BRUNORI SAS vs. DENTE: CONOSCERE I CANTAUTORI DEL MOMENTO – di Francesco Panzieri

brudenBrunori SAS e Dente. Giuseppe Peveri da Fidenza e Dario Brunori da Cosenza. Sono loro i due cantautori del momento. I due che, dalla “riserva indie”, dal circuito dei concerti nei club che non passa in radio ed in TV, hanno spiccato il volo nel gradimento e nelle classifiche, senza dover passare dal rito sanremese. Dente è un ’76 secco secco e pallido, con una grande chioma arruffata di capelli castano chiaro che lo fa sembrare un folletto della Pianura Padana. Quando è uscito il suo ultimo album, “Almanacco del giorno prima”, si è issato al sesto posto in classifica tra gli LP ed al primo posto nelle classifiche i-tunes Italia. Brunori, invece, è un ’77 con la pinguedine meridionale di chi ben mangia e ben beve, con gli occhiali “da pentapartito”, barba e baffi ormai brizzolati e gli occhi chiari. Il suo “Il cammino di Santiago in taxi” ha subito raggiunto la quinta posizione tra gli LP e la terza tra gli album più scaricati. Entrambi hanno ormai un seguito consolidato di fan sfegatati, pronti a tutto pur di assistere ad un loro concerto. Entrambi si ispirano musicalmente alla tradizione del cantautorato italiano. Brunori, da buon calabrese, canta come un redivivo Rino Gaetano, ma somiglia piuttosto ad un De Gregori meno ermetico e più descrittivo e, nelle canzoni più spensierate, fa pensare ad Alex Britti se, invece di scalare le classifiche, all’inizio dei 2000 si fosse trascinato tra un esame non dato ed una nottata al Bibo’. Perché il nostro, detto tra noi, ha fatto l’Università a Siena. Dente si ispira musicalmente a Lucio Battisti, soprattutto quello di “Anima latina”, mentre nei testi si profonde in arditi giochi di parole, allitterazioni e rimandi enigmistici, creando uno “stile Dente” molto personale. Entrambi mettono al centro delle proprie canzoni l’uomo ed i suoi sentimenti. Non c’è impegno politico nei cantautori “impegnati” dei 2010: Brunori tende a descrivere sentimenti, situazioni e generazioni; Dente ad investigare con le parole i sentimenti e le contraddizioni del se’ e del “noi”, dei rapporti tra le persone. Recentemente ho avuto la fortuna di assistere ai concerti di entrambi: Brunori SAS l’8 marzo all’Auditorium Flog a Firenze e Dente il 23 al teatro Puccini, sempre nella città gigliata. Il primo è stato un bagno di folla e di sudore, con universitari fiorentini e meridionali, frequentatori di mezza età dell’auditorium e ragazze scalmanate a cantare in un coro ininterrotto dalla prima all’ultima canzone. Brunori è molto a suo agio nel ruolo carismatico di idolo, ma gioca a schermirsi con una buona dose di ironia tagliente mediterranea. L’esecuzione è energica, ben supportata dalla band in cui figura Simona Marrazzo, corista e fidanzata del cantante. Gli sguardi amorevoli fra i due sembrano frustrare in partenza ogni speranza delle numerose ragazze in estasi. Al concerto di Dente, in una location completamente diversa, un teatro, ho visto tanta gioventù radical chic fiorentina e tanti universitari, meno adulti. A livello musicale l’esecuzione è stata perfetta, quasi una riproduzione delle canzoni degli album, pur in assenza dei fiati, che hanno fatto sì che il fidentino venisse accostato a certa produzione di Battisti. Peveri ha una folta schiera di ammiratrici, che non tardano ad emergere con le loro urla dalla iniziale compostezza della platea teatrale. Gioca a fare il piacione con la sua ironia paradossale e stralunata, ma si vede che in questo ruolo non si sente ancora del tutto a suo agio. Come lo sfigato che, di colpo, diventa “di moda”. Entrambi i concerti sono stati per il sottoscritto molto belli ed emozionanti. Avrete notato che non ho citato nessuna canzone. Bene, ora tocca a voi, se ancora non conoscete Brunori SAS e Dente, documentatevi su Youtube, Spotify, eccetera, o comprate i dischi, che – ricordo – suonano sempre meglio…

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PILLOLE D’ARTE : Sergio Scatizzi, le mode passano ma la pittura resta – di Michele Piattelini

Il requisito fondamentale che contraddistingue l’appassionato dagli altri è la curiosità; quel desiderio sempre inappagato di cercare nuove risposte alle proprie continue domande. Il prezzo da pagare è il veder crollare ogni certezza che pareva acquisita al primo soffio di vento. L’arte non fa, come è chiaro, nessun tipo si sconto e di eccezione a maggior ragione oggi che, come non mai forse, gli stimoli e le riflessioni sgorgano da ogni lato. Eventi, mostre, fiere, riviste specializzate propongono e spesso impongono delle scelte che oramai sembrano irreversibili ed inconfutabili. L’antidoto migliore per potersi districare in una cosi’ grande babele di linguaggi è quello di rifugiarsi nel passato per corroborarsi con quella pittura che incurante delle mode e delle facili trovate  ha continuato per anni a distillare le proprio pillole di fascino e saggezza. E’ per questa mia voglia di sicurezza che sono andato con grandissima gioia indietro nel tempo fino a toccare con lo sguardo le opere, il magistero, la stoffa e il gusto raffinato di un grande artista toscano come Sergio Scatizzi. scatizziNato a Lucca nel 1918, Scatizzi intercetta ed esprime quella grande voglia di rinnovamento portata nell’arte da nomi altisonanti quali Dubuffet, Wols e Pollock. Sono gli anni da vivere d’un fiato, sfrecciando per strada come Kerouac alla ricerca estenuante di libertà espressiva. I soggiorni a Roma e Parigi, la conoscenza con indimenticabili  personaggi quali  Mario Mafai, De Pisis, i successi di pubblico e critica danno nuova linfa al talento naturale di  Scatizzi. La sua tavolozza continua a sprigionare i colori delle “terre volterrane”, dei fiori, dei paesaggi e dei cieli che solo in Toscana si ha la fortuna di poter incontrare. E’ dunque moderno Scatizzi ma non per questo vuole rinunciare ad una tradizione di forma, colore e raffinatissimi equilibri che solo i grandi del passato hanno saputo inventare. Dai suoi inconfondibili impasti riemergono dalla polvere della memoria gli incontri di una vita, le passioni, le emozioni che quel tratto veloce di spatola segnava nella tela, nelle tavole o sulle carte. In una bella mostra tenutasi nel 2009 a Firenze fu coniata per lui la felice definizione di “Barocco informale”. Della grande libertà dell’informale, infatti, Scatizzi non abusò mai poichè a grande libertà deve corrispondere un grande rispetto. Chi ha avuto la fortuna di conoscerlo lo ricorda come un signore di altri tempi, educato e socievole che non disdegnava com’è logico di rammaricarsi per la piega che l’arte stava sempre più prendendo. Scatizzi è stato dunque pittore e come tale ha dipinto. A cinque anni dalla scomparsa continua ad essere un punto di riferimento imprescindibile per quei pochi avventurieri che di quotazioni, record price e grandi eventi riescono ogni tanto a farne a meno.

JEAN MONNET E IL SOGNO DI UN’EUROPA UNITA, di Filippo Secciani

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Oggi più o meno tutti sappiamo dare una definizione di Unione Europea, quali siano le sue funzioni, quali sono i suoi organi e chi sono i suoi membri. All’indomani del 1945 però parlare di una comunità di stati europei non era per niente scontato. Due conflitti mondiali ne avevano distrutto le economie, molta della forza lavoro era morta nei teatri di guerra, le fabbriche erano ferme – se non rase al suolo e la fame dilagava in tutto il vecchio continente. Ma è in questa situazione di avversità che alcuni uomini iniziarono a pensare ad una forma di Stati Uniti d’Europa. Il percorso per poter raggiungere questa unione erano fondamentalmente due. Un Sistema Federalista per cui il problema era impedire che gli stati europei si facessero nuovamente la guerra; il pericolo principale basandosi sull’esperienza del passato era lo stato nazionale, indipendente, senza un’organismo superiore che facesse da garante per il mantenimento della pace e della sicurezza. La risposta che i teorici di questa corrente si posero fu eliminare gli stati per eliminare la guerra. Creare un sistema federale su modello statunitense, con il passaggio di sovranità. Si trattava di una soluzione radicale non effettivamente percorribile. Il Funzionalismo invece auspicava un percorso graduale di trasferimento di compiti e funzioni a istituzioni indipendenti dagli stati. Essendo appena terminato il conflitto una cooperazione tout-court tra gli stati risultava impossibile; la soluzione dunque fu una collaborazione settoriale. Partendo da una partecipazione comune alla soluzione di problemi meno gravosi, gradualmente si sarebbero dovuti affrontare problemi sempre maggiori. Spillover è il termine per indicare questa integrazione settoriale, tipica degli anni ’50, che alla fine avrebbe portato ad una totale integrazione economica e conseguentemente politica. Di questa idea era il francese Jean Monnet, figlio di un commerciante di Cognac, che durante la prima guerra mondiale capì l’importanza della logistica dei rifornimenti per gli uomini al fronte e che seppe risolvere creando un programma congiunto anglo-francese per i trasporti. Alla fine della Prima Guerra Mondiale fu nominato segretario aggiunto della Società delle Nazioni, ma abbandonò questa carica ben presto sconcertato dall’atteggiamento ostruzionista degli stati che continuamente facevano ricorso al diritto di veto per proteggere i propri interessi nazionalistici a scapito di quelli della comunità degli stati. Nuovamente allo scoppio della Seconda Guerra Mondiale a Monnet fu affidato il compito di gestire i canali di rifornimento delle truppe e fu in questa occasione che ebbe la fondamentale idea che rivoluzionò il concetto di Europa: invitò il primo ministro Churchill e il presidente De Gaulle a creare una unione federale immediata tra Gran Bretagna e Francia. Il comunicato congiunto che i due emisero così recitava “I due governi dichiarano che in futuro Francia e Gran Bretagna non saranno più due nazioni, bensì una sola Unione franco-britannica. La costituzione dell’Unione comporterà organizzazioni comuni per la difesa, la politica estera egli affari economici […] I due Parlamenti saranno ufficialmente unificati” come sappiamo ciò non ebbe luogo a causa dell’occupazione della Francia e la costituzione del governo collaborazionista di Vichy; ma ciò ebbe tuttavia il merito di porre le basi per la futura Comunità Europea. Fuggì negli Stati Uniti e poi ad Algeri nel 1943 anno in cui si unì al Comitato di Liberazione Nazionale (Francia Libera) presieduto dal generale De Gaulle per la liberazione dei territori occupati. Durante uno di questi incontri affermò come “non vi sarà pace in Europa, se gli Stati si ricostituiranno sulla base della sovranità nazionale […] I paesi d’Europa sono troppo piccoli per garantire ai loro popoli la prosperità e l’evoluzione sociale indispensabili. È necessario che gli Stati europei si costituiscano in federazione”1. Conclusa la guerra Monnet comprese l’importanza del coinvolgimento tedesco nel processo di unificazione europeo, ma trovò fin da subito l’opposizione di numerosi suoi colleghi francesi che volevano una Germania ridotta ai minimi termini. In questo periodo fu la Francia che assunse un ruolo di leadership in Europa e un riavvicinamento tra Parigi e Berlino sarebbe stato fondamentale, se consideriamo che “gli Stati Uniti erano determinati a rendere la Germania occidentale un baluardo contro l’Unione Sovietica, la Francia incoraggiò la riabilitazione della Germania nel contesto di una più ampia integrazione europea”2. Uno dei nodi di tensione tra i due stati fu il controllo delle miniere della Ruhr, che ogni giorno si faceva sempre più intenso tanto da far temere lo scoppio di un nuovo conflitto. Monnet trovò un sostenitore nel cancelliere Adenauer, il quale per “riabilitare la Germania nel sistema internazionale a parità di diritti con le altre nazioni avanzava una proposta inattesa quanto clamorosa […] Adenauer auspicava una completa unione tra Francia e Germania con la fusione delle rispettive economie, dei Parlamenti e con l’adozione di una cittadinanza comune”3 si trattò di un’iniziativa destinata a cadere nel vuoto. Monnet tuttavia partendo da questa proposta elaborò la creazione di un’organismo soprannazionale che dovesse gestire le risorse di acciaio e carbone franco tedesche. Nel Memorandum che Monnet inviò al ministro degli esteri francese Schuman si legge che “accomunando le produzioni di base e istituendo un nuova Alta Autorità, le cui decisioni vincoleranno la Francia, la Germania e i paesi che vi aderiranno, questa proposta getterà le prime fondamenta concrete di una federazione europea indispensabile per preservare la pace”4. Il ministro francese la fece propria e nel 1951 nacque la CECA (Comunità Europea del Carbone e dell’Acciaio). Con la CECA si instaurò la pace franco-tedesca tanto auspicata dallo stesso Monnet. L’Europa divenne non solo un posto più sicuro con lo spettro della guerra ogni giorno più lontano, ma si ponevano le basi per una nuova entità economica, politica e commerciale. Se un’unione commerciale era accettabile per i francesi, un riarmo tedesco non lo era assolutamente ed ecco allora che il progetto di una Comunità Europea di Difesa (CED) naufragò. In seguito a questo stallo Monnet si adoperò per la costituzione di un Comitato d’Azione per gli Stati Uniti d’Europa, al fine di rilanciare il processo di integrazione europea. Grazie alla sua opera ed ai suoi contemporanei si deve la creazione della CEE (Comunità Economica Europea) nel 1958, la Comunità Europea nel 1967 con la creazione dei suoi organismi interni, l’adesione nel 1973 della Gran Bretagna alla Comunità Europea ed infine nel 1979 lo SME.

note:

1) http://www.istitutospinelli.org/articoli-mainmenu-9/4-note-biografiche/9-jean-monnet

2) M. Gilbert; Storia politica dell’integrazione europea; Editori Laterza

3) G. Mammarella, P. Cacace; Storia e politica dell’Unione Europea; Editori Laterza

4) http://www.biblioteche.unical.it/Guida%20alla%20cittadinanza%20europea.pdf

W.A. MOZART, COSI’ FAN TUTTE

Non vi sono molte informazioni riguardo la stesura della terza opera del trittico che Mozart compose su libretti di Da Ponte. Così fan tutte è un sofisticato esercizio farsesco (incentrato sulla filosofia illuminista) nel quale il cinico Don Alfonso scommette con due soldati sulla fedeltà delle loro fidanzate, incoraggiandoli a travestirsi e a sedurre ciascuno l’innamorata dell’altro. Il libretto è il capolavoro di Da Ponte, perfetto per essere musicato, dove il dominio della forma si unisce alla bellezza sonora del testo nel quale si intuiscono le numerose influenze letterarie che portarono alla stesura. Così fan tutte può giustamente essere definito il più grande enigma operistico. In molti hanno evidenziato una divergenza di fondo nel modo in cui Mozart e Da Ponte vedevano le tribolazioni delle due giovani coppie; dall’altro la musica si sposta da una gustosa parodia dell’opera seria italiana ad alcune tra le espressioni emotive più appassionanti del compositore. L’ambiguità del finale lascia un dubbio che non verrà mai sciolto: torneranno gli innamorati ai loro rispettivi amori? Per queste ragioni, dietro un’apparente gradevolezza e placidità “mediterranea”, questa opera risulta essere la più crudele e scomoda mai scritta da Mozart.

NUOVO BRUNELLO? WUNDER, WUNDER E 3/4… di Marco Ciacci

1926857_563426223755691_283483696_nUn assaggio a “quattro stelle” quello 2014 di “Benvenuto Brunello”, visto che sia l’annata 2009 e la 2008, in versione Riserva, hanno ottenuto questo “rating” al momento della loro presentazione. Un giudizio, per certi aspetti un po’ sovradimensionato, alla luce dei risultati nel bicchiere che, tuttavia, confermano un buon livello diffuso della produzione di Montalcino e la capacità del territorio di declinare Brunello in cui le qualità fondamentali dei vini, ottenuti notoriamente da Sangiovese in purezza, vitigno oltre modo sensibile alle condizioni climatiche generali, riescono a venire fuori in modo deciso e personale. In questo senso, la 2009, non ha certo perso all’assaggio la sua connotazione di millesimo “mediterraneo” e, in generale, poco propenso a lunghi periodi di invecchiamento. Gli aromi fruttati sono molto aperti e, in certi casi, il profilo olfattivo è decisamente caldo, con qualche caso di alcol in esubero. In bocca i vini, hanno mantenuto buona/ottima dolcezza insieme ad acidità tendenzialmente vitali, ma i tannini, spesso, sembrano ancora leggermente immaturi. Un’annata che appare decisamente eterogenea e che ha evidenziato una produzione mediamente buona, ma con punte di eccellenza assoluta più rare che in altri casi.
Ma quali sono gli assaggi che hanno ben impressionato i nostri “wunder bevitori”? Qui sotto, in ordine di preferenza con la media dei voti dati da 1 a 5, le aziende più…WUNDER!

Pietroso: Un Brunello che non figura tra i top di gamma, ma la passione e la voglia di far bene di chi conduce l’azienda si traduce in un vino genuino e beverino. In bocca è scabro e piacevolmente scorbutico, ma composto. Magari non sarà uno dei picchi ma ha stuzzicato il Wundergusto. Piacevole sorpresa.

Salvioni: Schietto e sincero come la padrona di casa (che ci ha anche fatto assaggiare una bottiglia difettata) Salvioni dà il meglio di sé quando è bevuto in compagnia ed in allegria. Niente tatticismi particolari, niente gioco confusionario: la sua forza è la linearità con la classica nota tannica in evidenza. Energico, a tratti impetuoso

Fuligni: Pensate al contadino sul trattore, la campagna anni 70/80, il sole e i grappoli d’uva pieni e pronti per essere raccolti. Così mi immagino la vigna di Fuligni che si rispecchia in un vino dal sapore antico, ma capace ancora ti attrarre, per completezza e raffinatezza, gli amanti del Brunello verace. Un vino dalle belle sensazioni olfattive di arancia e dalla progressione gustativa elegante e continua. Da consigliare!

Fornacina: Brunello maturo, complesso e filosofico. Riempie subito la bocca e inonda il palato con decisione, lasciando, a chi lo beve, la possibilità di avere una riflessione profonda e ponderata. Da bere esclusivamente con Mauro (l’uomo immagine a Benvenuto Brunello) con l’occhio che punta a Ferrero. Goloso

1912413_563458297085817_1646541056_nGianni Brunelli – Le Chiuse di sotto: Un vino “misurato” e fine con un bell’impatto aromatico che colpisce soprattutto il naso. Ricercato nell’essenza, ma anche maturo e invitante. Una nota floreale che esalta e non appesantisce un vecchio Sangiovese come il Brunello. Da opzionare nella carta dei vini.

Val di Suga: classico e completo, al naso non è molto intenso ma ha in bocca esprime stile e sostanza. Da apprezzare il primo vino uscito dalla vigna di “Poggio al Granchio” anche se il “Vigna Spuntali” rimane sempre di grande impatto gustativo. Fa bene il compitino, insomma, ma non delude.

COME IL PASSATO PUO’ INSEGNARCI A COMPRENDERE IL PRESENTE IN CRIMEA – di Filippo Secciani

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Partendo dall’assunto del filosofo Chartier per cui “la storia è un grande presente e mai solamente un passato” i fatti di questi giorni che hanno come epicentro la regione che si affaccia sul mar Nero sono emblematici e ci sembrava giusto fare una breve panoramica storica sul perché la Crimea è balzata alle cronache internazionali. Dovremmo prestare molta attenzione come cittadini europei a ciò che sta accadendo in questi giorni in Ucraina. Prima di tutto per via della Politica Europea di Vicinato o PEV che impegna l’Unione Europea a garantire stabilità di governance nei paesi limitrofi ai suoi confini quale strumento di stabilità interna all’Europa a 28, in secondo luogo perché l’Ucraina è luogo di intenso traffico per i pipeline che trasportano il gas russo fino alle nostre case, in ultimo perché la regione rischia di diventare ancora di più fonte di stress politico per la Russia, l’Europa e gli Stati Uniti. La regione autonoma di Crimea conta per il 59% abitanti di etnia russa, mentre per il 25% da ucraini ed infine una notevole quantità di tatari o tartari. Dominata dai veneziani e genovesi che la usavano come porto commerciale, fu occupata a metà del 1400 dalle truppe ottomane che seppero resistere agli attacchi russi fino al 1774 quando le truppe zariste riuscirono a strappare la regione al controllo turco e instaurarono la loro zona di influenza fino ad annetterla al loro territorio nel 1787. Nell’età contemporanea la zona è ricordata sopratutto per la guerra combattuta nel periodo che va dal 1853 al 1856. In questi anni era opinione comune che l’Impero Ottomano fosse vicino al crollo e le potenze europee già ne pianificavano la spartizione del territorio. Tra tutte la Russia era la più attiva e da sempre reclamava uno sbocco sul Mediterraneo, pretendendo il controllo sullo stretto dei Dardanelli e sul Bosforo. Lo zar Nicola I rivendicò, quale sovrano di tutti gli ortodossi, il diritto di “gestione” dei luoghi santi cristiani all’interno del territorio turco contrapponendosi alla Francia di Napoleone III; quest’ultima insieme alla Gran Bretagna, consapevoli che la missione spirituale russa nascondeva una motivazione molto più pratica, si opposero all’espansionismo russo dando pieno appoggio all’impero Ottomano. L’impero Ottomano alla fine decise di accettare la proposta di Parigi per il controllo dei luoghi santi cristiani, provocando le ire dello zar che inviò immediatamente un emissario. Venuto meno il processo diplomatico Nicola I mosse le sue truppe in Moldavia e Valacchia e attaccò i turchi nella regione del Caucaso, provocando la reazione comune di Francia e Gran Bretagna, cui si aggiunge anche un manipolo di soldati piemontesi inviati da Cavour, (il motivo dell’invio di un contingente di bersaglieri guidati dal generale La Marmora fu spinto dal desiderio, a guerra conclusa, di portare al tavolo dei negoziati anche le aspirazioni indipendentiste italiane). La guerra si concentrò sopratutto nelle città della Crimea di Sebastopoli dove fu messo sotto assedio, non solo la città ma anche il porto, Balaklava e Cernaia. Quando Sebastopoli cadde Nicola I si dichiarò sconfitta ed iniziarono le trattative al congresso di Parigi del 1856 dove la Russia perse il controllo di Valacchia e Moldavia, trasformate in principati indipendenti ma sempre sotto la sfera di influenza turca. L’impero zarista si vide anche negare l’affaccio sul Mediterraneo, con il suo cedimento della sfera di influenza in Europa, mentre il mar Nero rimaneva territorio neutrale e la marina militare russa deve abbandonare il porto di Sebastopoli. La storia della Crimea prosegue anche dopo questa guerra che ne modificò profondamente la conformazione etnografica con la diaspora dei tatari verso le regioni dell’Anatolia ed economica; la guerra, la diaspora e l’assenza di raccolti la fecero divenire una delle regioni più povere. Con la rivoluzione d’ottobre del 1917 la Crimea si costituì in Repubblica Popolare, per iniziativa sempre del popolo tartaro e resistette circa un mese nel 1920 prima di essere duramente sconfitta dalla flotta bolscevica e anarchica. I soviet costituirono successivamente la Repubblica Autonoma Socialista Sovietica di Crimea che si protrasse fino all’invasione nazista. Qui, durante la seconda guerra mondiale, si combatté duramente, la città di Sebastopoli riuscì a resistere un anno fino alla sua presa nel 1942. Con la sconfitta tedesca iniziò la deportazione voluta da Stalin del popolo tataro, con l’accusa di collaborazionismo con le forze tedesche che costò la vita a circa metà della popolazione. La regione fu infine donata all’Ucraina nel 1954, per celebrare la ricorrenza per i trecento anni dell’annessione ucraina alla Russia. Con la caduta dell’Unione Sovietica la Crimea è rimasta una regione dell’Ucraina sebbene la maggior parte della sua popolazione si fosse opposta, tanto da riuscire a strappare una forma di autogoverno – figura giuridica di repubblica autonoma con un proprio parlamento ed un governo a Simferopol – che la vincolava comunque all’amministrazione nazionale di Kiev. L’”anomalia politica gravissima” come l’ha definita Aldo Ferrari sta in questi giorni dimostrando tutta la sua fragilità politica e storica. Il ruolo non solo della Crimea, ma l’intera Ucraina, rivestono nell’ottica di Mosca fa si che non possano esserci cedimenti e ciò spiega in parte la decisione dell’invio di truppe nella regione. L’indipendentismo è un tema caldo in questi giorni, probabilmente più propagandistico che altro. Comunque è stato indetto un referendum il 30 marzo per stabilire se la Crimea debba rimanere o meno legata all’Ucraina. Fondamentale per comprendere la situazione è il ruolo che ha la flotta russa nel porto di Sebastopoli; immensa con le sue 60 navi ed i suoi undici mila uomini; L’ex presidente Yanukovich ha esteso la concessione del territorio fino al 2042. Un altro nodo importante come abbiamo già avuto modo di vedere è il ruolo etnografico che ricopre la Crimea. Seppure stiamo assistendo ad uno scontro etnico a bassa intensità, potrebbe non essere escluso un ulteriore peggioramento se la crisi si dovesse protrarre ancora a lungo o peggio se possa avere risvolti armati. Dunque da quanto emerge da questo breve resoconto, abbiamo visto come la regione della Crimea sia una zona fondamentale per la geostrategia di Mosca nella regione – dal porto di Sebastopoli sono infatti partire le navi intervenute nel secondo conflitto in Ossezia del Sud e come l’eterogeneo miscuglio di etnie che compongono l’Ucraina in generale e la Crimea in particolare possano avere un ruolo di tensore sociale ancora più forte. A ciò va aggiunto la ferma posizione di Mosca che continua ad inviare truppe nella capitale Simferopoli, la titubanza europea nel processo decisionale ostracizzata dagli interessi particolaristici delle singole nazioni ed infine gli Stati Uniti che non hanno ben definito una linea di azione. Certamente qualsiasi decisione passerà dapprima dal Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite, non vi sono interessi di nessuna forza nazionale a provocare un’escalation nella regione così troppo vicina al Caucaso.