12 MAGGIO 1977, IL GIORNO CHE GIORGIANA MORI’ – di Jacopo Rossi

E poi primavera, e qualcosa cambiò
Qualcuno moriva, e sul ponte lasciò
Lasciò i suoi vent’anni e qualcosa di più…
(Stefano Rosso, Bologna ’77)
 

poliziotto borghese

 

Gli anni

Sosteneva Cossiga che nei turbolenti anni Settanta italiani i figli della borghesia romana uccidessero fin troppo spesso i figli dei contadini meridionali. L’anno nero fu il 1977, che già, in tema di costume, non era iniziato troppo bene. La Rai chiudeva Carosello e le famiglie italiane perdevano un riferimento temporale non da poco. Si smise, dunque, d’andare a letto dopo gli spot in rima, dopo le disavventure di Cimabue e le imprese del Gringo, dopo le ammissioni di colpa del calvo ispettore Rock e le canzoni spensierate di Miguel.

Forse è per questo che il fatidico Settantasette durò moltissimo, forse troppo. Iniziò con lo scoppio di una bomba al congresso romano del Movimento Sociale, finì con le tre pistolettate che il 28 dicembre di quell’anno uccisero il missino Angelo Pistolesi. Tre pistolettate vantate e rivendicate da altrettanti gruppi (Nap, Br e Nuovi Partigiani), tre pistolettate rimaste, come sempre, anonime.
Nei trecentocinquanta giorni in mezzo ai due fatti la cronaca mantenne una preoccupante coerenza. Caserme assediate, gambizzazioni, cariche della celere, attentati, sequestri e scontri di piazza che cessarono di far notizia. Sparano tutti: poliziotti, brigatisti, studenti, nuclei armati. Non mancano i banditi che han fatto tristemente storia, come Vallanzasca, arrestato per la seconda volta proprio quell’anno. Sull’asfalto, in una pozza di sangue denso e scuro, restano tutti: brigadieri, terroristi, operai, manifestanti. Fare politica o mantenere l’ordine: a Bologna, Roma, Milano e Torino non c’è differenza. Entrambe le due cose possono costare la vita, che sia quella di Francesco Lorusso o di Claudio Graziosi. In aprile, esasperato e incapace, il governo (che si costerna, s’indigna, s’impegna e poi getta la spugna), per bocca del Ministro dell’interno Francesco Cossiga, vieta qualsiasi manifestazione di piazza a Roma, almeno fino a fine maggio.

La piazza, com’era prevedibile, risponde: il 12 maggio il Partito Radicale decide di trasgredire il divieto, organizzando un sit-in in Piazza Navona per raccogliere firme per i referendum abrogativi e celebrare il terzo anniversario del precedente referendum sul divorzio. Alla manifestazione, per motivi diversi, aderisce tutto l’arcipelago della “nuova” sinistra, in chiaro contrasto con il PCI, dal quale si sente men che mai rappresentato. Ad attendere i manifestanti c’erano cinquemila poliziotti in assetto antisommossa, più un certo numero di agenti in borghese, mescolati ad autonomi e dimostranti. Incidenti, scontri, cariche, feriti e contusi non si contano nemmeno. In mezzo ci finiscono anche giornalisti, fotografi, deputati e semplici passanti. Mentre i radicali presenti alla Camera protestano per la violenza repressiva della polizia, per le strade iniziano a piovere le prime molotov.

Lo sparoGiorgiana Masi

Il 12 maggio Giorgiana Masi cammina insieme al suo fidanzato, Gianfranco Papini, in Piazza Gioacchino Belli. Forse è una compagna convinta, forse no: di sicuro è una diciottenne come tante altre, che frequenta il quinto anno del Pasteur ed è in odore di maturità. Padre parrucchiere, madre casalinga, una sorella, che oggi gestisce un agriturismo in Toscana. Alla domenica Giorgiana distribuisce Lotta Continua e partecipa attivamente a un collettivo femminista. Come tante altre, insomma. È in piazza, certo, a protestare, sicuramente, a manifestare. Ma chi non lo fa, in quegli anni? Vede gli scontri, gli ennesimi, probabilmente. Vede una bambina appena uscita da una scuola di danza, la prende per un braccio e la porta fino al Ponte Garibaldi, per allontanarla dal marasma sanguinario di quelle ore. La bambina capisce, si lascia accompagnare, ringrazia e corre via. Rivedrà Giorgiana il giorno dopo, sul giornale. Sente gli spari, ma non si volta.
Un’altra ragazza, Elena cade a terra, ferita a una gamba. Sopravvivrà. Anche Giorgiana cade, come se fosse inciampata, affermerà in seguito chi l’ha vista. Qualcuno la solleva, la porta al sicuro, vicino al capolinea degli autobus. Lei mormora: «Oddio, che male». Solo questo. Le sue ultime parole. Non c’è sangue, forse è solo spavento, forse una crisi epilettica, va a saperlo, in quei momenti.
La rassicurano, la poggiano a terra, ma qualcuno si accorge che è tardi, qualcosa non va. Giorgiana è rigida, troppo: «le mascelle serrate, le braccia tese, gi occhi sbarrati». Ma non c’è sangue. Un medico le solleva la testa. Arriva un’auto, un’Appia bianca. La stendono sul sedile posteriore, il guidatore dà gas. Lei si porta una mano sulla pancia. Quando arriverà all’ospedale sarà troppo tardi. Nella schiena un proiettile calibro 22, non d’ordinanza.

Il giorno dopo

Il giorno dopo, mentre la polizia carica i pochi coraggiosi che stavano deponendo fiori sul luogo dove Giorgiana era stata colpita a morte, il Ministro dell’Interno Cossiga elogiava in Parlamento il “grande senso di prudenza e moderazione” delle forze dell’ordine. Ma il Partito Radicale protesta: raccoglie testimonianze, foto, filmati. Dimostra con i fatti la presenza di agenti in borghese tra i manifestanti: agenti armati, ritratti anche mentre sparano, o si mettono comunque in posa per farlo. Ci sono una ragazza morta, i feriti: viene aperta un’inchiesta. Cossiga ammette, ritratta. Chiede scusa al Parlamento per aver ignorato che in piazza vi fossero sessanta agenti in borghese. Ma sa chi ha sparato: fuoco amico, ripete fino allo sfinimento.
Così fa chi lo circonda, così fanno gli agenti presenti in aula, immortalati dalle foto. Tutti negano di aver sparato, mentre l’Italia, com’è d’uopo, si spacca. Quattro anni dopo il giudice istruttore Claudio d’Angelo dichiarò l’inchiesta archiviata «per essere rimasti ignoti i responsabili del reato».
Nella sentenza si legge che «[…] È netta sensazione dello scrivente che mistificatori, provocatori e sciacalli (estranei sia alle forze dell’ordine sia alle consolidate tradizioni del Partito Radicale che della non-violenza ha sempre fatto il proprio nobile emblema), dopo aver provocato i tutori dell’ordine ferendo il sottufficiale Francesco Ruggero, attesero il momento in cui gli stessi decisero di sbaraccare le costituite barricate e disperdere i dimostranti, per affondare i vili e insensati colpi mortali, sparando indiscriminatamente contro i dimostranti e i tutori dell’ordine».
Chi insistette, come l’avvocato milanese Luca Boneschi, ne ricavò solo una querela per diffamazione.

masi giorno dopo

Gli anni dopo

Passano gli anni. Venti, a voler esser precisi. E, come spesso avviene per quanto concerne le vicende di quegli anni, succede di tutto. Angelo Izzo, uno dei mostri del Circeo, afferma che a sparare è stato il suo vecchio sodale Andrea Ghira, anch’egli coinvolto nel massacro del ’75 e appartenente, sembra al gruppo eversivo “Drago”. L’anno successivo, il ’98, salta fuori un datato rapporto della Digos, secondo il quale il colpo sarebbe partito da una calibro 22 poi ritrovata in un covo delle Br. In quell’anno viene anche riaperta l’indagine, ma l’esito rimarrà lo stesso. Nemmeno una proposta di legge, presentata dal verde Paolo Cento, sortirà gli effetti sperati.
Francesco Cossiga, ciclicamente intervistato su quegli anni si sarebbe contraddetto più volte.
Nel 2001, durante un’intervista a Radio radicale, affermò: «Non vorrei essere frainteso, ma io dico con estrema onestà che come sia morta Giorgiana Masi non lo so».
Nel 2003, davanti alle telecamere di Report, afferma: «Non l`ho mai detto all’autorità giudiziaria e non lo dirò mai, è un dubbio che un magistrato e funzionari di polizia mi insinuarono. Se avessi preso per buono ciò che mi avevano detto, sarebbe stata una cosa tragica. Ecco, io credo che questo non lo dirò mai se mi dovessero chiamare davanti all’autorità giudiziaria, perché sarebbe una cosa molto dolorosa».
Nel 2007, sulle pagine del Corriere, confessò di essere una delle cinque persone ancora in vita a conoscere il nome dell’assassino.
Nel 2008, in una sorta di paternalismo ritardatario verso Roberto Maroni, consigliò a quest’ultimo di seguire il suo modus operandi: «Maroni dovrebbe fare quello che feci io quando ero Ministro dell’Interno. Ritirare le forze di polizia dalle strade e dalle università, infiltrare il movimento con agenti provocatori pronti a tutto e lasciare che per una decina di giorni i manifestanti devastino i negozi, diano fuoco alle macchine e mettano a ferro e fuoco la città. Dopodiché, forti del consenso popolare, il suono delle sirene delle ambulanze dovrà sovrastare quello delle auto di polizia e carabinieri, nel senso che le forze dell’ordine non dovrebbero avere pietà e mandarli tutti in ospedale». Seguirono polemiche inevitabili.
Due anni dopo, il 17 agosto 2010, Francesco Cossiga morì al Gemelli di Roma, per un’insufficienza respiratoria in seguito a una crisi cardio-circolatoria. Portò con sé il famoso piccone e un numero imprecisato di armadi colmi di scheletri, faldoni, segreti. Più il nome, se davvero lo sapeva, di colui che il 12 maggio di trentatre anni prima aveva sparato, a sangue freddo, a una ragazza di diciotto anni che stava solo scappando dagli scontri.

 

A Giorgiana
se la rivoluzione d’ottobre fosse stata di maggio
 
se tu vivessi ancora
se io non fossi impotente di fronte al tuo assassinio

se la mia penna fosse un’arma vincente

se la mia paura esplodesse nelle piazze
coraggio nato dalla rabbia strozzata in gola
se l’averti conosciuta diventasse la nostra forza

se i fiori che abbiamo regalato

alla tua coraggiosa vita nella nostra morte

almeno diventassero ghirlande 
della lotta di noi tutte, donne
se…
non sarebbero le parole a cercare di affermare la vita
ma la vita stessa, senza aggiungere altro”.

 

 

P.S: c’è stato tempo anche per altro, dopo la morte dell’ex Ministro. Nel 2011 il giornalista e politico Renato Farina dette alle stampe il suo contestatissimo libro “Cossiga mi ha detto: il testamento politico di un protagonista della storia italiana del Novecento”. All’interno si trova la “confessione” del picconatore: Il fidanzato. Ha tentato di uccidersi. Una sera ha tentato di uccidersi. Quando vennero a dirmelo i magistrati, c’erano i carabinieri e i poliziotti. E dissi loro: Non tocca a me dirvelo, lasciamo correre e non aggiungiamo dolore a dolore. Il fidanzato stava sparando contro i carabinieri al di là del ponte e ha sbagliato, si e spostata la fidanzata e…Ora credo sia giunto il tempo, da quel 12 maggio del 1977, di poter rivelare questi fatti”. Bisogna aggiungere che Cossiga avrebbe poi tolto il suo imprimatur al manoscritto poco prima di morire e che quest’ultimo è pieno di errori, contraddizioni, citazioni errate.

P.S2: la Questura di Roma, il 12 maggio del 2013, vietò l’annuale cerimonia che dal 1977 si svolge in Piazza Navona per ricordare Giorgiana Masi. Avrebbe potuto entrare in collisione con la marcia, politicizzata, degli antiabortisti. La chiamarono la Marcia per la vita. La vita, quella degli altri, evidentemente.

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