10 CANZONI DA RICORDARE – di Francesco Panzieri

#10: Pink Floyd – Comfortably numb live Venezia 15/7/1989

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Una musica scritta da David Gilmour per un suo album solista e poi improvvidamente scartata ed un testo uscito di getto dalla mente velocissima di Roger Waters. L’ultima canzone scritta a quattro mani dai due amici-rivali. La migliore canzone del gruppo secondo “The Amazing Pudding”, fanzine ufficiale dei Pink Floyd ed il migliore assolo di chitarra della storia secondo “Planet Rock”, stazione radio britannica specializzata. Tutti questi titoli non bastano a descrivere la sospesa maestosità di questo pezzo del 1979, che Waters scrisse pensando alla sensazione straniante che aveva provato qualche mese prima, quando era stato costretto ad assumere pesanti dosi di farmaci per riuscire salire sul palco nonostante la forma di epatite che lo stava affliggendo: “serenamente stordito”, sospeso in aria come in una bolla. Nella versione album di “The Wall” le strofe sono cantate da Waters, che impersona un dottore, ed i ritornelli da Dave Gilmour, che impersona Pink, il cantante protagonista della storia, il concept su cui è basato l’album. Dieci anni dopo l’uscita della canzone i Pink Floyd hanno litigato, hanno perso Roger Waters, hanno pubblicato album che mai avrebbero potuto essere paragonati a quelli del decennio precedente. Eppure intraprendono un tour-evento che li consacra definitivamente nell’immaginario collettivo come veri e propri dei del rock. Il tour culmina, il 15 luglio 1989, con il concerto sul Canal Grande di Venezia, il primo trasmesso in diretta in mondovisione. Un’enorme zattera come palco di fronte a piazza San Marco gremita fino all’inverosimile, uno scenario unico. Settimane e settimane di voci e polemiche, soprattutto da parte degli abitanti. Al posto di Waters c’è l’illustre sconosciuto Guy Pratt, ma i più grandi sono sempre i Pink Floyd, i marziani sbarcati sulla Laguna con la loro astronave di luci e suoni formidabili. Il concerto è memorabile, sono proposti alcuni dei brani più amati dai fan (Shine You Crazy Diamond, Learning To Fly, On The Turning Away, Time, The Great Gig In The Sky, Wish You Were Here, Money, Another Brick In The Wall), ma la conclusione è ancora meglio: Comfortably Numb è il trionfo di David Gilmour, il cui assolo tagliente rimarrà per sempre nelle menti di chi ha avuto la fortuna di assistere. Io avevo 7 anni e non vidi il concerto alla RAI, ma ricordo benissimo che se ne parlò per tutta l’estate. A casa mia si ascoltavano molto i Pink, soprattutto “The Wall” e “A momentary lapse of reason”. La sera del 15 luglio ero a casa dei nonni al mare, già a letto, ma le note si sentivano uscire in stereofonia da tutte le case di Castiglione della Pescaia. Era una sensazione simile a quella che avrei vissuto un anno dopo, con i Mondiali di Italia ’90. Il pubblico, alla fine del concerto, esplose in un enorme “aleeee…oooo..” che tutto il Mondo ascoltò. Non avevo mai sentito niente del genere e per me rimane un ricordo molto bello.

 

A OGNI MOSTRA LA SUA RECENSIONE: Preraffaelliti, l’utopia della bellezza – di Valeria Mileti Nardo

Da pochi giorni la città di Torino ospita, presso Palazzo Chiablese, settanta opere della Confraternita dei Preraffaelliti, dalla collezione della Tate di Londra, capolavori che potranno essere ammirati dal pubblico italiano fino al 13 luglio.
Le opere esposte sono davvero dei capolavori e alcune sono molto note anche al grande pubblico, come Ofelia di John Everett Millais.val2
La mostra è strutturata in diverse sezioni che si concentrano su un tema, attorno al quale dialogano le opere degli artisti della Confraternita; le sezioni aiutano a enucleare le principali tematiche affrontate dagli artisti: La storia, La religione, Il paesaggio, La vita moderna, La poesia, La bellezza e il Simbolismo. Tra gli artisti più significativi in mostra, incontriamo il già citato Millais, Dante Gabriel Rossetti, Ford Madox Brown, Edward Coley Burne-Jones , William Holman Hunt, Elisabeth Eleanor Siddal, compagna di Rossetti, sua modella e a sua volta pittrice e troviamo anchel’unica opera di William Morris, più che pittore, animatore del gruppo, La Regina Ginevra. Questi alcuni artisti della Confraternita, formatasi nel 1848 in piena età Vittoriana e legati dall’ideale del ritorno utopico alla pittura prima di Raffaello e agli ideali medievali, come l’amor cortese e la spiritualità religiosa, fatti rivivere in senzo nostalgico e con una sensibilità pittorica moderna.
Seguendo una tendenza ormai molto diffusa in campo di mostre, si cerca di lasciare molto spazio alla contemplazione delle opere, rischiando però di tralasciare alcuni elementi che permettano meglio di inquadrare la tematica attorno alla quale la mostra viene costruita. L’impressione, in questo caso, mi pare essere questa. Certi aspetti della Confraternita vengono tralasciati o non troppo sottolineati, come l’impegno nelle arti decorative degli stessi artisti, la realizzazione della celebre Red House, la casa-laboratorio di Morris e punto di ritrovo degli artisti, gli sviluppi della tipografia con torchio a mano Kelmscott Press, fondata nel 1891 da Morris. E poi il ruolo di John Ruskin, personaggio che ha sottolineato la base etica delle Arts and Crafts, ossia la volontà di creare prodotti artigianali di alto livello e senza l’utilizzo della tecnologia ma che fossero alla portata di tutti (ideale destinato al fallimento per l’incompatibilità tra prodotti di lusso e diffusione di massa).val1 E di sfaccettature ce ne sono tante altre: il legame soprattutto tra Rossetti e la poesia che spesso viene riportata nelle cornici delle opere o nelle opere stesse, come nella meravigliosa Proserpina del 1874 di Rossetti, presente in mostra. E poi ancora: il rapporto antitetico con la fotografia, osteggiata come mezzo tecnico ma utilizzata da Rossetti per studiare le pose delle sue modelle, come la compagna Elisabeth Eleanor Siddal e Jane Burden.
Forse, dare un’idea di questi temi a completamento dell’aspetto storico e culturale del fenomeno artistico in questione, magari con una sala con documenti e fotografie di opere cruciali ma non trasportabili, sarebbe stato più efficace del contributo video in mostra, comunqe interessante, sull’influenza dei Preraffaelliti sulla cultura Occidentale dagli anni Ottanta, tra gotico e dark.
Con questo, non voglio gettare una cattiva luce né sulla mostra nè sui curatori ma vorrei dare un taglio “problematico” alla questione delle mostre, che troppo spesso si affidano alla presenza dei capolavori esposti, rischiando tremendamente di semplificare fenomeni artistici e culturali cruciali e di rilevante importanza storica.