DISCHI DEL MESE: ZEN CIRCUS – “CANZONI CONTRO LA NATURA” – di Francesco Panzieri

“Tutti gli uomini sono a loro modo anormali, tutti gli uomini sono in un certo senso in contrasto con la Natura” (G.Ungaretti)

zencircusSono tornati quei tre ragazzacci sgangherati degli Zen Circus. Il 21 gennaio è uscito il loro nuovo long playing “Canzoni contro la Natura” per La Tempesta dischi, etichetta indipendente dal solido pedigree indie rock (Tre Allegri Ragazzi Morti, Teatro degli Orrori, Massimo Volume, Fine before you came). Stavolta Andrea Appino e compagni hanno deciso di limitare il lavoro di limatura e sovraincisione in studio, per ottenere il suono immediato ed elettrico tipico dei loro concerti. Ne hanno fatti veramente molti negli ultimi anni, senza pause: anche quando il circo Zen era fermo Appino ha deciso di farsi un altro giro col suo ottimo disco solista sottobraccio, Karim, il batterista, ha sperimentato il ruolo di frontman con La Notte dei Lunghi Coltelli, mentre Ufo, il bassista, ha infiammato i locali di tutta Italia coi suoi vinili. Questa necessità di immediatezza la si ritrova nelle canzoni del terzo album in italiano degli smilzi pisani, sfrontati e disillusi come non mai, pronti a mettere alla berlina difetti e storture dell’Italietta disperata di provincia (“Postumia”, tipica ballata Zen) e di quella incorreggibilmente divisa in fazioni schierate dietro a false bandiere (“Viva”, sarà il tormentone dei concerti) ma anche a glorificare eroi piccoli piccoli dalla vita costellata di sconfitte (“Dali'”). Le schitarrate si fanno largo nella title track “Canzone contro la Natura” (tappeto elettrico che si conclude con brani di un’intervista ad Ungaretti) ed in “No way”, mentre il folk punk di “Vai vai vai” e “L’anarchico ed il generale” ci riporta indietro di quattro anni all’album “Andate tutti affanculo” (non ci girano tanto intorno). Ma il vero pezzo forte è la desolante “Albero di tiglio”, in cui un Dio crudele e beffardo, incarnatosi in una anonima pianta, confessa di divertirsi ad illudere l’uomo credulone, che crede ancora all’esistenza del Bene. Le atmosfere grigie create dal cantato cantilenante e dagli arpeggi di chitarra esplodono in un finale strumentale molto suggestivo, a dimostrazione che l’apprendistato cantautorale di Andrea Appino ha dato i suoi frutti non solo nella scrittura dei testi, ma anche negli arrangiamenti, grazie ai mesi di collaborazione con Giulio Favero, bassista del Teatro degli Orrori e produttore musicale dal naso fino. Il disco è da comprare o da scaricare, o da fruire, tra qualche giorno, sulle piattaforme di ascolto che tutti conosciamo, col volume piuttosto alto, perché “nessuno regala niente, nemmeno l’Onnipotente / ma in fondo va bene così”…

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