PANTANI, UN CAMPIONE SOTTO ATTACCO – di Gianluca Bellini

PantaniCari amici, siamo giunti al decimo anniversario della scomparsa dell’indimenticato Campione di ciclismo e sembra che con il passare degli anni, l’alone di mistero intorno al caso si stia dissipando a poco a poco. Di questa triste vicenda restano ancora molti lati oscuri ma intanto sappiamo che Giorgio Squinzi, Patron della Mapei, non gradì il rifiuto di Marco a correre con quella prestigiosa squadra. Marco era una persona semplice, infatti considerava la Mercatone Uno come una famiglia e non gli interessava un nuovo contratto con un conseguente maggior guadagno. Lui voleva restare con i suoi compagni di squadra, in particolare Roberto Conti, anche perché in gara si scambiavano consigli in dialetto per non farsi capire dagli avversari. Marco amava allenarsi nei soliti percorsi intorno a Cesenatico, non aveva bisogno di fare la preparazione all’estero come tanti suoi colleghi e, a tal proposito, vorrei ricordare una sua frase famosa: il Carpegna mi basta!

“Quando esco in allenamento da solo, ed è il più delle volte, questo è uno dei giri che amo. Fino a San Marino niente di speciale. Ma da lì in avanti comincia il bello. Strade tranquille, tracciato nervoso. Con continui saliscendi. E qualche severa impennata. La prima è quella che, passato Montemaggio, va su a San Leo. E da lì alla Madonna di Pugliano e al successivo valico. In una decina di chilometri si sale fin quasi a 1000 metri. Ma la salita più impegnativa della giornata non è questa. È la successiva. È quella che da Caturchio si arrampica sul Monte Carpegna. Nella parte iniziale non è molto ripida. È tra il 6 e l’8 per cento. Il tratto più duro arriva passato il paese di Carpegna. Sono sei, sette chilometri con pendenza media del 10 per cento. Gli ultimi due, fin sotto la vetta a 1360 metri sul mare, li chiamiamo il Cippo e sono i più ripidi, sul 12 per cento. In quel tratto utilizzo il 39 x 19/21. Certo, questa non è una salita come quelle delle Alpi che mi hanno reso famoso. Ma per allenarmi bene mi basta, e come… Altri corridori fanno allenamenti scientifici. Salgono e scendono più volte sulla stessa salita. Fanno tratti spingendo rapporti durissimi. Cronometrano ogni metro. Stanno incollati con gli occhi al cardiofrequenzimetro. Io no. Io sto attento alle mie sensazioni. Anche la salita la sento. Esattamente come quando sono in corsa. Scatto e allungo. Scatto e allungo. Lo so che i miei scatti lasciano il segno. Fanno male. I miei avversari ne sanno qualcosa. Quando nel 1998 sul Galibier ho staccato Jan Ullrich e gli altri, ho fatto il vuoto col 39 x 17 e poi, in progressione, ho scalato sul 16 e il 15. Dei miei attacchi in salita sanno qualcosa anche i compagni di squadra, quando esco in allenamento con loro. Ma fa niente, poi in cima li aspetto. È sul Carpegna che ho preparato tante mie vittorie. Non ho bisogno, prima di un Giro o di un Tour, di provare a una a una tutte le grandi salite. Una sola volta, se ricordo bene, sono andato a dare un’occhiata in anticipo al Mortirolo e al Montecampione. Ma in macchina. E non mi è servito neanche molto. Il Carpegna mi basta. Da Coppi in poi, è una salita che ha fatto la storia del ciclismo e ogni tanto anche il Giro c’è passato. Io non le conto più le volte che l’ho fatta, allenandomi. Direte che sono un tradizionalista. Forse sì. Sempre ad allenarmi sulle stesse strade di casa. Sempre a spingere gli stessi rapporti, gli stessi che uso in corsa. Sempre in giro senza borraccia, perché mi bastano quelle quattro fontane che so io dove sono. Una proprio a Carpegna, il paese. E allora il Mortirolo, o il Mont Ventoux, o le altre grandi salite? No, non mi fanno paura. In corsa le sento subito mie. Volete sapere con quali rapporti le ho affrontate in gara? Il Mortirolo col 39 x 21/23. Il Mont Ventoux, testa a testa con Armstrong, col 39 x 17/19/21. Ma quel giorno c’era vento contrario, i rapporti non fanno testo. Torniamo alle mie montagne di casa, quelle del Montefeltro. Dal culmine del Carpegna vado giù in picchiata a Pennabilli. E dalla valle, pochi chilometri più avanti, decido magari di risalire a San Leo, per la strada di Serra di Maiolo. È anche questa una salita duretta, con lunghi tratti al 10 per cento. Dalla cima c’è una bellissima vista della Rocca di San Leo. Sempre in discesa passo il paese. E via verso casa. A meno che voglia di nuovo arrampicarmi verso San Marino. Per Torello e Acquaviva. È la salita che conclude la Coppa Placci, la più importante corsa in linea che si disputa da queste parti.” Pantani era così, un uomo semplice ma con una classe innata e nonostante i  gravi infortuni è sempre riuscito a ripartire, anche dopo l’incidente stradale mentre era impegnato nella classica Milano-Torino, quando venne investito da un Suv che viaggiava a forte velocità, in una strada chiusa e per di più in senso contrario. Marco venne sbalzato in aria e la tremenda botta gli provocò varie fratture ed una forte emorragia tanto da dover ricevere subito dopo il ricovero in ospedale, alcune trasfusioni. Durante gli esami clinici ai quali venne sottoposto il Campione, emerse che i valori erano sballati e questi dati a distanza di anni, gli fecero perdere la causa contro l’automobilista imprudente e contro le Assicurazioni. Insomma, secondo i Giudici i valori alterati non erano conseguenti al terribile incidente e così il risarcimento per i danni subiti, venne annullato. Ovviamente il prelievo di sangue gli venne fatto dopo l’incidente e non prima della partenza. In ogni caso, Marco riuscì a salire in sella anche dopo questo ennesimo ostacolo ma le Procure ed il Coni non lo “abbandonarono” mai. Purtroppo di quel Grande Campione in molti ricordano solo le immagini mentre scendeva le scale dell’albergo di Madonna di Campiglio, circondato da decine di carabinieri come se fosse un pericoloso latitante. Ma al di là di quelle tristi immagini mi vorrei soffermare su un aspetto più cupo e misterioso di quella triste Tappa del Giro d’Italia. Fino a poco tempo fa non sapevo e, non credevo, che in carcere i detenuti potessero scommettere tranquillamente sugli eventi sportivi. Per quale motivo ho fatto questa divagazione? Semplice, a distanza di anni il criminale Renato Vallanzasca raccontò che nei giorni precedenti la Tappa di Madonna di Campiglio, venne consigliato da un camorrista di non puntare sul Pirata perché da lì a poco sarebbe stato fermato…! La soffiata ahimè era giusta. La cosa strana è questa: nessun Magistrato, neppure Guariniello sempre molto attento al mondo dello Sport, ha mai indagato in maniera approfondita sul racconto del bel René. La motivazione lascia allibiti: Renato Vallanzasca dovendo scontare 4 ergastoli non poteva essere ritenuto attendibile. Allora i pentiti di mafia e camorra con decine di morti alle spalle, per quale motivo vengono ascoltati anche dopo la condanna definitiva? Ma tornando alla Tappa di Madonna di Campiglio, nei giorni precedenti e successivi, il Presidente del Club Magico Pantani di Cesenatico venne minacciato telefonicamente da alcuni sconosciuti che gli intimavano di non difendere il suo idolo e di evitare le interviste. Chi ama il ciclismo non è rimasto colpito solo dal gran numero di Carabinieri, Guardia di Finanza e Polizia impegnati nel blitz ma anche dal Processo farsa di Trento con le decine di contraddizioni (non so; non ricordo; forse) del Dottor Antonio Coscioni che non conosceva le regole fondamentali sui prelievi di sangue ai corridori. Dopo il Processo farsa di Trento il Dottor Coscioni venne promosso sempre nell’ambito del Coni… Comunque in tutta questa misteriosa vicenda, resta il fatto che 8 Procure in 4 anni indagarono su Marco Pantani e non su fatti di cronaca più gravi, tipo il traffico dei rifiuti tossici. Un’altra vicenda che colpì il Pirata fu quella della siringa contenente insulina trovata dai carabinieri dei Nas nella camera d’albergo di Montecatini dove il corridore romagnolo aveva soggiornato alla fine di una tappa del Giro d’Italia del 2001. Alla squalifica si aggiunsero 2.032 euro di multa per Pantani e 3.300 euro per la sua squadra: la Mercatone Uno. La procura antidoping del Coni aveva proposto un anno di squalifica mentre la difesa aveva chiesto l’assoluzione sostenendo che non esiste la prova certa che fosse la stanza di Pantani quella dove fu trovata la siringa contenente insulina a Montecatini durante il Giro 2001. Gli avvocati di Pantani, preannunciarono appello contro la sentenza, presentando una memoria scientifica della professoressa Giovanna Berti Donini dell’Università di Ferrara per sostenere che nell’intervallo di tempo intercorso tra il rinvenimento della siringa (27 maggio 2001) e le analisi (7 settembre 2001) potevano  essere intervenute alterazioni chimiche, mentre sarebbe stato ancora possibile un esame del DNA per accertare se la siringa era stata utilizzata per Pantani. La sentenza fu indubbiamente una dura mazzata per il capitano della Mercatone Uno, non riuscì a concludere il Giro d’Italia: si ritirò nei chilometri iniziali di una delle salite della prima tappa dolomitica, quella che portava a Corvara in Badia. La vicenda per la quale il Pirata è stato squalificato risale al 27 maggio 2001, quando i militari di Firenze effettuarono una serie di controlli antidoping negli alberghi occupati dalla carovana dei ciclisti che prendevano parte al Giro. E nella stanza 401 dell’Hotel Francia e Quirinale di Montecatini Terme saltò fuori quella piccola siringa da insulina. La stanza risultava assegnata a Marco Pantani e l’atleta finisce automaticamente con l’essere sospettato di aver fatto uso di sostanza proibita. Nei giorni successivi il Pubblico Ministero di Firenze, Luigi Bocciolini, mise a punto un vero e proprio blitz antidoping con obiettivo proprio il Giro d’Italia. Successivamente, il 28 giugno 2001, Pantani fu sentito dalla Procura fiorentina come “persona informata dei fatti” e il 24 dicembre un avviso di garanzia fu indirizzato al ciclista di Cesenatico: le perizie di laboratorio confermarono che la siringa aveva effettivamente tracce di insulina, era stata cioè usata. Non fu del tutto accertato, invece, se quella siringa fosse stata effettivamente utilizzata da Pantani. Vorrei ricordare anche il comportamento particolare del Coni che esaminando  le analisi del sangue del Panta, a riguardo dell’ematocrito alto, affermava che era probabile. Cosa è probabile? L’ematocrito è alto oppure no? Che significa probabile? Ai giornalisti che dubitavano su tale risposta venne intimato di non intromettersi, pena la querela. Addirittura il Procuratore Antidoping Dott. Aiello prima discolpò e poi incolpò Marco Pantani, suggerendo una squalifica di 4 anni. E come non ricordare la tragica fine nell’albergo Le Rose di Rimini? Per quale motivo gli inquirenti non hanno indagato sulle confezioni vuote di cibo cinese trovate nella stanza? Nello stomaco di Marco non è stato trovato cibo compatibile con gli avanzi trovati nei cartoni, quindi chi era con il Campione quella tragica notte? E le ecchimosi trovate sul suo corpo?  Vogliamo ancora credere che erano attacchi di autolesionismo? Concludendo questo mio intervento, ricordo a tutti che dopo l’autopsia sul corpo di Marco, non vennero trovate nel midollo osseo le famigerate sostanze dopanti … e questo può mettere a tacere tutti quei discorsi demenziali sull’esplosività del campione romagnolo.

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