10 CANZONI DA RICORDARE – di Francesco Panzieri

#9: Oasis – Cast no shadow

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Tutti hanno degli scheletri nascosti nell’armadio della propria adolescenza. Il mio è l’idolatria che avevo, nei miei quattordici anni, per i fratelli Gallagher. “(What’s the story) Morning glory?” è stata la mia prima musicassetta acquistata (e non “doppiata”), il nome della band era scritto sul mio zaino Invicta e sul diario (quindi ero un fan ufficiale) e, se non avessi portato gli occhiali da vista, probabilmente avrei portato quelli da sole tondi fatti tornare di moda da Liam. Quel rock’n’roll derivativo, ripetitivo, melodico e gonfio di dopamina correva lungo tutto il nastro della cassetta, era come una festa che tutti stavano aspettando. Tuttavia, nonostante che con il tempo mi sia parzialmente ricreduto sulla reale qualità musicale del fenomeno Oasis, c’è una canzone del suddetto album che continuo a considerare un capolavoro: “Cast No Shadow”. Evidentemente quel dannato cazzone di Noel Gallagher si doveva essere distratto il giorno che l’ha scritta, forse aveva avuto un barlume di lucidità. La melodia e la musica sono semplici e dolci, il testo parla di coloro che ancora non hanno trovato la propria strada, e che si sentono perduti, schiacciati dal rimpianto di ciò che avrebbero potuto fare e non hanno fatto, che si sentono invisibili, che “quando si affacciano al Sole non proiettano nessuna ombra”: “Bound with all the weight of all the words he tried to say / As he faced the sun he cast no shadow”. Spesso, in questo viaggio alla ricerca della strada giusta, si fanno portare via l’anima dai falsi miti, dai venditori di sogni o di droga: “As they took his soul they stole his pride”. Nei ringraziamenti dell’album la canzone è dedicata “al genio di Richard Ashcroft”, cantante dei Verve ed amico di Noel. Il suo gruppo aveva pubblicato già tre album all’epoca, ignorati dalla critica e dal pubblico, e la band si era spaccata. Richard, pesantemente dipendente dalle droghe, aveva avuto un esaurimento nervoso, ed era stato ricoverato in una clinica. Due anni dopo gli Oasis sono arrivati in cima all’Olimpo del rock. Hanno conquistato le classifiche, definito le mode giovanili, riempito stadi e parchi (Knebworth, 10-11 agosto 1996, 250.000 spettatori). Cantando una memorabile versione di “Cast No Shadow” a Knebworth, Liam cambia il testo: “You can take my soul, don’t take my pride!”. Sembra rivolgersi ad un demone che lo sta già divorando. L’anima è già stata presa: i fratelli si perdono in un party ininterrotto di cocaina, risse, litigi interni e gossip. L’album successivo (“Be Here Now”, 1997) è deludente. Il “britpop” sta esaurendo la sua forza. Lo uccidono definitivamente gruppi come Radiohead, Massive Attack, Blur (i rivali che riescono a reinventarsi), ma soprattutto un giovanotto allampanato con un giubbotto di pelle nera, che pare appena uscito da una clinica psichiatrica. È tale Richard Ashcroft da Wigan, che buca gli schermi di MTV col video di “Bittersweet Sinfony”, la nuova canzone dei Verve che proietta “Urban Hymns” in vetta alle classifiche degli album in tutta l’Europa. Adesso tutti quanti non aspettano altro che la festa, la sbornia della “Cool Britannia”, finisca, ed eccoti questo spaventapasseri che prende a spallate i passanti cantando “I can’t change / but I’m Here in my mind / and I’m a million different people”. E adesso, quando si affaccia al sole, proietta un’ombra gigantesca…

 

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