CRONACHE ARABO-ISRAELIANE [2]: DOV’E’ LA NOVITA’? – di Jacopo Rossi

L’impressione di rompere i coglioni. Questa ,prosaicamente, è la prima sensazione che ti coglie quando atterri, un anno dopo, al Ben Gurion di Tel Aviv. Non l’umido, no. La sgradevole convinzione che non ti ci vogliono, ancora prima di scaricare i bagagli dal nastro. Non ti ci vogliono perché non sei dei loro e quindi “contro”. C’è di buono che la trafila non ti coglie impreparato: domande all’andata, domande all’arrivo. Sulla valigia e sul viaggiatore. Con chi sei, quanto ti trattieni, perché sei lì. La parte più dura è sembrare convinti quando, alla terza domanda, rispondi «Pilgrimage!». Ma, soprattutto, «No stamp, please»: ché Israele è come il condomino che ti ruba il posto macchina tutti i giorni, e i Paesi confinanti non sono poi felici, alla frontiera, di vedere il loro timbro sul tuo passaporto. Comprensibile, nonché ricambiato dai doganieri israeliani, che sembra non aspettino altro che tenerti in piedi di fronte al banco, annacquandoti con domande e sospetti. Per arrivare a Betlemme, oggi, ci vuole quasi due ore. L’autista, cristiano, dice di chiamarsi Giovanni. “Gode” dello status di araboisraeliano: la sua famiglia rimase, dopo la grande tragedia, la Nakhba del ’48, in terra israeliana pur essendo araba. È successo a molti, dice. I discendenti di quelle famiglie, oggi, sono “quasi” israeliani. Hanno gli stessi documenti, pagano le stesse tasse, ma sono comunque arabi, non puri. Non può accompagnarci direttamente a Betlemme passando dal checkpoint ufficiale, si scusa in un generoso inglese raschiato e approssimativo. Passa dai sobborghi, mulattiere incrinate tra i palazzi non finiti e la valle. Beit Jalla, prima, alla quale nei prossimi giorni le ruspe israeliane inghiottiranno tutti i vigneti; Ar Ghillo poi, insediamento dei coloni ebrei. La differenza tra i due è palese, anche se colta distrattamente dal finestrino. Rifiuti, intonaco a vista, case incomplete e cantieri dall’aspetto secolare, come certe querce per il povero sobborgo di Betlemme; guardie armate, filo spinato, riflettori, cancelli e caseggiati tutti uguali per i coloni. Eccellente metafora di questi territori: povertà da un lato, paura corazzata dall’altra. Dopo la sensazione di dar fastidio, subentra, per fortuna, il piacere di rivedere chi qua ci sta tutto l’anno, in prima fila, tra divieti e vessazioni. Ma è un sentimento effimero e breve, perché la tristezza è dietro l’angolo, del Muro, ma non solo. Perché ritrovi le persone conosciute un anno fa, che da raccontarti hanno delle non-notizie comunque pessime: è successo sì qualcosa di nuovo, per data, luoghi e persone, ma non è nuovo come fatto in sé. Fatti brutti che si ripetono ciclicamente: arresti, morti, requisizioni, ruspe e insediamenti. Dov’è la novità?

palest1Per andare in Giordania, da Betlemme, “basta” percorrere 50 chilometri, più o meno. Dopo aver fatto il visto si devono passare cinque posti di blocco: tre israeliani e due giordani. Al primo (ma agli altri, invero) sei in balia delle guardie: controllano documenti, viaggiatori, macchine. Una risposta maleducata, qualcosa che non gli convince, e la sbarra, se va bene, non si alza per delle ore. Agli uffici doganali è anche peggio. Non per quel che fai, ma per quel che vedi: decine di palestinesi guardati a vista dai militari, mentre te, straniero, te la “cavi” con una mezzora a fare dentro e fuori col passaporto, il visto, i timbri. Gli altri checkpoint, poi, sono fortunatamente pure formalità. All’arrivo in Giordania gli impiegati sono quasi cordiali, sicuramente umani, ed uno di loro sbaglia a mettere un timbro, perso dietro l’accattivante sagoma di una turista russa, con gambe discrete e, soprattutto, spalle scoperte. Tre ore, più o meno, per percorrere 50 chilometri, su strade a 4 corsie in mezzo al niente.

Dov’è la novità?

 

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