La recensione di oggi: IL CAPITALE UMANO di Paolo Virzì – di Michele Iovine

Non c’è migliore pubblicità della polemica preventiva. E infatti, sull’onda delle accuse mosse alla nuova pellicola del regista livornese, fin dal suo primo giorno di uscita, ‘Il Capitale umano’ è partito fortissimo, con ottimi incassi. Se tutto questo clamore è servito a portare al cinema persone che forse non sarebbero neanche andate a vederlo o ne ha stimolato in qualche modo la visone, oserei dire, ben vengano, perché questo potrebbe essere uno dei migliori film italiani dell’anno. Lo so, è presto per dirlo, mancano ‘appena’ undici mesi e mezzo alla fine del 2014, ma questa pellicola è davvero il prodotto finale di un lavoro di alta qualità. Virzì ci porta nel Nord Italia, dentro il mondo dell’alta finanza, quella della speculazione, del rischio, dell’azzardo e lo fa con uno stile molto cupo, grigio, tipico del noir e attraverso una galleria di personaggi tutti ben definiti e perfettamente ritratti nella loro posizione professionale e sociale, sfida già questa di per se ardua, in quanto era molto facile cadere nel temibile tranello della ‘macchietta’, ma l’ottimo cast di attori scelti, sa ampiamente dare una maschera e un’interpretazione credibile, all’altezza dei ruoli che gli sono stati assegnati. Il veicolo della significazione della pellicola, ciò che la fa progredire e gli conferisce un senso, è indubbiamente il montaggio delle scene, divise in capitoli, dove si ritorna sempre indietro e una stessa sequenza ci viene riproposta più volte dal punto di vista del singolo personaggio che se prima avevamo solo visto comparire furtivamente, grazie a questo artificio stilistico, entra in primo piano nella narrazione. Vi sono due storie che s’intrecciano continuamente, una che vede direttamente protagoniste le famiglie Bernaschi (Gifuni & Valeria Bruni Tedeschi) e Ossola (Bentivoglio e Golino) e ci narra di un investimento rischioso e senza averne le possibilità, da parte di quest’ultima e l’altra che invece verte intorno a un incidente stradale dove sono coinvolti i rispettivi figli (ex fidanzati). valbtIl baricentro dell’attenzione viene spostato continuamente da una parte all’altra, tramite i singoli capitoli ed è forse proprio in questo frangente che ogni tanto Virzì non controlla perfettamente la materia che ha in mano e tende a focalizzare l’interesse dello spettatore in maniera non sempre proporzionale sulle due vicende, facendo emergere maggiormente uno dei due filoni narrativi a discapito dell’altro. In particolar modo si tende ad immedesimarci di più con la vicenda finanziaria che vede coinvolti Gifuni e Bentivoglio, forse perché attratti dalle loro interpretazioni così sopraffine o semplicemente perché introdotta subito nella prima parte, mentre la vicenda dell’incidente che pur apre il film, quindi messa in primo piano, tende ad acquistare importanza solo verso il finale, dopo più di metà pellicola. A questo proposito poi, fa la sua entrata in scena, un ulteriore personaggio che si dimostrerà fondamentale ai fini della conclusione dell’intera storia, nel suo complesso, ma verso il quale si fatica a provare una certa empatia in quanto inserito troppo tardivamente e dopo che quasi tutti gli altri personaggi sono stati approfonditi ampiamente e quindi assimilati dallo spettatore. Pur non essendo perfetto Virzì nel maneggiare l’intreccio, lo è però dal punto di vista stilistico e della direzione degli interpreti, confermandosi uno dei registi più importanti e talentuosi che abbiamo in questo momento in Italia.

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