ALFREDO – di Jacopo Rossi

«Volevamo vedere un fatto di vita, e abbiamo visto un fatto di morte. Ci siamo arresi, abbiamo continuato fino all’ultimo. Ci domanderemo a lungo prossimamente a cosa è servito tutto questo, che cosa abbiamo voluto dimenticare, che cosa ci dovremmo ricordare, che cosa dovremo amare, che cosa dobbiamo odiare. È stata la registrazione di una sconfitta, purtroppo: 60 ore di lotta invano per Alfredo Rampi.» (Giancarlo Santalmassi, giornalista)

 Alfredino

Alle sei del mattino del 13 giugno 1981 Alfredino nato Alfredo Rampi venne dichiarato probabilmente morto. A dirlo fu Donato Caruso, speleologo, che per ben due volte tentò di tirare fuori il bambino da quei sessanta metri di pozzo artesiano. Il suo fu l’ultimo tentativo fatto per salvare il bambino: il magistrato autorizzò l’immissione di azoto liquido per conservare il piccolo cadavere e ventotto (sì, ventotto) un gruppo di minatori di Gavorrano lo recuperò, tramite un tunnel parallelo scavato in precedenza. Ci vollero più di tre giorni. Completata la triste esumazione, se ne tornarono in Maremma, sfuggendo a microfoni e telecamere.

Tre giorni prima, il 10 giugno, Alfredino tornava da una passeggiata con il padre, nelle campagne intorno a Frascati. Vicino a casa voleva avviarsi da solo, precederlo a casa. Non sarebbe mai arrivato. Ma facciamo un passo indietro, for
se due: prima del giovane speleologo altri avevano provato a salvare Alfredino, circondati da curiosi e giornalisti.

Prima di lui ci aveva provato Angelo Licheri: sardo, volontario, smilzo, brevilineo, probabilmente l’licheriultimo a vederlo vivo, nel buio di quei sessanta metri. Lo toccò, lo imbracò, involontariamente, afferrandolo per un polso, glielo ruppe. Rimase a testa in giù in quel pozzo per tre quarti d’ora, rischiando di doppiare i venticinque minuti considerati soglia di sicurezza. Quando lo tirarono fuori furono costretti a trasportarlo a braccia.

Altri avevano provato a tirar fuori Alfredino, senza successo. Qualcuno, come il volontario Isidoro Mirabella gli parlò. In quei tre giorni fu scavato un cunicolo orizzontale, originato da un pozzo parallelo, scavato grazie alla trivella di proprietà di un giornalista del Tg2, Pierluigi Pini.

Non è l’unico accorso in Via di Vermicino, forse è il solo però che è là per aiutare, concretamente.

Ma non ci sono solo i giornalisti a frenare i soccorsi: no, il loro ruolo sarà molto più cruento, in tutta la vicenda. In poche ore, intorno a quel pozzo letale si erano raccolte quasi diecimila persone tra abitanti, curiosi e venditori ambulanti.

Non c’erano transenne a tenere a freno la morbosità di massa, non ci fu la cautela del capo dei Vigili del Fuoco che, appena il bimbo fu individuato nel pozzo, disse che l’operazione di recupero sarebbe stata semplice e veloce. I tg, indietro nella tecnica ma non nello spirito, decisero che era l’ora della diretta. Prima il Tg1, poi, in ordine di grandezza, il Tg2 e il Tg3 allestirono un circo mediatico che oggi sarebbe a malapena un teatrino ma che, allora, non si era mai visto in Italia. L’inviato Rai Piero Badaloni avrebbe detto che si trattava di un «reality show terrificante».

Per diciotto ore, a reti unificate, ventun milioni di italiani seguirono il supplizio di Alfredino. Dopo poche ore fu chiaro che la previsione del capo dei vigili del fuoco era stata quanto meno ottimistica, ma ormai il sasso catodico era stato lanciato. Sostiene l’allora direttore del Tg1, Emilio Fede, che Antonio Maccanico, Segretario Generale alla Presidenza della Repubblica, fece pressioni per non interrompere la diretta, soprattutto dopo l’arrivo, in loco, di Sandro Pertini. La sera del 12 giugno sul primo canale venne momentaneamente interrotta la diretta per una tribuna politica: i centralini ribollirono di proteste degli utenti. Era nata la tv del dolore. Solo il Tribunale di Roma, in seguito, avrebbe tentato di arginare questo fenomeno, vietando la riproduzione dei filmati dove Alfredo Rampi, da quel buco nero che l’aveva inghiottito, singhiozzava, piangeva, chiamava la madre. Negli anni a seguire ci furono accuse, dubbi, sospetti sulle responsabilità, sugli errori marchiani, sui ritardi. Qualcuno paventò addirittura che la caduta fu tutto meno che accidentale, ma restò un’ipotesi.

Di Alfredo oggi, a trentatre anni dal suo funerale di Stato, è rimasto il ricordo, qualche trasmissione, alcune canzoni. La più bella di tutte, capace di narrare la vicenda in musica, è Alfredo, dei Baustelle.

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