(WhoWhatWhereWhenWhy?) CAPITALE EUROPEA DELLA CULTURA: NE PARLIAMO CON SANTA NASTRO (Artribune) – di Fausto Jannaccone

santaPartiamo da lontano: cosa vuol dire Capitale Europea della Cultura 2019?

La mia conoscenza della competizione verso il 2019 viene innanzitutto da una inchiesta che ho condotto in più puntate ed in più momenti su Artribune, la rivista d’arte e cultura contemporanea nella quale ho l’onore di lavorare, all’interno della direzione editoriale. In questo frangente, incontrando e intervistando molti dei protagonisti che hanno partecipato innanzitutto alla prima fase dei lavori e poi agli step successivi, ho avuto modo di interpretare, secondo quella che è la mia sensibilità, quali siano state le motivazioni che hanno spinto queste città ad intraprendere una sfida così ardita, come quella di investirsi in una progettualità molto complessa, che abbia a che fare con la cultura ed in un momento sicuramente molto poco favorevole da un punto di vista prettamente economico. Ad ogni modo, per rispondere alla tua domanda, Capitale Europea della Cultura 2019 significa essere lungimiranti, guardare lontano, guardare al futuro, aspettarsi dei ritorni, ma nel tempo. Una delle problematiche più forti, dal mio punto di vista, di questo periodo storico, non solo nel settore della cultura è la pretesa di ottenere risultati immediati ad ogni azione. Se ci pensiamo questo è un po’ una negazione della funzione della cultura. La cultura è qualcosa che interviene nel tempo, che trasforma la vita delle persone a partire dalle piccole cose, dai pensieri, dal loro modo di scegliere e di condurre il proprio lavoro, i valori familiari, il tempo libero, etc. Non ha risultati nell’immediato, ma ne ha di magnifici nel tempo. Recuperare, grazie ad un percorso laboratoriale che ha coinvolto in modi diversi più città italiane, questa dimensione “del tempo” in un momento di grande confusione, in cui si chiede molto spesso alla cultura di abdicare alla propria funzione primaria e più bella ed eccitante, è un grande valore aggiunto, a mio parere, che la competizione a Capitale Europea della Cultura 2019, ha in questi anni così difficili.

Dopo la “nomination” di Firenze nel 1986, per seconda dopo Atene e quando il sistema era tutt’altro, la partecipazione di Bologna al “gruppo-2000”, e Genova nel 2004, il 2019 sarà un’altra occasione per l’Italia. E’ una responsabilità quanto grossa per la città che alla fine la spunterà? Ed è un’occasione che l’intera nazione deve cogliere, sostenere ed appoggiare o riguarderà solo marginalmente il resto del paese?

Credo che ogni investimento personale, istituzionale o di una comunità comporti innanzitutto una grande responsabilità, di conseguenza questo vale anche per la progettualità di cui parliamo. Ma è un senso di responsabilità che chi ha partecipato si porta dietro sin dal momento in cui ha espresso l’intenzione di candidatura. Il portato di questa competizione mi sembra essere, infatti, innanzitutto identitario: mette in discussione il senso di comunità, la tradizione culturale e come questa si confronta con le esigenze di futuro, come si proietta nella dimensione contemporanea ciò che riguarda il territorio, le sue istanze, le sue complessità. Detto questo, la “partita europea” è in questo momento di grande attualità ed una delle scommesse più importanti: proprio per questo le vicende che riguarderanno la città che “vincerà” apparterranno all’intero Paese. In senso molto positivo, poi, credo che sia giusto e doveroso che una storia così prestigiosa diventi una storia da raccontare in tutto lo Stivale.

Dalla scrematura di novembre è risultato un lotto di sei candidate che hanno un comune denominatore: città di medio-piccola dimensione, forti di un background culturale ed artistico specifico e caratterizzante, che nel turismo artistico-culturale hanno il loro principale motore economico. La sfida cui sono state messe davanti è la capacità di proiettare il loro bagaglio nel futuro, nel senso di evolverlo, investirci e farne la base per un rinnovamento, un “rinascimento culturale”? E potrebbe essere questa un’indicazione da dare a tutto il paese?

No, non lo direi, se vogliamo evitare di ricadere nella trappola del patrimonio come “risorsa da sfruttare”. Credo che ciò che abbia fatto la differenza nella scelta delle sei candidate sia stato il loro modo di relazionarsi alla storia e alla tradizione, formulando però una proposta di comunità articolata nel presente. La questione del passato è per il nostro Paese nevralgica, così come quella del futuro. Siamo così preoccupati da quest’ultimo da non essere spesso in grado di affrontare il presente. La vera sfida, a mio parere, è proprio questa, riguarda il senso di responsabilità ed impegna i singoli cittadini, come le comunità a ripensarsi e a rinsaldarsi, trovando nella cultura un nuovo collante, un nuovo modo di dialogare, di riprogettare l’esistenza.

Alla luce di ciò, senza andare nello specifico di ogni singolo caso, cosa sta facendo bene chi sta ben operando delle candidate, e viceversa in cosa sta sbagliando chi sta male interpretando la “competizione”?

Partendo dal presupposto che le sei candidate che sono state selezionate hanno evidentemente secondo chi aveva il compito di sceglierle “le carte in regola” per proseguire in questo percorso, credo che stiano “facendo bene”, anche se la mia è solo una opinione e sicuramente non spetta a me dirlo, coloro che stanno interpretando correttamente il senso della candidatura, coloro che stanno cercando di costruire al di là della competizione un percorso che racconti le parole chiave di comunità, identità, coesione sociale attraverso la cultura. Coloro che stanno cercando di costruire una nuova solidarietà grazie ai contenuti della candidatura, che stanno cercando di dare voce e risposte ai temi della crisi, che hanno guardato alle nuove generazioni, ma senza falsa retorica, coinvolgendole realmente e direttamente, coloro che hanno coniugato tradizione e presente, che hanno utilizzato le tecnologie smart e che hanno pensato di sviluppare percorsi sostenibili in termini economici ed ambientali. Ma anche chi ha preferito di privilegiare solo alcuni di questi aspetti piuttosto che altri, concentrando maggiormente la propria attenzione su di essi. E chi è riuscito ad andare addirittura oltre, portando a nuovi livelli di immaginazione quelli che sembrano essere i temi più attuali.

Per concludere possiamo comunque affermare che, qualunque sia l’esito di questa “competizione”, è un’occasione che non può esser sprecata da nessuna delle concorrenti? E che investire nella cultura non può che essere una scelta vincente per tutti, ma prima di tutto per l’Italia?Santa-Nastro-sorridente

Indubbiamente. L’immagine che queste concorrenti offriranno di sé verso i momenti conclusivi della competizione, sarà quella che la comunità ricorderà, a prescindere da cosa accadrà nello specifico. Cosa la mia città può fare nel momento in cui le è richiesto di dare del suo meglio? è la domanda che ci poniamo segretamente. Penso che sia una responsabilità non indifferente, che naturalmente si riverbera anche sull’intero Paese. Ciò che mi auguro è che la città che sarà “incoronata” Capitale Europea della Cultura 2019 non si isoli, cedendo il passo a troppi localismi, e non venga lasciata sola. Nella mia opinione, si vince se alla cultura si restituisce il proprio ruolo fondamentale: quello di strumento per interpretare la realtà. E la realtà oggi è molto complessa, spesso imperscrutabile, richiede armi affilate e la capacità di cogliere le sfumature. Solo la cultura può aiutarci in questo, renderci più forti, più consapevoli, più coraggiosi. E non è poco.

Foto di Mattia Morelli

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