ADDIO PHILP SEYMOUR HOFFMAN – di Michele Iovine

PSHBigLebowski1C’era tanta folla. Molte generazioni, dai tredici ai settant’anni. Mi ricordo le braccia tese in avanti per cercare di cogliere l’attimo, il frammento di secondo in cui potevi immortalare con uno scatto quel momento e mostrare orgogliosamente ai tuoi amici di averli visti dal vivo, di aver condiviso con loro pochi secondi, ma intensi, della tua vita. Io ero lì nel mezzo alla gente e un po’ mi vergognavo, mi sentivo come un ragazzino adolescente un po’ pazzo e isterico, disposto a fare di tutto per toccare, baciare anche solo incrociare il proprio sguardo con quello di un suo beniamino. L’attesa era spasmodica. Era Settembre, a Venezia si celebrava la cerimonia di apertura della 68° mostra internazionale del Cinema con il film di George Clooney “Le idi di Marzo” che inaugurava la kermesse. Il cast era stellare e non era solo Mr. Clooney ad essere atteso dalla folla, oltre a lui c’erano Marisa Tomei, Evan Rachel Wood, Paul Giamatti, Ryan Gosling che per la delusione delle ragazzine però aveva dato forfait all’ultimo e poi lui, Philip Seymour Hoffman. Arrivarono tutti insieme e salirono sulla passarella, leggermente rialzata rispetto alla superficie della strada cosicché tutti potevano vedere. Clooney da grande show man andò subito dai suoi fans e si fece tutta la passerella firmando autografi, facendosi foto, un mattatore, gli altri si limitarono a salutare, a sorridere, ma non se la sentirono di condividere con Clooney tutta quell’atmosfera e rimasero un po’ in disparte, eseguendo in maniera molto formale il rituale della passerella. Fu quella la prima e ultima volta che lo vidi, poi non ci fu più occasione nelle edizioni a venire. Però me li ricordo bene quei momenti e mi ricordo di questo omone non certo bello a vedersi, grassoccio, con la barba bianca incolta che se ne stava lì a compiere forse la parte meno bella del suo lavoro, ma collaterale alla sua professione e se ci pensiamo bene anche questo è recitare. La prima cosa a cui pensai era che questo attore nelle occasioni pubbliche rispecchiava molto quella che era la visione che la gente che lo amava, aveva di lui. Philip Seymour Hoffman era un signor attore, ai livelli dei più grandi, ma era riuscito, secondo me volontariamente, a rimanere sempre un passo leggermente più indietro degli altri dal punto di vista della visibilità, del glamour, sempre un po’ in ombra, come di solito succede ai caratteristi a cui è riconosciuto un grande talento, ma non sono mai pubblicamente troppo in vista. Eppure chi il cinema lo amava veramente, sapeva che su quella passerella, a pochi metri, c’era una star e che gran parte delle future emozioni che avrebbe vissuto difronte al grande schermo negli anni a venire sarebbero dipese, tra i tanti, proprio dal buon Phil. In questo momento triste, può sembrare strano a dirsi, anche crudele, ma quello che pensi che ti mancherà di più, non sarà tanto l’aspetto umano, quello è un dolore troppo intimo, tutto della famiglia e degli amici stretti, ma ti mancherà il personaggio. Ho sempre pensato agli attori prima che come esseri umani, come maschere, come i ruoli viventi che hanno interpretato nella loro carriera e mentre osservavo dal vivo Philip Seymour Hoffman non pensavo infatti all’uomo, ma piuttosto a Brant, il maggiordomo de ‘Il grande Lebowsky’, all’uomo insicuro e malato di sesso in ‘Happiness’ di Todd Solonz, all’infermiere in quel grande capolavoro che è ‘Magnolia’ di Paul Thomas Anderson, al prete accusato di pedofilia ne ‘Il dubbio’, allo splendido Capote, nell’omonimo film che gli valse il premio Oscar e poi ancora il carismatico capo di una setta spirituale in ‘The Master’, il giornalista musicale Lester Bangs in ‘Almost Famous – Quasi famosi’, il crudele figlio in ‘Onora il padre e la madre’ di Sydney Lumet e tanti altri. Ecco, per me, è come se questi personaggi, nonostante li potrò rivedere ogni qual volta li desidero, avessero continuato a vivere al di fuori della sala e adesso non ci sono più.

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