CRONACHE ARABO-ISRAELIANE [2]: Sì, VIAGGIARE? – di Jacopo Rossi

Ibrahim, 36 anni, cristiano praticante, è dottore, presso il locale ospedale di Ramallah. In verità sarebbe di Betlemme, ma lì di ospedali nemmeno l’ombra, quindi, proprio poco prima che scoppiasse la Seconda Intifada (dopo l’”eroica” passeggiata di Sharon sulla Spianata delle Moschee), ha preso armi (si fa per dire), famiglia e bagagli e si è trasferito a Ramallah, dove ha aperto un ambulatorio privato. E, nonostante tutto, mette insieme pranzo, cena e qualche vizio. Sua moglie Badryia, 34 anni, mora, occhi neri, molto bella, gestisce, dalla cassa, un caffè, nei dintorni di Dawar Al-Manara, la piazza principale di Ramallah. I loro figli, Samir e Nadira, 8 e 6 anni, vanno ancora a scuola e per fortuna ancora non conoscono, almeno non troppo bene, la paura. Ibrahim ha deciso: prende i figli, la moglie, l’auto e va a trovare suo fratello, Rami, ingegnere di Amman, in Giordania. Non si vedono da quasi quattro anni, forse cinque, da quando è morto il vecchio Fouad, il loro padre, su un autobus centrato in pieno da un missile intelligente (e anche un po’ figliol di troia). Colpa degli umani, forse: adesso i droni di questi errori non ne fanno. Va all’ambasciata giordana di Ramallah: servono i visti. Con 200 shekel, più o meno 180 euro, se la cava. La mattina dopo punta la sveglia la presto, ché il viaggio, seppur breve, è lungo, carica (un bagaglio a mano), la vecchia Toyota con parenti annessi e parte. Lascia la macchina dopo qualche chilometro, fuori città, nelle mani di un cognato: ha la targa verde, palestinese, e, secondo la legge del più armato, non può oltrepassare un checkpoint israeliano. Poco male, Ibraim c’è abituato. Lo sa come gira da queste parti e sa che non cambierà. Non per lui almeno, forse per i suoi figli, o i suoi nipoti, più probabile. Samir e Nadira si lamentano, ma non troppo. Badryia scuote la testa e conta i bagagli. Lo sa che da lì inizia la normale epopea di sempre. Sono in fila, con altri trenta connazionali, se di nazione si può (e si deve) parlare.

palestPassaporti alla mano, domande, sguardi che ti tagliano in due. Sono giovani, obbligati dal servizio di leva a squadrare il “nemico” alle sbarre, spesso senza nemmeno degnarsi di uscire dalle guardine. Non tutti sono cattivi, certo. O almeno non allo stesso modo. Qualcuno è solo troppo severo perché così gli han detto di essere. Qualcun altro è convinto di ciò che fa, ci crede, e sono i peggiori. Altri vorrebbero semplicemente essere da un’altra parte. Come Ibrahim e la sua famiglia, magari. La fila, per fortuna, scorre veloce. I bambini sorridono, chissà che si credono. Salgono veloci sul pullman scassato bianco e azzurro, mentre Badryia, tenera, si preoccupa che non infastidiscano gli altri passeggeri, come qualsiasi madre farebbe a qualsiasi latitudine del mondo. Ibrahim, da par suo, si accomoda paziente su un sedile e guarda fuori. Dopo una mezz’ora l’autista frena, di fronte al solito metallo, alle solite facce, alle solite lamiere, ai soliti fucili. Solito sguardo ai passaporti, solite domande. Se qualcuno si spazientisce, prudentemente non lo dà a vedere. I bambini sono impassibili. Sorridono? Non più esibiscono sorrisi tirati, da adulti, quando Badrya chiede loro se va tutto bene. Dopo solo tre quarti d’ora riescono a risalire sul pullman. Il paesaggio scorre uguale fuori dal finestrino; del verde nemmeno l’ombra. Giusto qualche gregge, ogni tanto, puntella l’immobilità circostante con qualcosa di simile alla vita. La prossima fermata è la meno piacevole ed Ibrahim lo sa. Stringe le mani di Badryia, la guarda, sussurra un “habibi”, amore, come se volesse chiederle scusa di questo viaggio. Adesso fuori dagli uffici della frontiera sono cinquanta, forse più, stanchi. Sua moglie accompagna la piccola al bagno, lui resta con Samir e scambia qualche parola con i vicini di posto. Un vecchio è lì dalle sette, un altro dalle nove, ma non vede il suo amico da mezz’ora, ché lo stanno interrogando chissà dove. Un bambino piange, qualche fila più indietro. Nessuno osa lamentarsi, ed è questo che sconforta Ibrahim più di tutto. Lui si ricorda le sassate a Betlemme, gli spari e le molotov, ma non ha dimenticato nemmeno le proteste a Ramallah contro le retate israeliane e gli scioperi della fame. Adesso no. Vede qualche volto segnato dagli anni, qualcuno dalla paura, meno dalla stanchezza. Ma non vede voglia di lottare e sa perché: qui, ora non ne vale la pena. Lo sa lui, lo sa chi è in fila con lui, lo sanno i soldati da latte che stringono radioline e fucili. Passa un’ora forse due. Tra spintoni senza cattiveria e domande senza onestà: chi sei, cosa fai, cosa vai a fare in Giordania, porti armi (!), ti sei fatto il bagaglio da solo. Domande alle quali Ibrahim potrebbe rispondere anche prima che gli vengano poste. Ma tant’è. Riescono a varcare la frontiera. Hanno dovuto abbandonare momentaneamente un trolley, quello rosa, di Nadira, dove hanno messo i vestiti di tutti. Lo recupereranno più tardi: ogni passeggero viene separato dal suo bagaglio, che viene ispezionato singolarmente in separata sede. Qui, alla frontiera, i controlli sono se possibile più severi. Qualche guardia urla. Qualcuna si limita al disprezzo negli occhi. “Loro”, quelli in fila, sono la causa del loro male, dei loro morti, delle bombe negli autobus, del tempo che passano in divisa alle sbarre dei checkpoint. E poco importa se sono vecchi, donne o bamibini, cristiani o musulmani. Tanto, come detto qui nessuno, rassegnato, si lamenta. Al massimo i più arditi scuotono la testa. Ibrahim deglutisce e s’incammina, Samir a un fianco, Badryia e la bimba dall’altro. Cercano, tra mille, la loro valigia. Nadira la vede, la prende, non è la sua, esplode. Piange ed urla, suoni sconclusionati come la sua rabbia di bambina impotente. I suoi cercano di consolarla, anche Samir, in un afflato di maturità, si prodiga per tranquillizzare goffamente la sorella. A poco a poco si calma, il viso rigato dalle lacrime, ed accetta di montare sulla navetta che li porterà, sperano tutti, al confine giordano. Dopo un blando checkpoint in mano ai gentili poliziotti giordani, arrivano a Wadi as Sir. Ibrahim va alla dogana, servono dei documenti per stare là. Nessuna libera circolazione di uomini e merci, non là. Ha un visto che, se volesse, gli permetterebbe di stare da suo fratello tre mesi, non di più. Adesso deve solo chiamarlo per farsi venire a prendere. Amman non è distante, magari in un’ora ce la fa. Si siede, mentre Badryia racconta qualcosa di buffo ai bambini. Ci sa fare: ridono, scordandosi le umiliazioni di un viaggio così breve, sulla mappa. Hanno percorso poco più di sessanta chilometri per arrivare là. Ma il sole è sceso da un pezzo, e loro son partiti da Ramallah questa mattina presto. E Ibrahim sorride, pensando che, in fondo c’è anche voluto poco.

PS: Ibrahim, ovviamente non esiste. Forse sì, magari, non lo escludo. Ma oggi di Ibrahim, Badryia, Samir e Nadira ne ho visti a decine, percorrendo lo stesso tragitto descritto qui sopra. SI tratta di un viaggio che per i turisti più avventurosi può sembrare esotico (anche se i controlli non sono poi molto più lievi: domina il sospetto a prescindere) ma che per i palestinesi si trasforma sempre in un incubo senza uscita.

Annunci

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...