SARANNO FAMOSI – seconda puntata – di Ferruccio Palazzesi

saranno1Rottamatori e rottamati, gioventù al potere, ricambio generazionale e “dobbiamo aver fiducia nei giovani!”… Ma chi sono questi giovani? Ve lo spieghiamo noi con la nuova rubrica SARANNO FAMOSI

 

 

 

 

CARTA D’IDENTITÀ

– Nome e Cognome: Riccardo Bogi

– Data e luogo di nascita: Siena, 20/03/1986

– Occupazione: Spirits Brand Manager e Rappresentante

– Cittá/Paese di residenza (oggi): Isola di Sint Maarten/Saint Martin, Antille Olandesi, Caraibi. L’isola più piccolo al mondo che ospita due nazioni diverse.

– Lingue parlate: Italiano (so anche usare il congiuntivo!), Inglese, Spagnolo e Francese. Le ultime tre sono necessarie per vivere e lavorare qua visto che ci sono circa 170 nazionalità diverse.

– Contrada: Peoro

– Motto, frase preferita: “It could be worse” (potrebbe andare peggio). Un mantra! Usato ogniqualvolta mi lamenti per qualcosa per rendermi conto che non sono in Siberia a spalare la neve.

 bogi

PERCORSO DI STUDIO E DI VITA

Ho frequentato l’Istituto Tecnico Agrario di Siena, dopo il diploma ho lavorato per un laboratorio di analisi enologiche per poi lavorare come cantiniere per un’azienda vitivinicola in Umbria, sperduta in mezzo ai boschi. In seguito sono tornato a Siena per lavorare nell’azienda vitivinicola “Castel di Pugna”. Dopo mesi travagliati in cui trovare lavoro era praticamente impossibile, ho ricevuto (e ricercato e guadagnato) l’offerta di spostarmi nei Caraibi per un’ottima posizione lavorativa, e poco dopo mi sono trovato in un isola tropicale grande la metá dell’Elba a vendere Sangiovese e whisky!

Riccardo Bogi, “bogino” per tutti (o almeno per me), noto alzatore di gomito a Siena, non per vizio, ma bensì per lavoro. Ragazzo solare, ricciolo e magro, ma gran conoscitore di qualsiasi sostanza liquida contente alcol (o alcole come direbbero i nostri vecchi). Ragazzo che, come tanti, troppi, é dovuto emigrare, e anche lontano, per poter sviluppare la sua passione e le sue conoscenze. E la cosa che risulta ancora più strana é che nel suo campo non mancano certo le eccellenze nel nostro territorio.

Nel territorio regionale e nazionale é quasi impossibile trovare lavoro nel campo dell’enologia. Le offerte che si trovano, sono scarse e limitate…ed oltretutto sono una persona che non si accontenta troppo facilmente. Facendo due parole con un caro amico ed ex collega che lavorava già nell’isola iniziai a prendere in considerazione la possibilità di trasferirmi e lavorare a St. Maarten. Era un treno che sarebbe potuto passare una sola volta nella vita, andava preso o dimenticato completamente.

 ..e alla fine su questo treno ci sei salito

La scelta è stata difficile, molto difficile ma credo fermamente che nella vita ci sia bisogno di saltare nel vuoto a volte. Oltretutto la mia esperienza nel settore commerciale era pressoché nulla, ma la mia ricetta aveva tutti gli ingredienti giusti: tanta voglia di lanciarsi nel buio, un’ottima conoscenza del vino e la voglia di mettersi in gioco. Da qui ho capito che nella vita mi piace scommettere e devo ammettere che perdo spesso, ma quando vinco la soddisfazione é doppia!

 Cosa ti piace cosí tanto del tuo lavoro da prendere e andare dall’altra parte del mondo?

Questo lavoro in se per se è ottimo! Ti permette di conoscere gente di tutto il mondo, parlare lingue diverse, imparare sempre cose nuove, poter assaggiare vini di ogni paese del mondo, avere una buona libertà e, cosa da non sottovalutare, uno stipendio non comune.

Quello che mi piace di meno è di dover, a volte, limitarsi a vendere un prodotto basandosi solo sul prezzo o sul “sentito dire”, non potendo quindi usare le vere potenzialità del vino stesso perché troppo caro o troppo poco conosciuto. Non è nemmeno divertente vendere bottigliette di plastica con vino americano che non faresti bere nemmeno al tuo peggior nemico….ma vabbè, va fatto quel che va fatto.

 Ma per la precisione quali sono le tue mansioni, di cosa ti occupi?

Premetto che non ho il titolo di enologo ma di enotecnico (un titolo universitario di differenza). In ogni caso l’enologo e/o l’enotecnico hanno il ruolo di sviluppare, anticipare e sfruttare le potenzialità di un terreno sul quale ci dovrà essere un’ottima cura del vigneto per avere uve di qualità, senza le quali sarebbe impossibile ottenere il vino desiderato. In seguito c’è una grossa mole di lavoro che copre i processi lavorativi, la prontezza e lungimiranza nel raccogliere i grappoli al momento giusto, una flessibilità e dedizione estrema nelle prime fasi di ammostamento, fermentazione e nascita del vino stesso. In seguito si può procedere per mesi o addirittura anni prima che il prodotto raggiunga il momento di maturazione. Credo molto nell’importanza del laboratorio che consente un controllo chimico e biologico atto a preservare e, se necessario, intervenire sul vino. Ci sono poi due lati da tener sempre presenti: il primo é quello umano, che ha un’importanza estrema. Il vino non è una bibita ma un qualcosa di vivo e mutabile e l’esperienza e la passione hanno una grossa rilevanza.

Il secondo é il lato commerciale. I gusti di una persona sono soggettivi e vanno a volte messi da parte per soddisfare quello che il mercato richiede e, vivendo con la vendita, questo aspetto é fondamentale e non va mai sottovalutato.

 Da questo ultimo punto di vista come é, secondo te, la situazione italiana?

La situazione italiana ha ed ha sempre avuto grosse potenzialità che non sempre siamo riusciti a sfruttare benissimo. All’estero ci sono due paesi che dominano il mercato: il nostro e la Francia. C’è competizione ma lavoriamo normalmente in campi diversi e la rivalità è più a livello di orgoglio che di potenza di mercato.

L’Italia potrebbe e dovrebbe quindi puntare tutto sulla tradizione enologica e su prodotti di estrema qualità da esportare. Far conoscere a tutti quanto siamo bravi ed appassionati nel produrre i nostri vini e far capire al mondo che solo noi abbiamo questa eccellenza chiamata Morellino di Scansano o Taurasi o Barbera, ecc.

 Ma non sempre il nostro mercato é in “mani” autoctone…

Gli stranieri comprano aziende e vigne delle nostre campagne? Ottimo! Produrranno sicuramente ottimi prodotti per mantenere alto il loro prestigio e quello dell’azienda! Investono nel nostro paese anziché da altre parti, creano posti di lavoro e sicuramente aiutano la nostra economia! Signori, noi viviamo anche grazie al turismo e agli investimenti da parte di non-italiani, cerchiamo di trarne vantaggio e non disprezzarli! Preferisco che Sting sia il proprietario di una grossa azienda in Toscana che produce, lavora e crea pubblicità, anziché vedere la stessa azienda abbandonata o mal gestita. Sbaglio??

 Questo pero’ magari porta ad una standardizzazione del gusto.

Immagino che la standardizzazione di un prodotto derivi da un’esigenza di mercato (gusto e volumi) e, non dimentichiamolo mai, da una strategia di marketing ben mirata. Gli americani e gli italiani hanno gusti e palati ben diversi. Quanti italiani bevono sempre Pinot Grigio? Non molti scommetto. Gli americani ne vanno matti! E’ facile da bere, semplice da pronunciare e ricordare e si trova facilmente a basso prezzo.

Lo scandalo del Brunello credo però sia stata una nota dolente per l’enologia italiana. Nel Bel Paese dovremmo puntare tutto sulla tradizione per mantenere la nostra identità. In Argentina, non avendo nessuna tradizione vitivinicola, devono puntare tutto sul costo di produzione e visibilità.

Cerchiamo l’innovazione ed il cambiamento ma ricordiamoci sempre le nostre radici.

 Cosa ne pensi delle nuove tecniche di produzione?

Da quando vivo all’estero e mi relaziono con gente di un po’ tutti i paesi, ho cambiato il mio punto di vista su diverse cose. Le tecniche di coltivazione e produzione biodinamiche sono una buona mossa di marketing che ci permette di incrementare la vendita e l’esportazione? Si? W il biodinamico! Ed a livello di qualità e miglioramento del vino? Se gli aspetti positivi superano quelli negativi allora sono assolutamente d’accordo. Così come l’utilizzo di altre tecniche e/o strumentazioni per la vinificazione. Tutto va relazionato alla tipologia di prodotto, alla potenzialità, all’identità dell’area di produzione. La sperimentazione è l’essenza dello sviluppo. Ci saranno molti fallimenti necessari all’evoluzione ed al raggiungimento di un livello superiore. E questo credo sia applicabile a tutto.

 Ma tornando a te come ti vedi nel futuro?

Idealmente vorrei tornare in pianta stabile in Italia, nella mia amata Siena se possibile. Professionalmente parlando vorrei invece continuare a viaggiare nel mondo, conoscere luoghi e persone diversi e scoprire sempre qualcosa di nuovo. Trovare un lavoro da export manager per una cantina Toscana sarebbe un risultato splendido! Base a Siena, lavoro pieno di soddisfazioni e obbligo/possibilità di essere sempre su di un aereo per mille destinazioni diverse. Per offerte di lavoro, chiamare ore pasti.

Al momento resto comunque concentrato sull’estero, costruendomi la carriera giorno dopo giorno per poter poi ritornare nella nostra amatissima Siena con tuba, scialle ed un tigrillo come animale domestico.

 Cosa ti manca di più dell’Italia e cosa invece porteresti via dalle Antille?

Mentre scrivo le risposte a questa intervista sono appena tornato da pochi giorni a Siena. L’avventura caraibica, durata due anni, è giunta al termine per scelta personale. Quello che in questo periodo mi è mancato di più, oltre alla famiglia e gli amici, è stato il cibo! Credo che mi verrà la gotta dopo 5 giorni di pranzi e cene! Di St. Maarten mi mancherà sicuramente la spensieratezza, il caldo, la multiculturalità e le donne. Non mi porterei, invece, dietro i mosquitos (zanzare) e le cucarachas (scarafaggi da chilo).

 Per finire una domanda marzulliana..fatti una domanda e datti una risposta

Bianco o rosso?

Subito.

 

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