ODE A UN CORRIDORE ITALIANO – di Michele Masotti

Vorrei rifiorissero i prati del ricordo

per lavare le ombre dolci

e la gola gonfia del magone in cui mi perdo.

Quando gli anni come vascelli fuggono nell’argento

voglio essere com’ero, ancora attento

per aspettare la schiera polverosa

dentro i canti del monte,

e arrampicarsi su… e la gente.

Arrampicarsi su,

al palpito delle stelle spente.

 

Esserci quel giorno.

Era estate, ero ragazzo. E pioveva.

Neppure… neppure la cima,

avvolta di nebbia, inviolata, dal diluvio battuta

aveva nome. E un effluvio

di fiori bagnati sulla salita di luglio,

come l’acqua stessa che consuma

e mi copre il ciglio.

Quale leggenda risorta?

Quale passo sul telaio fu?

Che ode ti rese grande?

Due volte sugli altari… anche tu.

 

Poi crebbi.

Gli spiriti avvolgono ora la montagna muta,

estranea dopo anni,

che lontano scruta

le percosse del tempo, la notte

e i suoi danni.

Mentre una camera d’albergo rese

cenere all’urna vuota.

Passano quindi i mesi, l’orrenda ruota

che gira e fugge come bimbi dietro al pallone.

mentre ripenso a giochi lontani, a rinverdire,

e s’alza lo sterro in un’emozione:

corridori scavati, curvi sui ferri di cui

s’è lasciata dormir la memoria.

D’improvviso quei tuoi pedali

a scrollar la cavezza del tempo,

spolverare la storia, e lontano era

rivedere polvere e manubrio,

avvinti i tubolari al petto

come un sogno antico,

ormai in disuso.

 

L’Italia scossa dal moderno, l’Italia tornasti a innamorare.

L’Italia sui monti, di fatiche barbare, l’Italia e il dolore.

E oggi vengono a chiedere, non sanno dunque?

Non sanno chi è il morto?

Tutti accorrono, vaghi come nubi al capezzale sordo.

La bici accatastata chissà dove,

Le assi del letto fredde,

ronzano le mosche nella sera. E ancora piove.

Ecco, qualcuno è morto.

 

Io anelo a tornare lì,

ero un ragazzo, i corridori sfiniti nell’acqua

E oggi come quel dì

sfiniti gli anni come barberi rincorsi sulla rena.

Adesso è il tempo del sonno

che torna, e tornano fuori i fiori, su Siena,

col dondolio della mia terra.

Ma sul Galibier, nei tornanti aspri tornerei,

quelli di Coppi e Bobét,

Ocana, Gaul e Learco Guerra.

Altri fiori di Francia e tutto era affogato,

con le stille sulle ruote di pianto.

Degli ultimi martiri moderni, il pianto,

mentre tu già eri via, primo. Nel vento.

 

Così tanto tempo passò?

“Le Rose” mutilate odorano la tua stanza ove giaci riverso,

glauche le tempie e la bocca tremante, gli occhi esplosi

su qualche verso.

E’ morto qualcuno.

 

Vorrei rifiorissero i prati del ricordo

per lavare le ombre dolci

e la gola gonfia del magone in cui mi perdo.

Quando gli anni fuggono ancora via dalle mie mani

come corridori sulla salita, come fa la vita.

Come faceva Pantani.

marco_pantani_02

 

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