa che avrebbe dovuto aver luogo nel corso dell’Eastern Partnership Summit5 a Vilnius il 28 novembre. Il vice ministro degli esteri ucraino Olefirov alla vigilia dell’apertura del summit sosteneva come “la dirigenza ucraina è intenzionata a siglare l’Accordo di Associazione Ucraina-Unione Europea nella speranza, in futuro, di diventare a pieno titolo membri UE”6. Il 21 novembre però il presidente ha deciso di rimandare la firma del trattato di associazione, soprattutto a causa delle azioni intimidatorie intraprese da Putin e l’Ucraina, non potendo rischiare di perdere il maggior partner commerciale con cui ha un passivo di 1,3 miliardi ed un’economia in recessione, ha annullato tutto. Al mancato accordo con l’Unione Europea il popolo ucraino (alcuni dicono circa duecentomila persone) è tornato in piazza per manifestare contro il proprio presidente. Dopo le prime manifestazioni di protesta per la decisione del governo, sono seguite le seconde per opporsi alla decisione di inasprire le pene per chi protesta. Gli scontri sono stati duri ed intensi, quasi dodici ore di guerriglia che hanno visto fronteggiarsi da una parte gli oppositori di Yanukovych e dall’altra la polizia, con l’innalzamento anche di barricate e lancio di molotov. Yanukovych nel frattempo ha garantito alla piazza di aver intrapreso un dialogo con le altre forze di opposizione parlamentare. Gli Stati Uniti hanno minacciato sanzioni se non cesseranno immediatamente le violenze e l’ambasciatore usa in Ucraina ha invitato il presidente ad intavolare una serie di negoziati con i manifestanti, i quali a gran voce chiedono un leader unico per le presidenziali del prossimo anno, invocando un “leader della rivoluzione”. Gli oppositori che in migliaia sono scesi in piazza sono una composizione varia ed eterogenea che va dalla destra anti Europea, all’ex pugile ed ora a capo di una formazione centrista Klitschko (duramente contestato nella giornata di ieri), ai liberali e moderati. L’unico collante che mantiene unite queste forze così variegate è la condanna unilaterale alle iniziative promosse dal governo per bloccare la libertà di opposizione e di espressione e soprattutto un comune sentimento anti russo. Quanto vale l’Ucraina? E’ la potenza economica regionale, il paese più numeroso tra le repubbliche ex sovietiche, che si traduce in una maggiore forza lavoro. Possiede il miglior sistema industriale della regione, localizzato nell’area orientale del paese (quella a maggioranza russa). UCR1Terreni agricoli immensi e materie prime su scala mondiale (5% della produzione totale), soprattutto carbone e mercurio ed è uno dei leader nella produzione di metalli ferrosi e dell’acciaio rifornendo tanto la Russia quanto i paesi UE. “Gli interessi geopolitici russi in gioco sono alti, e la voglia o la necessità di crearsi spazio tra un gigante ad occidente -Unione europea – ed un altro ad oriente –Cina –, spinge Putin verso un nuovo tipo di Unione senza tariffe doganali”7. Unione doganale che nella visione del presidente russo dovrebbe “rivaleggiare” con l’UE e dovrebbe raccogliere gli ex paesi CSI e che per parte Ucraina le consentirebbe di acquistare il gas russo a 240 dollari per 1.000 metri cubi, invece degli attuali 530 dollari attualmente pagati. Nel maggio del 2013 l’Ucraina ha firmato un memorandum per aderire all’Unione doganale come paese osservatore, si tratta di un accordo non vincolante che permette a Yanukovych di poter prendere tempo e non scontentare né Putin né Bruxelles. L’Unione Europea da par suo non può rischiare di perdere una nazione così importante in un’ottica di Europa a 28 ed il rifiuto da parte di Kiev di sottrarsi improvvisamente alla sottoscrizione dell’accordo di associazione non può che impensierire Bruxelles. L’Ucraina non può altresì fare a meno dei fondi europei. Ma il “ricatto” europeo all’Ucraina soldi in cambio di democrazia e riforme non poteva funzionare, non sul breve periodo almeno e l’Ucraina necessita di soldi adesso, per questo sono stati accolti gli incentivi economici e l’energia provenienti da Mosca e soprattutto in cambio non chiedeva né riforme, né voleva intromettersi in faccende interne. La UE è stata la vera sconfitta di questa decisione e di tutti i sostenitori di un’allargamento ad est, “nei negoziati con l’Ucraina è emerso chiaramente che l’Ue non è in grado di sostenere un confronto geopolitico con la Russia nello spazio post-sovietico. Mosca resta la prima potenza nell’area e una politica che la esclude – come appunto il Partenariato orientale – è destinata al fallimento”8. Comunque la si voglia vedere la partita Ucraina non è chiusa. L’Ucraina è la chiave per arrivare anche alle altre repubbliche ex sovietiche. Un boccone troppo ghiotto sia per la Russia, sia per l’Europa.

 

  1. Ancora detenuta in carcere per abuso di ufficio e condannata a 7 anni: è accusata di aver agito senza ascoltare il governo nella stipulazione di un accordo per la fornitura di gas da parte della Russia.
  2.  S. Giusti; l’Ucraina divisa si volge ad Est; Ispi Commentary; 6 novembre 2012.
  3. M. Di Pasquale; l’altra Ucraina in East: l’Odore dei soldi; dicembre 2012.
  4. A questo proposito si guardi: C. Corazza; la guerra del gas; il Sole 24 ore libri
  5.  Si tratta di un accordo nato nel 2009 e firmato dall’Unione Europea con Moldavia, Armenia, Georgia, Azerbaigian, Bielorussia e Ucraina in materia di cooperazione politica e commerciale.
  6. http://www.geopolitica-rivista.org/24229/lucraina-e-il-primo-ingresso-nellue-intervista-al-vice-ministro-degli-esteri-andriy-olefirov/
  7. http://www.altd.it/2013/12/18/lucraina-zona-cuscinetto-ue-russia/
  8. http://www.altd.it/2013/12/05/ucraina-contesa-geopolitica-tra-russia-e-ue/

CRONACHE ARABO-ISRAELIANE [2]: Sì, VIAGGIARE? – di Jacopo Rossi

Ibrahim, 36 anni, cristiano praticante, è dottore, presso il locale ospedale di Ramallah. In verità sarebbe di Betlemme, ma lì di ospedali nemmeno l’ombra, quindi, proprio poco prima che scoppiasse la Seconda Intifada (dopo l’”eroica” passeggiata di Sharon sulla Spianata delle Moschee), ha preso armi (si fa per dire), famiglia e bagagli e si è trasferito a Ramallah, dove ha aperto un ambulatorio privato. E, nonostante tutto, mette insieme pranzo, cena e qualche vizio. Sua moglie Badryia, 34 anni, mora, occhi neri, molto bella, gestisce, dalla cassa, un caffè, nei dintorni di Dawar Al-Manara, la piazza principale di Ramallah. I loro figli, Samir e Nadira, 8 e 6 anni, vanno ancora a scuola e per fortuna ancora non conoscono, almeno non troppo bene, la paura. Ibrahim ha deciso: prende i figli, la moglie, l’auto e va a trovare suo fratello, Rami, ingegnere di Amman, in Giordania. Non si vedono da quasi quattro anni, forse cinque, da quando è morto il vecchio Fouad, il loro padre, su un autobus centrato in pieno da un missile intelligente (e anche un po’ figliol di troia). Colpa degli umani, forse: adesso i droni di questi errori non ne fanno. Va all’ambasciata giordana di Ramallah: servono i visti. Con 200 shekel, più o meno 180 euro, se la cava. La mattina dopo punta la sveglia la presto, ché il viaggio, seppur breve, è lungo, carica (un bagaglio a mano), la vecchia Toyota con parenti annessi e parte. Lascia la macchina dopo qualche chilometro, fuori città, nelle mani di un cognato: ha la targa verde, palestinese, e, secondo la legge del più armato, non può oltrepassare un checkpoint israeliano. Poco male, Ibraim c’è abituato. Lo sa come gira da queste parti e sa che non cambierà. Non per lui almeno, forse per i suoi figli, o i suoi nipoti, più probabile. Samir e Nadira si lamentano, ma non troppo. Badryia scuote la testa e conta i bagagli. Lo sa che da lì inizia la normale epopea di sempre. Sono in fila, con altri trenta connazionali, se di nazione si può (e si deve) parlare.

palestPassaporti alla mano, domande, sguardi che ti tagliano in due. Sono giovani, obbligati dal servizio di leva a squadrare il “nemico” alle sbarre, spesso senza nemmeno degnarsi di uscire dalle guardine. Non tutti sono cattivi, certo. O almeno non allo stesso modo. Qualcuno è solo troppo severo perché così gli han detto di essere. Qualcun altro è convinto di ciò che fa, ci crede, e sono i peggiori. Altri vorrebbero semplicemente essere da un’altra parte. Come Ibrahim e la sua famiglia, magari. La fila, per fortuna, scorre veloce. I bambini sorridono, chissà che si credono. Salgono veloci sul pullman scassato bianco e azzurro, mentre Badryia, tenera, si preoccupa che non infastidiscano gli altri passeggeri, come qualsiasi madre farebbe a qualsiasi latitudine del mondo. Ibrahim, da par suo, si accomoda paziente su un sedile e guarda fuori. Dopo una mezz’ora l’autista frena, di fronte al solito metallo, alle solite facce, alle solite lamiere, ai soliti fucili. Solito sguardo ai passaporti, solite domande. Se qualcuno si spazientisce, prudentemente non lo dà a vedere. I bambini sono impassibili. Sorridono? Non più esibiscono sorrisi tirati, da adulti, quando Badrya chiede loro se va tutto bene. Dopo solo tre quarti d’ora riescono a risalire sul pullman. Il paesaggio scorre uguale fuori dal finestrino; del verde nemmeno l’ombra. Giusto qualche gregge, ogni tanto, puntella l’immobilità circostante con qualcosa di simile alla vita. La prossima fermata è la meno piacevole ed Ibrahim lo sa. Stringe le mani di Badryia, la guarda, sussurra un “habibi”, amore, come se volesse chiederle scusa di questo viaggio. Adesso fuori dagli uffici della frontiera sono cinquanta, forse più, stanchi. Sua moglie accompagna la piccola al bagno, lui resta con Samir e scambia qualche parola con i vicini di posto. Un vecchio è lì dalle sette, un altro dalle nove, ma non vede il suo amico da mezz’ora, ché lo stanno interrogando chissà dove. Un bambino piange, qualche fila più indietro. Nessuno osa lamentarsi, ed è questo che sconforta Ibrahim più di tutto. Lui si ricorda le sassate a Betlemme, gli spari e le molotov, ma non ha dimenticato nemmeno le proteste a Ramallah contro le retate israeliane e gli scioperi della fame. Adesso no. Vede qualche volto segnato dagli anni, qualcuno dalla paura, meno dalla stanchezza. Ma non vede voglia di lottare e sa perché: qui, ora non ne vale la pena. Lo sa lui, lo sa chi è in fila con lui, lo sanno i soldati da latte che stringono radioline e fucili. Passa un’ora forse due. Tra spintoni senza cattiveria e domande senza onestà: chi sei, cosa fai, cosa vai a fare in Giordania, porti armi (!), ti sei fatto il bagaglio da solo. Domande alle quali Ibrahim potrebbe rispondere anche prima che gli vengano poste. Ma tant’è. Riescono a varcare la frontiera. Hanno dovuto abbandonare momentaneamente un trolley, quello rosa, di Nadira, dove hanno messo i vestiti di tutti. Lo recupereranno più tardi: ogni passeggero viene separato dal suo bagaglio, che viene ispezionato singolarmente in separata sede. Qui, alla frontiera, i controlli sono se possibile più severi. Qualche guardia urla. Qualcuna si limita al disprezzo negli occhi. “Loro”, quelli in fila, sono la causa del loro male, dei loro morti, delle bombe negli autobus, del tempo che passano in divisa alle sbarre dei checkpoint. E poco importa se sono vecchi, donne o bamibini, cristiani o musulmani. Tanto, come detto qui nessuno, rassegnato, si lamenta. Al massimo i più arditi scuotono la testa. Ibrahim deglutisce e s’incammina, Samir a un fianco, Badryia e la bimba dall’altro. Cercano, tra mille, la loro valigia. Nadira la vede, la prende, non è la sua, esplode. Piange ed urla, suoni sconclusionati come la sua rabbia di bambina impotente. I suoi cercano di consolarla, anche Samir, in un afflato di maturità, si prodiga per tranquillizzare goffamente la sorella. A poco a poco si calma, il viso rigato dalle lacrime, ed accetta di montare sulla navetta che li porterà, sperano tutti, al confine giordano. Dopo un blando checkpoint in mano ai gentili poliziotti giordani, arrivano a Wadi as Sir. Ibrahim va alla dogana, servono dei documenti per stare là. Nessuna libera circolazione di uomini e merci, non là. Ha un visto che, se volesse, gli permetterebbe di stare da suo fratello tre mesi, non di più. Adesso deve solo chiamarlo per farsi venire a prendere. Amman non è distante, magari in un’ora ce la fa. Si siede, mentre Badryia racconta qualcosa di buffo ai bambini. Ci sa fare: ridono, scordandosi le umiliazioni di un viaggio così breve, sulla mappa. Hanno percorso poco più di sessanta chilometri per arrivare là. Ma il sole è sceso da un pezzo, e loro son partiti da Ramallah questa mattina presto. E Ibrahim sorride, pensando che, in fondo c’è anche voluto poco.

PS: Ibrahim, ovviamente non esiste. Forse sì, magari, non lo escludo. Ma oggi di Ibrahim, Badryia, Samir e Nadira ne ho visti a decine, percorrendo lo stesso tragitto descritto qui sopra. SI tratta di un viaggio che per i turisti più avventurosi può sembrare esotico (anche se i controlli non sono poi molto più lievi: domina il sospetto a prescindere) ma che per i palestinesi si trasforma sempre in un incubo senza uscita.

CRONACHE ARABO-ISRAELIANE [2]: DOV’E’ LA NOVITA’? – di Jacopo Rossi

L’impressione di rompere i coglioni. Questa ,prosaicamente, è la prima sensazione che ti coglie quando atterri, un anno dopo, al Ben Gurion di Tel Aviv. Non l’umido, no. La sgradevole convinzione che non ti ci vogliono, ancora prima di scaricare i bagagli dal nastro. Non ti ci vogliono perché non sei dei loro e quindi “contro”. C’è di buono che la trafila non ti coglie impreparato: domande all’andata, domande all’arrivo. Sulla valigia e sul viaggiatore. Con chi sei, quanto ti trattieni, perché sei lì. La parte più dura è sembrare convinti quando, alla terza domanda, rispondi «Pilgrimage!». Ma, soprattutto, «No stamp, please»: ché Israele è come il condomino che ti ruba il posto macchina tutti i giorni, e i Paesi confinanti non sono poi felici, alla frontiera, di vedere il loro timbro sul tuo passaporto. Comprensibile, nonché ricambiato dai doganieri israeliani, che sembra non aspettino altro che tenerti in piedi di fronte al banco, annacquandoti con domande e sospetti. Per arrivare a Betlemme, oggi, ci vuole quasi due ore. L’autista, cristiano, dice di chiamarsi Giovanni. “Gode” dello status di araboisraeliano: la sua famiglia rimase, dopo la grande tragedia, la Nakhba del ’48, in terra israeliana pur essendo araba. È successo a molti, dice. I discendenti di quelle famiglie, oggi, sono “quasi” israeliani. Hanno gli stessi documenti, pagano le stesse tasse, ma sono comunque arabi, non puri. Non può accompagnarci direttamente a Betlemme passando dal checkpoint ufficiale, si scusa in un generoso inglese raschiato e approssimativo. Passa dai sobborghi, mulattiere incrinate tra i palazzi non finiti e la valle. Beit Jalla, prima, alla quale nei prossimi giorni le ruspe israeliane inghiottiranno tutti i vigneti; Ar Ghillo poi, insediamento dei coloni ebrei. La differenza tra i due è palese, anche se colta distrattamente dal finestrino. Rifiuti, intonaco a vista, case incomplete e cantieri dall’aspetto secolare, come certe querce per il povero sobborgo di Betlemme; guardie armate, filo spinato, riflettori, cancelli e caseggiati tutti uguali per i coloni. Eccellente metafora di questi territori: povertà da un lato, paura corazzata dall’altra. Dopo la sensazione di dar fastidio, subentra, per fortuna, il piacere di rivedere chi qua ci sta tutto l’anno, in prima fila, tra divieti e vessazioni. Ma è un sentimento effimero e breve, perché la tristezza è dietro l’angolo, del Muro, ma non solo. Perché ritrovi le persone conosciute un anno fa, che da raccontarti hanno delle non-notizie comunque pessime: è successo sì qualcosa di nuovo, per data, luoghi e persone, ma non è nuovo come fatto in sé. Fatti brutti che si ripetono ciclicamente: arresti, morti, requisizioni, ruspe e insediamenti. Dov’è la novità?

palest1Per andare in Giordania, da Betlemme, “basta” percorrere 50 chilometri, più o meno. Dopo aver fatto il visto si devono passare cinque posti di blocco: tre israeliani e due giordani. Al primo (ma agli altri, invero) sei in balia delle guardie: controllano documenti, viaggiatori, macchine. Una risposta maleducata, qualcosa che non gli convince, e la sbarra, se va bene, non si alza per delle ore. Agli uffici doganali è anche peggio. Non per quel che fai, ma per quel che vedi: decine di palestinesi guardati a vista dai militari, mentre te, straniero, te la “cavi” con una mezzora a fare dentro e fuori col passaporto, il visto, i timbri. Gli altri checkpoint, poi, sono fortunatamente pure formalità. All’arrivo in Giordania gli impiegati sono quasi cordiali, sicuramente umani, ed uno di loro sbaglia a mettere un timbro, perso dietro l’accattivante sagoma di una turista russa, con gambe discrete e, soprattutto, spalle scoperte. Tre ore, più o meno, per percorrere 50 chilometri, su strade a 4 corsie in mezzo al niente.

Dov’è la novità?

 

LA SFIDA CINESE AL “GIARDINO DI CASA” DEGLI STATI UNITI – di Filippo Secciani

Dopo il monopolio sul continente africano la Cina ha puntato gli occhi su un nuovo fondamentale target strategico: quell’America Latina che gli Stati Uniti da sempre considerano come estensione politica dei propri confini naturali. Ed hanno deciso di farlo con un’opera grandiosa. Il 13 giugno il parlamento nicaraguense ha approvato il progetto di costruzione di un nuovo canale che collegherà l’oceano Atlantico con il Pacifico per un costo di circa quaranta miliardi di dollari. Una costruzione immensa che rivaleggerà con l’altro canale ben più famoso, quello di Panamacina2. Dopo il via libera dell’Assemblea Nazionale l’accordo è stato firmato dal presidente Ortega e dall’impresa di Hong Kong che si occuperà dell’esecuzione, la HKND Group. L’idea della realizzazione di un canale interoceanico che passasse per lo stato centroamericano risale al secolo scorso, ma non venne mai realizzata. Per ridare vita a quest’idea si è dovuto attendere l’arrivo dei capitali cinesi. Come contropartita Pechino ha ottenuto per cinquanta anni, rinnovabili per altrettanti, gli introiti provenienti dalla riscossione del pedaggio. Questo significa che i soldi derivanti dal futuro transito di navi finiranno direttamente nella casse cinesi. Si stima che il nuovo canale – lungo circa 290 km – potrebbe ritagliarsi un’iniziale 4,5 per cento del traffico navale mondiale ma destinato sicuramente ad aumentare in un breve lasso di tempo, soprattutto grazie alla possibilità di transito delle navi con una stazza tripla rispetto a quelle che possono attraversare Panama. cina1La costruzione di quest’immensa opera richiede tempo ed il tempo negli affari non è mai un lusso. Durante la sua edificazione potrebbero aprirsi nuove rotte commerciali – prima fra tutti il canale artico – che rischierebbero di rendere inutile la sua realizzazione. Oltre al canale in sé notevoli ricavi proverranno dalla costruzione di aeroporti, ferrovie, oleodotti e porti, per un totale di circa quarantamila posti di lavoro ed aumento notevole di flussi di denaro per la seconda economia più povera dell’emisfero ovest. La costruzione di un canale interoceanico potrebbe raddoppiare il prodotto interno del Nicaragua pro capite lordo dal suo attuale 3300 dollari. “Il grande affare, secondo la maggior parte degli analisti, per la Cina oltre che per il Nicaragua che attualmente é un piccolo Paese con un’economia modesta. Per Heinz Dieterich, economista all’Universidad autonoma metropolitana di Città del Messico, «la Cina avrebbe un accesso strategico ai mercati centroamericani e dell’intera America Latina dove peraltro, negli ultimi dieci anni, ha aumentato la sua presenza con un ritmo esponenziale»1. La Cina è in ascesa nella regione a scapito degli Stati Uniti concentrati ad affermare il loro ruolo di leadership in Asia. A ciò va aggiunto che il canale panamense sta rapidamente perdendo di importanza a causa della progettazione di nuove navi troppo grandi per le capacità attuali del canale. Per evitare ciò gli Stati Uniti, che hanno avuto in concessione il canale per cento anni, fino al 1999, stanno incentivando le operazioni di ampliamento che dovrebbero terminare nel 2015 e che consentiranno il raddoppio del passaggio delle navi dalle attuali tredicimila a circa quaranta-cinquanta mila. Il governo statunitense si è comunque dichiarato disponibile ad aiutare nella costruzione del nuovo canale se non vi fosse alcun interesse privato ad investire nel progetto. Gli oppositori dell’opera accusano l’amministratore dell’azienda cinese costruttrice, il magnate delle telecomunicazioni Wang Jin, di non aver alcun tipo di esperienza in materia; inoltre è accusato di non aver mai portato a termine il progetto ambizioso per il Nicaragua di creare ex novo una rete wireless in grado coprire l’intero paese. Altre accusano provengono dai partiti all’opposizione che accusano la maggioranza sandinista di aver accettato troppo frettolosamente l’offerta per la costruzione del canale. I gruppi verdi hanno espresso non poche preoccupazioni per i potenziali danni che il canale potrebbe causare passando per la riserva più grande di acqua dolce della regione. Tra forti opposizioni ed entusiasti sostenitori il canale sicuramente si costruirà e la sempre più insistente ingerenza del Dragone in faccende che gli Stati Uniti considerano proprie è fonte di preoccupazione per Washington, ma allo stesso tempo ci si è resi conto di quanto l’economia dei due paesi sia legata. Infine il pivot politico-economico di quest’amministrazione e probabilmente anche della prossima sarà sempre più spostato ad est, verso il giardino di casa della Cina, per cui una sempre maggiore maggiore interdipendenza – ma solamente su alcune questioni, è bene ricordarlo – è ineluttabile.

Sole24ORE > Un nuovo canale di Panama made in China

La recensione di oggi: IL CAPITALE UMANO di Paolo Virzì – di Michele Iovine

Non c’è migliore pubblicità della polemica preventiva. E infatti, sull’onda delle accuse mosse alla nuova pellicola del regista livornese, fin dal suo primo giorno di uscita, ‘Il Capitale umano’ è partito fortissimo, con ottimi incassi. Se tutto questo clamore è servito a portare al cinema persone che forse non sarebbero neanche andate a vederlo o ne ha stimolato in qualche modo la visone, oserei dire, ben vengano, perché questo potrebbe essere uno dei migliori film italiani dell’anno. Lo so, è presto per dirlo, mancano ‘appena’ undici mesi e mezzo alla fine del 2014, ma questa pellicola è davvero il prodotto finale di un lavoro di alta qualità. Virzì ci porta nel Nord Italia, dentro il mondo dell’alta finanza, quella della speculazione, del rischio, dell’azzardo e lo fa con uno stile molto cupo, grigio, tipico del noir e attraverso una galleria di personaggi tutti ben definiti e perfettamente ritratti nella loro posizione professionale e sociale, sfida già questa di per se ardua, in quanto era molto facile cadere nel temibile tranello della ‘macchietta’, ma l’ottimo cast di attori scelti, sa ampiamente dare una maschera e un’interpretazione credibile, all’altezza dei ruoli che gli sono stati assegnati. Il veicolo della significazione della pellicola, ciò che la fa progredire e gli conferisce un senso, è indubbiamente il montaggio delle scene, divise in capitoli, dove si ritorna sempre indietro e una stessa sequenza ci viene riproposta più volte dal punto di vista del singolo personaggio che se prima avevamo solo visto comparire furtivamente, grazie a questo artificio stilistico, entra in primo piano nella narrazione. Vi sono due storie che s’intrecciano continuamente, una che vede direttamente protagoniste le famiglie Bernaschi (Gifuni & Valeria Bruni Tedeschi) e Ossola (Bentivoglio e Golino) e ci narra di un investimento rischioso e senza averne le possibilità, da parte di quest’ultima e l’altra che invece verte intorno a un incidente stradale dove sono coinvolti i rispettivi figli (ex fidanzati). valbtIl baricentro dell’attenzione viene spostato continuamente da una parte all’altra, tramite i singoli capitoli ed è forse proprio in questo frangente che ogni tanto Virzì non controlla perfettamente la materia che ha in mano e tende a focalizzare l’interesse dello spettatore in maniera non sempre proporzionale sulle due vicende, facendo emergere maggiormente uno dei due filoni narrativi a discapito dell’altro. In particolar modo si tende ad immedesimarci di più con la vicenda finanziaria che vede coinvolti Gifuni e Bentivoglio, forse perché attratti dalle loro interpretazioni così sopraffine o semplicemente perché introdotta subito nella prima parte, mentre la vicenda dell’incidente che pur apre il film, quindi messa in primo piano, tende ad acquistare importanza solo verso il finale, dopo più di metà pellicola. A questo proposito poi, fa la sua entrata in scena, un ulteriore personaggio che si dimostrerà fondamentale ai fini della conclusione dell’intera storia, nel suo complesso, ma verso il quale si fatica a provare una certa empatia in quanto inserito troppo tardivamente e dopo che quasi tutti gli altri personaggi sono stati approfonditi ampiamente e quindi assimilati dallo spettatore. Pur non essendo perfetto Virzì nel maneggiare l’intreccio, lo è però dal punto di vista stilistico e della direzione degli interpreti, confermandosi uno dei registi più importanti e talentuosi che abbiamo in questo momento in Italia.