L’ADDIO ALLA PANTERA NERA – di Jacopo Rossi

eusebio-1_2781621bIn Europa ci arrivò nel 1960, col nome di Ruth Molosso, appellativo che conservò per dodici giorni, ben più adatto ad un fumetto che ad una futura stella del calcio. Gliel’avevano dato i suoi stessi dirigenti, quel nome non suo, per un motivo tutt’altro che stupido: avevano paura che glielo rapissero, consapevoli di non averla fatta del tutto pulita. Del resto giocava in una squadra satellite dello Sporting Lisbona e loro, quelli del Benfica, l’avevano messo sotto contratto. Un migliore approccio, disse lui, l’oggetto misterioso, sottolineato con un’offerta equivalente a 2000 €. Fu così che Ruth Molosso venne trasferito in gran segreto nell’Algarve, in attesa che le acque si calmassero. Poi abbandonò il soprannome canino e tornò quel che era in Mozambico, suolo natio: Eusebio, semplicemente, figlio di Laurindo Antonio da Silva Ferreira ed Elisa Anissabeni.

Dal padre, dicono. Aveva preso quel che di cinematografico che lo contraddistingueva, con quella mascella volitiva e gli occhi neri, fieri, “solidi”. La bocca col sorriso lievemente sghembo, irridente, pronto ad aprirsi dopo ogni rete. Il sorriso più grande, felice ed amaro al tempo stesso, lo distese prima di lasciare la sua Mafalala (oggi Maputo), Mozambico, spersa negli ultimi rimasugli dell’impero portoghese, o perlomeno di ciò che una volta era definito tale.

Va detto che fino ad allora la vit non era scorsa poi male, a Mafalala. Rimasto orfano a otto anni, come molti, ma non tutti, quelli che poi sarebbero diventati grandi, saltava lezioni su lezioni per calciare palloni fatti con calzini e fogli di giornale. Qualcuno lo nota, lo porta ad una squadra locale, satellite del Benfica, che lo respinge (ma poi, come sopra, ci ripensa). Destino beffardo, per colui che ne sarebbe diventato il primo marcatore di sempre. Dopo qualche mese il suo tutore sportivo, Ugo Amoretti, ex portiere degli azzurri, provò a portarlo in Italia, ma dovette soccombere di fronte alla miopia dei dirigenti e al no deciso della madre del piccolo Eusebio, che intanto continuava a segnare per tutto il Mozambico. Segna troppo, e molti iniziano a parlare di lui, altri lo notano. Tra questi c’è Béla Guttmann, storico allenatore del Benfica, che lo vuole in ogni modo. E i dirigenti, per accontentare quel maledetto ungherese, sono costretti ad accontentarlo, con il colpo di mano di cui sopra. Eusebio sbarca così in quella che diventerà la sua nuova terra: fieramente sola, povera, ignorante, oppressa dallo stivale di Antonio Salazar. Uno stivale malconcio, certo, ma che regge l’urto della Seconda Guerra Mondiale, ne esce arricchito e seppellisce tutti i suoi simili politici fino al 1974, anno della rivoluzione dei garofani.

Segna, Eusébio, perdìo, se gli riesce bene: alla fine saranno seicentotrenta gol in seicento quattordici partite. Seicentotrenta gol. In seicentoquattordici partite. Il soprannome vero, altro che Molosso, se lo guadagna così, sul campo: lo chiamano La Pantera Nera, e, un tempo, prese a calci anche la perla omocroma. Fu nel 1966, in Inghilterra, durante i Mondiali. Il suo Portogallo sconfisse il Brasile di Pelé, per tre a uno.

Si trovò davanti, poi, la Corea. Silenzio là in fondo e guai a chi ride: i ridolini, come li chiamarono i nostri connazionali impunemente, ci avevano appena mandato a casa, grazie alla rete del dentista mancato Pak Doo Ik. Tant è che i portoghesi, eterei ed astratti come sempre, stavano perdendo tre a zero. Eusébio, con passo felino, decise che forse era abbastanza e segnò. Quattro volte. Poker di regi e Corea a casa, grazie di tutto e chiamate quand’arrivate.

Sono passati solo sei anni dal suo arrivo a Lisbona. Eppure quella sera sarà la sua miglior sera di sempre, anche se quella non era la sua prima prodezza. Aveva segnato tre reti all’Atlético al suo esordio; una doppietta al Real Madrid, quello vero con Puskas e Di Stefano, in finale di Coppa Campioni ed una tripletta al Santos di Pelé. Alla fine avrebbe collezionato undici scudetti, cinque Coppe del Portogallo, due Coppe Campioni, un Pallone ed una Scarpa d’Oro.

Former Portugal national soccer player  Eusebio gestures before their Euro 2008 soccer match against Czech Republic in GenevaQuando i soldati iniziarono a caricare i loro fucili con i garofani, era ormai portoghese per vocazione e benfiquista nell’anima. Quando lasciò Lisbona lo piansero il ricco ed il povero, l’operaio ed il professore, il prigioniero politico e Salazar il dittatore, la lavandaia anonima e Amalia Rodriguez, celestiale diva del fado. Fece un salto in America, segnò anche lì, a valanga e tornò in patria. Dopo poche altre esperienze appese definitivamente le scarpe al chiodo.

Se n’è andato qualche giorno fa, a 71 anni, per un arresto cardiaco: ha raggiunto i campioni veri della sua epoca, forse, da Puskas a Best, a Di Stefano. Per certo c’è che, nuovamente, Lisbona lo ha pianto.

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