A ogni mostra la sua recensione: KLIMT, ALLE ORIGINI DI UN MITO – di Valeria Mileti Nardo

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Salomè 1909 olio su tela, cm 178 x 46 Venezia, Ca’ Pesaro, Galleria Internazionale d’Arte Moderna

L’ormai fiorente polo espositivo di Palazzo Reale di Milano, in concomitanza con le mostre di Piero Manzoni e Bernardino Luini, ospita un’importante rassegna sulla formazione di Gustav Klimt, dal 12 marzo al 13 luglio. Dal sito ufficiale della mostra:

“La mostra, organizzata dal Comune di Milano, Palazzo Reale, 24 ORE Cultura e Arthemisia Group, realizzata in collaborazione con il Museo Belvedere di Vienna e curata da Alfred Weidinger, affermato studioso di Klimt e vicedirettore del Belvedere, presenta per la prima volta a Milano alcuni dei più noti capolavori provenienti dai più importanti musei. Proprio il Museo Belvedere, in occasione del 150° anniversario della nascita di Klimt ha organizzato nel 2012 un grande mostra che dava conto della formazione, dello sviluppo e dell’apice della carriera artistica del genio austriaco, riunendo molti lavori di Klimt tra cui 40 oli. Nella mostra milanese, aperta dal 12 marzo al 13 luglio a Palazzo Reale, ve ne saranno 20, oltre ad altri suoi lavori e di artisti a lui vicini, a cominciare dai fratelli Ernst e Georg, per un totale di oltre 100 opere. La ricostruzione originale del “Fregio di Beethoven” – esposto nel 1902 a Palazzo della Secessione a Vienna, fondata nel 1897 – chiuderà il percorso espositivo, occupando un’intera sala e “immergendo” il visitatore nell’opera d’arte totale, massima aspirazione degli artisti della Secessione viennese e tutto il percorso espositivo si avvarrà di un allestimento che integra tematiche e opere nel contesto di arte totale proprio della movimento. La mostra si propone dunque di indagare i rapporti familiari e affettivi di Klimt, esplorando gli inizi della sua carriera alla Scuola di Arti Applicate di Vienna e la sua grande passione per il teatro e la musica attraverso l’esposizione di opere provenienti anche da altri importanti musei, tra cui diversi capolavori come Adamo ed Eva (Adam and Eve), Giuditta II, Girasole (Sonnenblume) e Acqua mossa (Bewegtes Wasser)”.

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Ritratto femminile 1894 circa olio su tela, cm 155 x 75 Vienna, Belvedere, inv. Lg 1538

La mostra ha dunque come scopo non tanto di affidarsi alla presenza dei capolavori più noti al grande pubblico, comunque in parte presenti in mostra, tralasciando, come spesso accade, la parte scientifica e di ricerca, ma ha lo scopo di ricostruire il milieu culturale che ha visto nascere il genio di Klimt e uno dei periodi artistico-culturali più significativi in Europa tra la fine dell’Ottocento e i primi anni del Novecento. Lo scopo, ben perseguito, aiuta lo spettatore ad avere dei dati che permettono di capire non solo la formazione del giovane Klimt ma anche “l’atmosfera” che si respirava nella Vienna di quegli anni a cavallo del nuovo secolo. Le prime sale infatti ricostruiscono i primi passi di Klimt nel mondo dell’arte con l’esposizione di alcune opere del padre Georg, abile cesellatore in rame, ben rappresentato con numerose placchette di rame a sbalzo con motivi tipici dello stile “a colpo di frusta” e floreale dell’Art Nouveau. Insieme alle opere del padre, sono esposte anche delle opere del fratello di Gustav, Ernst, anch’egli pittore di ottima qualità, col quale Gustav studierà insieme all’amico Franz Matsch, del quale sono esposte molte opere, alla Kunstgewerbeschule di Vienna (Scuola di Arti e Mestieri o di Arti Applicate). Oltre alle prime sale che si concentrano sul periodo di studio di Klilmt giovane presso quest’ultima scuola, traviamo un’interessante sezione dedicata alla Künstler-Compagnie (Compagnia degli Artisti), fondata dai fratelli Klimt e Franz Matsch nel 1881, durante il “periodo storicista” di Klimt, prima cioè di diventare il vate dell’avanguardia secessionista. Degli anni della Künstler-Compagnie sono esposti alcuni bozzetti delle commissioni pubbliche ricevute dai giovani artisti, i bozzetti dei controversi pannelli di Klimt per l’Aula Magna dell’Università di Vienna, ritratti e altre opere pittoriche e anche la Croce d’oro conferita dall’Imperatore Francesco Giuseppe I agli artisti della Compagnia per la celebre decorazione del Burgtheater di Vienna. Questa la parte più interessante e poco nota che dà un resoconto dell’attività di Klimt precedente la Secessione. Da sottolineare, come merito, è l’ambientazione delle opere, appese con dei cordoni dorati che fanno molto “Vienna fin de siècle” e accompagnate dalle musiche di Beethoven. Inoltre, in alcune sale, le opere sono ambientate con motivi a quadrato, nello stile di Joseph Hoffmann, l’architetto viennese che allestì molte mostre della Secessione. La mostra, ricca di documenti, dalle cartoline alle lettere di Klimt alla compagna Emilie Flöge, fino ad alcuni numeri di Ver Sacrum (la rivista della Secessione) si costruisce non solo con una base di ricerca anche sui documenti ma si nutre anche di elementi decorativi che però aiutano a ricreare, in sottofondo, l’ambientazione storica del tempo. La mostra prosegue con altre sezioni sulla Secessione, sul paesaggio, sul ritratto e sul nudo. Queste purtroppo sono parti un po’ sacrificate proprio perché la mostra si concentra sul periodo pre-Secessione. In effetti, questa “pecca” rende l’esposizione poco equilibrata; tuttavia, bisogna sempre tener presenti i presupposti e l’argomento scelto e sviluppato nelle prime sale. L’unica sezione che forse sarebbe stato preferibile approfondire è quella dedicata alla Secessione: con il sottofondo dell’Inno alla Gioia di Beethoven, sono esposti un modellino della casa della Secessione realizzata da Olbrich (1897-1898), la riproduzione a grandezza naturale del Fregio di Beethoven di Klimt e una piccola riproduzione fotografica del Beethoven di Max Klinger, esposto alla mostra della Secessione del 1902. Forse qualche foto in più di questa storica mostra e qualche notizia più approfondita avrebbero arricchito la sala, anche in chiarezza. Oltre a questi piccoli elementi, comunque trascurabili, credo sia una buona cosa che ci siano dei casi, come questo, in cui le mostre si concentrino, più che sui momenti più celebri e noti della storia dell’arte, sulle premesse di tali fenomeni, a volte dimenticati nelle grandi esposizioni ma cruciali in senso storico.

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