POLVERIERA UCRAINA – di Filippo Secciani

UCRDal giorno del referendum per scegliere o meno l’indipendenza dall’Unione Sovietica (un non tanto lontano primo dicembre 1991), l’Ucraina si è sempre trovata in mezzo a due degli attori principali della politica estera mondiale. Il primo presidente Kravčuk ebbe fin da subito rapporti tesi con il suo ingombrante vicino quando adottò una politica estera autonoma e firmò l’adesione dell’Ucraina alla partnership per la pace con la NATO. La svolta per l’Ucraina si ebbe la prima volta nel 2002 con l’elezione a primo ministro di Yanukovych, il quale a differenza dei predecessori intraprese una politica di avvicinamento alla Russia, non aderendo alla NATO, ma inviando truppe a sostegno americano in Iraq. Nel 2004 si tennero le elezioni presidenziali tra Yushchenko e Yanukovych, in cui uscì vincitore il candidato filo occidentale e Yanukovych fu costretto a dimettersi anche dalla carica di primo ministro, dopo che il parlamento approvò una mozione di sfiducia. Queste elezioni saranno ricordate sopratutto per la cosiddetta “rivoluzione arancione” dal colore dei sostenitori di Yushchenko che fin da subito denunciarono brogli elettorali commessi dalla parte avversa. Infine il risultato delle elezioni parlamentari in Ucraina tenutesi il 28 ottobre 2012 hanno confermato la vittoria del presidente uscente Viktor Yanukovych già trionfatore delle elezioni nel 2010 con la disfatta di Yulia Tymoshenko e la nascita in Ucraina di una semi-dittatura. Il partito del presidente è il Partito delle Regioni arrivato primo con più del 33% dei voti, secondo il partito della Tymoshenko con il 22,5. “La distribuzione del voto evidenzia una chiara spaccatura nel paese: le regioni occidentali hanno infatti sostenuto il partito della Tymoshenko1 e i nazionalisti mentre quelle orientali e meridionali, in cui cospicua è la presenza di popolazione russa, hanno accordato la loro preferenza a Yanukovych e ai comunisti”2. Il PR di Yanukovych ha ottenuto solo la maggioranza relativa alla Rada – il parlamento ucraino – potendo comunque fare affidamento su 32 seggi ottenuti dal partito comunista KPU alleato di governo. Gli osservatori internazionali che hanno monitorato lo svolgersi regolare delle consultazioni (Ocse, Freedom House) hanno osservato come sia stato fatto largo uso di brogli, pressioni – arrivando perfino alle percosse – poca trasparenza sul finanziamento alle campagne dei candidati e improvvise modifiche alla legge elettorale pochi giorni prima del voto. Di rilievo è stato l’avanzamento nei risultati delle due formazioni di estrema sinistra e destra: Svoboda, il partito della destra xenofoba, nazionalista, anti russa ed antieuropeista ha varcato la soglia del 5% che permette di ottenere i seggi alla Rada; mentre i comunisti, maggiori alleati del presidente raggiungono l’11,8%. Fin dalla dissoluzione dell’Urss, la Russia ha sempre cercato di estendere la sua influenza verso l’Ucraina. Questo è dovuto in parte all’elevato numero di cittadini di etnia russa per lo più residenti nella zona orientale del paese. Dalla presenza di una base marittima a Sebastopoli che affaccia sul mar Nero. Al ruolo che l’Ucraina ha sempre avuto come paese di transito per il passaggio del gas diretto nel Vecchio Continente, nonché la sua posizione geografica che fa dell’Ucraina un’anello di congiunzione tra Russia ed Europa (l’origine della sua parola significa infatti terra di frontiera)3. Da ciò risulta ben comprensibile come il Cremlino stia ben vigile su tutto ciò che accade nel granaio d’Europa. Dopo un periodo di “simpatia” nei confronti dell’occidente della presidenza Yushchenko, la nomina a primo ministro nel 2006 e poi a presidente nel 2010 di Yanukovych hanno spinto nuovamente l’Ucraina verso l’orbita moscovita. Per rimarcare questa sorta di protettorato invisibile dal 2007 si è assistito al processo di boicottaggio – una punizione – russo della tratta ucraina per il trasporto di gas e petrolio diretto nelle nostre città (con la motivazione dell’eccessivo indebitamento di Kiev nei confronti delle compagnie petrolifere russe), che portò alla sospensione nel 2009 di forniture e che ebbe notevoli conseguenze anche in Europa. L’Ucraina è infatti in debito di circa un miliardo con la Gazprom. Da quella data sono in cantiere una serie di progetti di pipeline per diversificare le rotte di gas, escludendo l’Ucraina – per il trasporto verso il vecchio continente con la costruzione del South Stream che passerà per il mar Nero e per i paesi balcanici (la costruzione terminerà nel 2015) ed il North Stream, che passando per il Baltico collegherà la Russia alla Germania. Yanukovych è stato così costretto a correre ai ripari firmando nell’aprile 2010 gli Accordi di Kharkiv, con i quali alla Russia è stato concesso lo sfruttamento della base di Sebastopoli per altri trent’anni in cambio di prezzi di favore per lo sfruttamento del gas russo (30% in meno)4. Questa situazione di obbligata sudditanza verso Mosca cui Kiev è costretta ha avuto come conseguenza l’allontanamento dall’UE e da qualsiasi progetto di adesione alla NATO (come stabilito dal parlamento con un provvedimento di legge del 2010). Negli scontri di questi giorni i manifestanti che dai primi di dicembre sono scesi in piazza contrari all’avvicinamento verso Mosca e convinti della necessaria adesione all’UE per intraprendere quel processo di sviluppo e democratizzazione impellente per il paese. Le proteste sono scoppiate all’indomani della sospensione da parte di Yanukovych dell’accordo per l’associazione all’Europa che avrebbe dovuto aver luogo nel corso dell’Eastern Partnership Summit5 a Vilnius il 28 novembre. Il vice ministro degli esteri ucraino Olefirov alla vigilia dell’apertura del summit sosteneva come “la dirigenza ucraina è intenzionata a siglare l’Accordo di Associazione Ucraina-Unione Europea nella speranza, in futuro, di diventare a pieno titolo membri UE”6. Il 21 novembre però il presidente ha deciso di rimandare la firma del trattato di associazione, soprattutto a causa delle azioni intimidatorie intraprese da Putin e l’Ucraina, non potendo rischiare di perdere il maggior partner commerciale con cui ha un passivo di 1,3 miliardi ed un’economia in recessione, ha annullato tutto. Al mancato accordo con l’Unione Europea il popolo ucraino (alcuni dicono circa duecentomila persone) è tornato in piazza per manifestare contro il proprio presidente. Dopo le prime manifestazioni di protesta per la decisione del governo, sono seguite le seconde per opporsi alla decisione di inasprire le pene per chi protesta. Gli scontri sono stati duri ed intensi, quasi dodici ore di guerriglia che hanno visto fronteggiarsi da una parte gli oppositori di Yanukovych e dall’altra la polizia, con l’innalzamento anche di barricate e lancio di molotov. Yanukovych nel frattempo ha garantito alla piazza di aver intrapreso un dialogo con le altre forze di opposizione parlamentare. Gli Stati Uniti hanno minacciato sanzioni se non cesseranno immediatamente le violenze e l’ambasciatore usa in Ucraina ha invitato il presidente ad intavolare una serie di negoziati con i manifestanti, i quali a gran voce chiedono un leader unico per le presidenziali del prossimo anno, invocando un “leader della rivoluzione”. Gli oppositori che in migliaia sono scesi in piazza sono una composizione varia ed eterogenea che va dalla destra anti Europea, all’ex pugile ed ora a capo di una formazione centrista Klitschko (duramente contestato nella giornata di ieri), ai liberali e moderati. L’unico collante che mantiene unite queste forze così variegate è la condanna unilaterale alle iniziative promosse dal governo per bloccare la libertà di opposizione e di espressione e soprattutto un comune sentimento anti russo. Quanto vale l’Ucraina? E’ la potenza economica regionale, il paese più numeroso tra le repubbliche ex sovietiche, che si traduce in una maggiore forza lavoro. Possiede il miglior sistema industriale della regione, localizzato nell’area orientale del paese (quella a maggioranza russa). UCR1Terreni agricoli immensi e materie prime su scala mondiale (5% della produzione totale), soprattutto carbone e mercurio ed è uno dei leader nella produzione di metalli ferrosi e dell’acciaio rifornendo tanto la Russia quanto i paesi UE. “Gli interessi geopolitici russi in gioco sono alti, e la voglia o la necessità di crearsi spazio tra un gigante ad occidente -Unione europea – ed un altro ad oriente –Cina –, spinge Putin verso un nuovo tipo di Unione senza tariffe doganali”7. Unione doganale che nella visione del presidente russo dovrebbe “rivaleggiare” con l’UE e dovrebbe raccogliere gli ex paesi CSI e che per parte Ucraina le consentirebbe di acquistare il gas russo a 240 dollari per 1.000 metri cubi, invece degli attuali 530 dollari attualmente pagati. Nel maggio del 2013 l’Ucraina ha firmato un memorandum per aderire all’Unione doganale come paese osservatore, si tratta di un accordo non vincolante che permette a Yanukovych di poter prendere tempo e non scontentare né Putin né Bruxelles. L’Unione Europea da par suo non può rischiare di perdere una nazione così importante in un’ottica di Europa a 28 ed il rifiuto da parte di Kiev di sottrarsi improvvisamente alla sottoscrizione dell’accordo di associazione non può che impensierire Bruxelles. L’Ucraina non può altresì fare a meno dei fondi europei. Ma il “ricatto” europeo all’Ucraina soldi in cambio di democrazia e riforme non poteva funzionare, non sul breve periodo almeno e l’Ucraina necessita di soldi adesso, per questo sono stati accolti gli incentivi economici e l’energia provenienti da Mosca e soprattutto in cambio non chiedeva né riforme, né voleva intromettersi in faccende interne. La UE è stata la vera sconfitta di questa decisione e di tutti i sostenitori di un’allargamento ad est, “nei negoziati con l’Ucraina è emerso chiaramente che l’Ue non è in grado di sostenere un confronto geopolitico con la Russia nello spazio post-sovietico. Mosca resta la prima potenza nell’area e una politica che la esclude – come appunto il Partenariato orientale – è destinata al fallimento”8. Comunque la si voglia vedere la partita Ucraina non è chiusa. L’Ucraina è la chiave per arrivare anche alle altre repubbliche ex sovietiche. Un boccone troppo ghiotto sia per la Russia, sia per l’Europa.

 

  1. Ancora detenuta in carcere per abuso di ufficio e condannata a 7 anni: è accusata di aver agito senza ascoltare il governo nella stipulazione di un accordo per la fornitura di gas da parte della Russia.
  2.  S. Giusti; l’Ucraina divisa si volge ad Est; Ispi Commentary; 6 novembre 2012.
  3. M. Di Pasquale; l’altra Ucraina in East: l’Odore dei soldi; dicembre 2012.
  4. A questo proposito si guardi: C. Corazza; la guerra del gas; il Sole 24 ore libri
  5.  Si tratta di un accordo nato nel 2009 e firmato dall’Unione Europea con Moldavia, Armenia, Georgia, Azerbaigian, Bielorussia e Ucraina in materia di cooperazione politica e commerciale.
  6. http://www.geopolitica-rivista.org/24229/lucraina-e-il-primo-ingresso-nellue-intervista-al-vice-ministro-degli-esteri-andriy-olefirov/
  7. http://www.altd.it/2013/12/18/lucraina-zona-cuscinetto-ue-russia/
  8. http://www.altd.it/2013/12/05/ucraina-contesa-geopolitica-tra-russia-e-ue/

CRONACHE ARABO-ISRAELIANE [2]: Sì, VIAGGIARE? – di Jacopo Rossi

Ibrahim, 36 anni, cristiano praticante, è dottore, presso il locale ospedale di Ramallah. In verità sarebbe di Betlemme, ma lì di ospedali nemmeno l’ombra, quindi, proprio poco prima che scoppiasse la Seconda Intifada (dopo l’”eroica” passeggiata di Sharon sulla Spianata delle Moschee), ha preso armi (si fa per dire), famiglia e bagagli e si è trasferito a Ramallah, dove ha aperto un ambulatorio privato. E, nonostante tutto, mette insieme pranzo, cena e qualche vizio. Sua moglie Badryia, 34 anni, mora, occhi neri, molto bella, gestisce, dalla cassa, un caffè, nei dintorni di Dawar Al-Manara, la piazza principale di Ramallah. I loro figli, Samir e Nadira, 8 e 6 anni, vanno ancora a scuola e per fortuna ancora non conoscono, almeno non troppo bene, la paura. Ibrahim ha deciso: prende i figli, la moglie, l’auto e va a trovare suo fratello, Rami, ingegnere di Amman, in Giordania. Non si vedono da quasi quattro anni, forse cinque, da quando è morto il vecchio Fouad, il loro padre, su un autobus centrato in pieno da un missile intelligente (e anche un po’ figliol di troia). Colpa degli umani, forse: adesso i droni di questi errori non ne fanno. Va all’ambasciata giordana di Ramallah: servono i visti. Con 200 shekel, più o meno 180 euro, se la cava. La mattina dopo punta la sveglia la presto, ché il viaggio, seppur breve, è lungo, carica (un bagaglio a mano), la vecchia Toyota con parenti annessi e parte. Lascia la macchina dopo qualche chilometro, fuori città, nelle mani di un cognato: ha la targa verde, palestinese, e, secondo la legge del più armato, non può oltrepassare un checkpoint israeliano. Poco male, Ibraim c’è abituato. Lo sa come gira da queste parti e sa che non cambierà. Non per lui almeno, forse per i suoi figli, o i suoi nipoti, più probabile. Samir e Nadira si lamentano, ma non troppo. Badryia scuote la testa e conta i bagagli. Lo sa che da lì inizia la normale epopea di sempre. Sono in fila, con altri trenta connazionali, se di nazione si può (e si deve) parlare.

palestPassaporti alla mano, domande, sguardi che ti tagliano in due. Sono giovani, obbligati dal servizio di leva a squadrare il “nemico” alle sbarre, spesso senza nemmeno degnarsi di uscire dalle guardine. Non tutti sono cattivi, certo. O almeno non allo stesso modo. Qualcuno è solo troppo severo perché così gli han detto di essere. Qualcun altro è convinto di ciò che fa, ci crede, e sono i peggiori. Altri vorrebbero semplicemente essere da un’altra parte. Come Ibrahim e la sua famiglia, magari. La fila, per fortuna, scorre veloce. I bambini sorridono, chissà che si credono. Salgono veloci sul pullman scassato bianco e azzurro, mentre Badryia, tenera, si preoccupa che non infastidiscano gli altri passeggeri, come qualsiasi madre farebbe a qualsiasi latitudine del mondo. Ibrahim, da par suo, si accomoda paziente su un sedile e guarda fuori. Dopo una mezz’ora l’autista frena, di fronte al solito metallo, alle solite facce, alle solite lamiere, ai soliti fucili. Solito sguardo ai passaporti, solite domande. Se qualcuno si spazientisce, prudentemente non lo dà a vedere. I bambini sono impassibili. Sorridono? Non più esibiscono sorrisi tirati, da adulti, quando Badrya chiede loro se va tutto bene. Dopo solo tre quarti d’ora riescono a risalire sul pullman. Il paesaggio scorre uguale fuori dal finestrino; del verde nemmeno l’ombra. Giusto qualche gregge, ogni tanto, puntella l’immobilità circostante con qualcosa di simile alla vita. La prossima fermata è la meno piacevole ed Ibrahim lo sa. Stringe le mani di Badryia, la guarda, sussurra un “habibi”, amore, come se volesse chiederle scusa di questo viaggio. Adesso fuori dagli uffici della frontiera sono cinquanta, forse più, stanchi. Sua moglie accompagna la piccola al bagno, lui resta con Samir e scambia qualche parola con i vicini di posto. Un vecchio è lì dalle sette, un altro dalle nove, ma non vede il suo amico da mezz’ora, ché lo stanno interrogando chissà dove. Un bambino piange, qualche fila più indietro. Nessuno osa lamentarsi, ed è questo che sconforta Ibrahim più di tutto. Lui si ricorda le sassate a Betlemme, gli spari e le molotov, ma non ha dimenticato nemmeno le proteste a Ramallah contro le retate israeliane e gli scioperi della fame. Adesso no. Vede qualche volto segnato dagli anni, qualcuno dalla paura, meno dalla stanchezza. Ma non vede voglia di lottare e sa perché: qui, ora non ne vale la pena. Lo sa lui, lo sa chi è in fila con lui, lo sanno i soldati da latte che stringono radioline e fucili. Passa un’ora forse due. Tra spintoni senza cattiveria e domande senza onestà: chi sei, cosa fai, cosa vai a fare in Giordania, porti armi (!), ti sei fatto il bagaglio da solo. Domande alle quali Ibrahim potrebbe rispondere anche prima che gli vengano poste. Ma tant’è. Riescono a varcare la frontiera. Hanno dovuto abbandonare momentaneamente un trolley, quello rosa, di Nadira, dove hanno messo i vestiti di tutti. Lo recupereranno più tardi: ogni passeggero viene separato dal suo bagaglio, che viene ispezionato singolarmente in separata sede. Qui, alla frontiera, i controlli sono se possibile più severi. Qualche guardia urla. Qualcuna si limita al disprezzo negli occhi. “Loro”, quelli in fila, sono la causa del loro male, dei loro morti, delle bombe negli autobus, del tempo che passano in divisa alle sbarre dei checkpoint. E poco importa se sono vecchi, donne o bamibini, cristiani o musulmani. Tanto, come detto qui nessuno, rassegnato, si lamenta. Al massimo i più arditi scuotono la testa. Ibrahim deglutisce e s’incammina, Samir a un fianco, Badryia e la bimba dall’altro. Cercano, tra mille, la loro valigia. Nadira la vede, la prende, non è la sua, esplode. Piange ed urla, suoni sconclusionati come la sua rabbia di bambina impotente. I suoi cercano di consolarla, anche Samir, in un afflato di maturità, si prodiga per tranquillizzare goffamente la sorella. A poco a poco si calma, il viso rigato dalle lacrime, ed accetta di montare sulla navetta che li porterà, sperano tutti, al confine giordano. Dopo un blando checkpoint in mano ai gentili poliziotti giordani, arrivano a Wadi as Sir. Ibrahim va alla dogana, servono dei documenti per stare là. Nessuna libera circolazione di uomini e merci, non là. Ha un visto che, se volesse, gli permetterebbe di stare da suo fratello tre mesi, non di più. Adesso deve solo chiamarlo per farsi venire a prendere. Amman non è distante, magari in un’ora ce la fa. Si siede, mentre Badryia racconta qualcosa di buffo ai bambini. Ci sa fare: ridono, scordandosi le umiliazioni di un viaggio così breve, sulla mappa. Hanno percorso poco più di sessanta chilometri per arrivare là. Ma il sole è sceso da un pezzo, e loro son partiti da Ramallah questa mattina presto. E Ibrahim sorride, pensando che, in fondo c’è anche voluto poco.

PS: Ibrahim, ovviamente non esiste. Forse sì, magari, non lo escludo. Ma oggi di Ibrahim, Badryia, Samir e Nadira ne ho visti a decine, percorrendo lo stesso tragitto descritto qui sopra. SI tratta di un viaggio che per i turisti più avventurosi può sembrare esotico (anche se i controlli non sono poi molto più lievi: domina il sospetto a prescindere) ma che per i palestinesi si trasforma sempre in un incubo senza uscita.