TOZZI E LA SUA SIENA: UN CONFLITTO ANCORA IRRISOLTO – di Michele Masotti

PicsArt_1389200241207Parlare di Tozzi senza parlare di Siena è impossibile. Non è vero però il contrario, laddove la figura del nostro grande romanziere appare sfumata, o quantomeno sfuocata nella memoria e nella dimensione cittadina. Se infatti la critica riscoprì Tozzi dagli anni sessanta come autore tra i massimi del primo Novecento, lo stesso forse non hanno ancora fatto i lettori. Vi è una sorta di interesse sotterraneo che perdura, quello è indubbio, interesse che però non diviene quasi mai esplicito. Di Tozzi a Siena se ne parla ancora poco. E male.

La riluttanza nell’assimilare la sua grandezza potrebbe a prima vista essere dovuta alla difficoltà della sua indagine letteraria. Chi legge si trova difatti di fronte a uno scandaglio interiore dei personaggi spesso doloroso e problematico, di difficile accettazione. Il che dialetticamente appare senza dubbio anche come un punto di forza, poiché vi è la possibilità di scoprire più e più volte la sua opera, trovando sempre qualcosa di nuovo sul fondo dei nostri “scavi”. Ma la cosa che più inquieta è che Tozzi, a differenza dei grandi autori “psicoanalitici” del suo tempo ai quali viene accostato (Svevo e Pirandello in primis), non prende mai le distanze dalle sue creature. Egli in realtà ci fa specchiare nelle miserie di Adele, Ghisola, Pietro, dei fratelli Gambi mostrandoci un qualcosa del loro animo che il lettore forse preferisce non conoscere fino in fondo, ricercando invece una dimensione consolatoria che in queste come nelle altre superbe sue creazioni è assente.

Non è un caso che già i suoi contemporanei lo schivarono, considerandolo un personaggio fuori dai ranghi. Non un popolano, né un aristocratico, tantomeno un borghese. Indefinibile socialmente e imprevedibile nel comportamento. Dunque un rapporto conflittuale fin da subito. Egli amava Siena, ma la Siena bibliotecaria e medievale su cui si era formato. La Siena degli scorci descritti infinite volte in modo superbo e malinconico. Oggi la realtà non è la stessa di allora, e le istantanee del fotografo Velvet esposte alla mostra del Wunderbar mostrano proprio questo: la mutazione dei luoghi tozziani cento anni dopo. Allo stesso tempo, benché le condizioni cittadine siano decisamente mutate, e benché la mentalità non sia così ristretta come a inizio ‘900, forse l’incapacità senese di accogliere fino in fondo uno dei suoi più grandi figli consiste nel non accettare l’identificazione con chi tratteggia la città attraverso le sue ristrettezze e meschinità.

È invece con un’ampia finalità di riscoperta che si muove il progetto dell’Associazione Wunderbar in questo inizio anno. Una chiacchierata conviviale e una piccola mostra che compari i luoghi di Federigo alla Siena contemporanea. E un’altra corposa iniziativa di fine gennaio, con una camminata cittadina che ci faccia addentrare negli stessi luoghi descritti dal nostro grande romanziere.

I ragazzi del Wunderbar credono infine che non vada soltanto restituito al Nostro il ruolo letterario che gli conviene all’interno della nostra comunità, ma che una sua rivalutazione sia propedeutica per una migliore comprensione della comunità stessa, ancora prigioniera e contesa, come la sua opera, tra ristrette pulsioni, spinte regionaliste e viceversa sofferte aspirazioni internazionali.

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