IL 9° FESTIVAL INTERNAZIONALE DEL FILM DI ROMA – di Michele Iovine

 

lodovini_scollatura_roma_film_fest_645La nona edizione del Festival Internazionale del Film di Roma ha presentato un calendario ricco e variegato. Molte le star internazionali che hanno sfilato sul red carpet dell’auditorium progettato da Renzo Piano, tra cui Richard Gere, Kevin Kostner, Benecio Del Toro e anche quelle nostrane, in particolare personaggi ormai noti della commedia italiana che hanno aperto e chiuso la kermesse tra cui la sempre più affermata Valentina Lodovini, Diego Abbatantuono, Ficarra e Picone, Cristiana Capotondi e tante altre. L’ideatore Walter Veltroni, a suo tempo, aveva pensato ad una festa più che ad un festival vero e proprio e questa linea sembra essere stata ampiamente seguita da Marco Muller che ha costruito un’edizione meno rigorosa e più aperta a prodotti commerciali e ad un pubblico più giovane che ha affollato la passerella alla ricerca dei propri beniamini. Nella mia breve fuga a Roma ho avuto la possibilità di vedere pochi film, ma anche la fortuna di assistere alla proiezione del film premiato dalla giuria popolare, “Trash” di Stephen Daldry e dell’ultima pellicola di David Fincher  ‘Gone girl’ tra le più attese della stagione.

TRASH di Stephen Daldry  **1/2 su 4

All’interno di una discarica in una favelas brasiliana tre bambini alle soglie dell’adolescenza trovano un portafoglio che contiene denaro, una foto con alcuni numeri sul retro, un calendario con l’immagine di San Francesco e una chiave.  Subito dopo la polizia locale, per cui i ragazzini non nutrono fiducia, cala sulle favelas alla ricerca del portafoglio che nasconde dietro quegli indizi nomi importanti a livello politico e una verità scottante. I ragazzini cercheranno di scoprire da soli cosa si cela dietro quell’oggetto. Lo stile di Daldry è dinamico, veloce, segue le peripezie dei tre protagonisti passo dopo passo, anzi sarebbe meglio dire corsa dopo corsa,  attraverso un Brasile povero, sporco, violento e corrotto. Un’avventura senza un attimo di respiro, una fuga dai mali e dai pericoli di una nazione che ci sembra ancora molto lontano da quell’ “ordem e progresso” che appare come motto sulla bandiera brasiliana. L’adrenalinica messa in scena ci ricorda prodotti quali ‘City of God’ e ‘The Millionaire’.  Anche Daldry ci mostra infatti, come questi due film appena menzionati, la condizione essenziale della povertà e lo fa anche lui adottando il punto di vista dei più piccoli, che portano con loro una carica vitale incredibile nonostante non abbiano nulla. Questa energia contribuisce a mandare avanti il film in maniera davvero brillante e coinvolgente senza mai cedere un solo centimetro di pellicola al dramma o al pietismo.

Se da un punto di vista stilistico la pellicola si può quindi considerare ampiamente riuscita e godibile, lo è meno da quello narrativo. La storia comincia piano piano a presentare delle debolezze man mano che va avanti e assume maggiormente i connotati della favola con i tre bambini che diventano verso il finale protagonisti assoluti di una sorta di caccia al tesoro e da soli affrontano sfide al limite del reale arrivando ad una conclusione un po’ inverosimile ed eccessivamente romanzata.

GONE GIRL – L’AMORE BUGIARDO di David Fincher **1/2 su 4

David-Fincher-s-Gone-Girl-4K-shootersQuesto era il film più atteso, il film di cui già si parlava a fine estate e che in molti, tra cui il sottoscritto, speravano fosse selezionato al Festival di Venezia, ma esigenze e problematiche di marketing avevano poi disatteso le più ottimistiche previsioni. La storia è molto semplice. Una relazione matrimoniale che entra in crisi tra moglie e marito e poi il mistero della scomparsa improvvisa della donna. Non è facile parlare di questa pellicola perché c’è il rischio di rivelare troppo sull’andamento della trama che se in un primo momento può apparire come il classico thriller, invece stupisce tutti grazie all’abilità di uno dei migliori registi del panorama contemporaneo, di sorprendere lo spettatore attraverso una serie di colpi di scena ben calibrati che trasformano completamente il genere stesso di partenza della storia fino a toccare le delicate corde della commedia grottesca. La commistione di generi è sicuramente la forza di questo film che si basa su una sorta, se vogliamo, di mcguffin dall’eco hitchcockiano, in questo caso però più stilistico che narrativo e lo conduce verso eventi e situazioni a cui non si avrebbe mai pensato di assistere. Fincher è impeccabile nel dare alla storia questo cambio di direzione improvvisa, lo è forse meno nel condurlo fino in fondo in maniera credibile e nel gestire la caratterizzazione di alcuni personaggi nella delicata fase del cambiamento.

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GRAND NATIONAL ASSEMBLY of TURKEY ANNUNCED THE PROCLAMATION OF THE REPUBLIC ON OCTOBER 29, 1923 – di Cansu Kapar

Grand National Assembly of Turkey  had taken a historic decision on 1 November 1922 and declared abolition of the sultanate. Since this decision was  a clear indication of this, new political regime got across in virtue of 1921 Constitution. However, the Republic had not been officially announced.

Grand National Assembly of Turkey between April 1, 1923, had decided to hold new elections and the newly established parliament approved the agreement that was  obtained in Lausanne. After acceptance of the Lausanne Peace Treaty, Turkey realized the integrity of the homeland  thus a cycle was closed  and a new era was opened. The developments of the political regime from April 23 1920 to find the appropriate state form has become a necessity.

on 25 October 1923 a cabinet crisis occured in the Grand National Assembly. Hence  a new cabinet could not be established till 28 October  1923, Gazi Mustafa Kemal Pasha and his friends discussed during a meal at the Chankaya Palace; he concluded the conversation by saying: “Tomorrow we’ll declare Republic”.  on October 29  in Republican People’s Parliamentary Group, establishment  of the Council of Ministers was discussed. Since the problem could not be solved,  they asked to Gazi Mustafa Kemal Pasha to express their opinions. Mustafa Kemal Pasha claimed that the way out of the crisis is changing the Constitution. parliament was also informed about the proposal of declaration of the republic .

In conclusion of negotiations that took place in the group, the proclamation of the Republic was accepted. After Party Group, Assembly had decided to accept the draft law. Gazi Mustafa Kemal Pasha was unanimously elected the first President of the new Turkish State as a result of the presidential election.cansu

10 CANZONI DA RICORDARE – di Francesco Panzieri

#5 Sam Cooke – A change is gonna come

Samuel Cook, in arte Sam Cooke, è uno dei campioni della musica black americana, una specie di Elvis nero per sex appeal e capacità di proporre successi pop romantici (“Cupid”, “Wonderful world”) e spensierate sarabande ballabili (“Twisting the night away”, “Shake”), un Sinatra di colore dalla voce vellutata, affinata in una vita di canto gospel, e dai modi raffinati. Piace al pubblico dei ghetti, dominando le classifiche R&B, ma anche ai bianchi “liberal”, più propensi alle romanticherie musicali che alle lamentazioni ed agli spigoli del blues: 29 suoi singoli dal 1958 al 1964 entrano nella top 40 Billboard degli USA. La sua musica viene “dall’anima”, come il gospel, ma è di facile fruizione per tutti: nasce con lui la “Soul Music”. Ma per lui il successo non basta: sente di dovere qualcosa ai suoi fratelli neri, e comincia ad impegnarsi per aiutare il movimento per i diritti civili. Grazie alla sua crescente fama conosce Martin Luther King, nel febbraio 1964 Muhammad Alì lo elogia pubblicamente nella conferenza stampa dopo aver battuto Sonny Liston e la TV due mesi dopo fa incontrare i due nuovi idoli dei giovani di colore. Ascolta la nuova musica che sta trasformando il panorama ingessato dei primi anni Sessanta in un calderone di protesta e di sperimentazione, in particolare viene colpito da Bob Dylan e dalla sua “Blowing in the Wind”. La risposta alle domande di Bob è in una canzone che Sam scrive di getto dopo essere stato cacciato, con tutto il proprio entourage, da un motel in Louisiana, che accetta solo una clientela di bianchi: “A change is gonna come”. “In certi momenti ho pensato che non ce l’avrei fatta a lungo” canta Cooke “ma adesso penso di poter resistere/ Ed è passato tanto, ma tanto di quel tempo/ ma so che ci sarà un cambiamento, certo che ci sarà.” La ballata, impreziosita da uno struggente arrangiamento orchestrale, viene registrata a dicembre 1963, ma esce come lato B del singolo “Shake” soltanto un anno dopo. Sarà un successo soltanto negli anni successivi, sull’onda della battaglia dei diritti civili, come inno generazionale della gioventù di colore degli anni Sessanta. Sam non farà in tempo neppure ad assistere all’uscita della canzone: rimarrà ucciso l’11 dicembre 1964 allo Hacienda Motel di Los Angeles, crivellato di proiettili dalla proprietaria, da lui aggredita per aver tentato di nascondere una prostituta che lo aveva derubato di portafogli e vestiti mentre era in bagno. Una morte squallida per l'”usignolo di Clarksdale” (immortalato dalla stampa accasciato con addosso soltanto una giacca) che ha alimentato varie tesi del complotto (ai suoi funerali a Chicago si verificarono disordini), ma che forse ha ridimensionato la statura di un eroe della comunità nera che avrebbe potuto trovare un posto nel Pantheon tra Martin Luther King e Malcolm X.

DALL’OBLIO ALLA MEMORIA – Una conversazione con Giovanni Sesia – di Valeria Mileti Nardo

Senza titolo, 2002, tecnica mista su base fotografica

 

Telefono a Giovanni Sesia come d’accordo e subito l’artista si dimostra molto gentile e disponibile, pronto a dedicare un’ora del suo tempo per questa intervista. E’ molto semplice parlare con lui e il dialogo si sviluppa con grande spontaneità. Quando Sesia parla di arte e della propria arte, i rimandi e gli spunti di riflessione sono interessanti e molteplici e purtroppo l’esigenza di sintesi porta a una selezione che comunque non impoverisce il discorso.

Dalla fine degli anni Novanta si concentra sul disagio psichico e sull’emarginazione sociale legata agli ormai chiusi ospedali psichiatrici. Com’è passato a queste tematiche?

Il passaggio è avvenuto casualmente. Mi è capitato di mettere mano su dei negativi, trovati da un mio amico psicologo, provenienti da un ospedale psichiatrico dismesso. Da allora, il mio lavoro si concentra sull’umanità dimenticata che non è solo quella degli ospedali psichiatrici ma anche, arrivando ai giorni nostri, quella dei paesi in guerra o di chi non ha un posto nella società: il mio lavoro si allarga all’Umano. Questo ritrovamento mi ha fatto pensare alla cancellazione dell’esistenza e della memoria e poi al disagio psichico che nasce da quello sociale: questa è cosa di tutti i giorni.

Questo ritrovamento l’ha portata, sembra in modo consequenziale, a passare dalla pittura tout court alla fotografia?

Certo. L’utilizzo della fotografia in pittura mi aveva sempre affascinato: l’incontro tra l’oggettività e la soggettività. Non sono un fotografo e non interpreto la realtà tramite la fotografia ma ho interpretato, con la pittura, le fotografie di questi degenti che, con gli anni, ho raccolto da varie strutture dismesse. Chi ha scattato queste foto, che comprendevano il busto e le mani, non doveva interpretare dei ritratti, doveva solo farle per la scheda segnaletica del paziente. La posa, le mani e il volto sono elementi forti, elementi di realtà. Ho usato la pittura, coi suoi segni, le patine, le corrosioni, per l’intensificazione drammatica di queste fotografie oggettive. Ho sacrificato anni di pittura e alla fine non ho fatto né il pittore né il fotografo!

Come interviene sulle immagini per far convivere l’oggettività delle fotografie con la pittura?

In pratica, faccio stampare i negativi in bianco e nero e faccio incollare l’immagine su legno. Poi intervengo con i colori a olio. Quando uno vede come inizio un quadro si spaventa: passo con un pennello largo il colore su tutta la superficie fino a nascondere l’immagine e poi, con uno straccio con essenza di trementina, strofino la tavola e la fotografia riaffiora. E poi ancora pittura: luci, ombre, segni, macchie, numeri. L’immagine che ricompare dal nero è, metaforicamente, il ritorno della memoria.

Senza titolo, 2006, tecnica mista su base fotografica

Ha accennato a segni, macchie e numeri. Qual è il valore degli elementi ricorrenti nelle sue opere? Partiamo dalla scrittura.

Tutti i negativi che ho trovato avevano in basso e al centro un’incisione con il numero della cartella clinica del paziente. Questo graffio era una spersonalizzazione. I segni sulle mie opere sono illeggibili, come è illeggibile l’identità della persona effigiata. E poi guardo al passato: sono sempre stato attratto dalle opere medievali con le dediche in latino e dalla scrittura al contrario di Leonardo, apparentemente indecifrabile. La scrittura dunque è come una patina che ci allontana dall’identità della persona. Bacon faceva un qualcosa di simile quando incorniciava i suoi dipinti con un vetro davanti, in modo che ci si potesse specchiare. L’immagine riflessa ci distoglie un po’ dalla pittura e rende tutto più morbido, come per me la scrittura rende più morbide queste immagini di grande forza.

E l’oro?

L’oro è il sacro, è la luce, l’oro è luce coagulata. L’oro porta a una dimensione sacrale, come nella tradizione pittorica cristiana. Le immagini, con l’oro, diventano come delle icone. Di solito, nei miei lavori, l’oro fa da sfondo ai numeri delle cartelle cliniche e alle diagnosi e quindi rappresenta la sacralità del dolore: l’oro suggerisce il rispetto, il rispetto del dolore.

E il colore della terra?

Da un punto di vista pratico è molto semplice: le fotografie sono virate seppia. Questo però va a mio vantaggio perché è una tonalità calda e credo che il concetto di memoria sia legato a una tonalità calda, non fredda, è qualcosa di malinconico, di autunnale, direi. Inoltre questa tonalità si integra bene con i colori a olio e tutto risulta armonioso.

I numeri, infine. Sono un rimando alla spersonalizzazione?

Certo. I numeri sono una catalogazione. Il punto di partenza, per me, è stato il fatto che ad ogni fotografia corrispondeva un numero; il numero sostituiva il nome e il cognome, sostituiva l’essere. Inoltre il numero è magico, misterioso, il numero riguarda la sequenza del tempo e il suo scorrere infinito.

Nelle sue opere, oltre ai volti, troviamo anche ambienti e oggetti. I luoghi e le cose “parlano” come i volti? Trasmettono lo stesso messaggio?

Un mio soggetto ricorrente (mi hanno anche rimproverato per questo ma anche Morandi ha sempre fatto le bottiglie!) è il lenzuolo appoggiato sulla sedia. Il lenzuolo, come lo contorci, assume sempre forme nuove e poi suggerisce la presenza nell’assenza, come nelle icone sacre medievali. Il lenzuolo sulla sedia simboleggia una persona che non c’è più e che ha lasciato il suo segno: la sedia viene usata durante il giorno, il lenzuolo invece è la notte. Inoltre, se pensiamo alla nostra tradizione pittorica, per esempio al Caravaggio, quanti lenzuoli annodati sono stati dipinti? E poi mi fa pensare anche al sacro: il sacro non si può toccare se non attraverso un lenzuolo e dunque è ancora un rimando alla sacralità del dolore.

Fino ad ora ha fatto molti riferimenti all’arte del passato ma anche a quella più recente. Che valore hanno per lei la tradizione e il contemporaneo?

Nei miei lavori cerco sempre di dare spazio alla tradizione pittorica antica: le luci e le ombre riportano al Seicento. L’oro è il Medioevo. Ma c’è anche molto Moderno: mi hanno detto che sono affine all’Arte Povera e al Minimalismo. In effetti, queste grandi superfici vuote a foglia d’oro con un numero e un po’ di ossidazione riportano a queste correnti. E poi l’uso della fotografia è sempre stato fondamentale fin da quando è nata, basti pensare agli Impressionisti. Inoltre, negli ultimi cinquant’anni, ho guardato a Bacon, a Freud; insomma guardo tutto e tutti. L’arte ha raggiunto tante sfaccettature e c’è posto per tutto fino al video e all’installazione; l’importante è che si trasmetta un’emozione, un pensiero, uno spunto di riflessione.

Senza titolo, 2002, tecnica mista su base fotografica

Parliamo del suo recente passaggio all’installazione a cui ha appena accennato. Com’è avvenuta questa transizione e come costruisce le sue installazioni?

L’uso di video e installazioni va ad integrare il mio percorso pittorico e ne supera i limiti. Ogni espressione artistica ha i suoi limiti. Per affrontare una tematica, cedo che ogni metodo sia buono; l’importante è fare un discorso completo, indipendentemente dalla tecnica. Non sono un esperto di video, ho un aiutante eccezionale che si presta a realizzare il mio progetto e che ha fatto cose straordinarie come far rivivere una fotografia con il movimento degli occhi e delle labbra. Così posso fare cose che con la pittura non posso fare.

Quindi, in base a come lei concepisce l’installazione, si può dire che l’arrivo a questo mezzo espressivo sia stato un processo naturale?

Secondo me sì, è un’evoluzione naturale del mio lavoro e porta a un maggior coinvolgimento dell’osservatore, scopo che ho sempre cercato di perseguire con la pittura. Di recente, ho portato una mia installazione a Pavia e una visitatrice mi ha lasciato scritto che le avevo lacerato il cuore. Quindi, con questo maggior coinvolgimento, si capisce anche meglio quello che sto facendo con la pittura. L’installazione è un mezzo per intensificare il messaggio che voglio trasmettere.

 

GIOVANNI SESIA

Giovanni Sesia è nato nel 1955 a Magenta, dove vive e opera, e si è diplomato in pittura presso l’Accademia di Brera (Milano) alla fine degli anni Settanta. Per vent’anni ha operato come pittore nell’ambito dell’astrazione informale. La svolta avviene nel 1998 quando scopre un archivio di fotografie di inizio Novecento di degenti di un ospedale psichiatrico. Da allora contamina le fotografie dei pazienti di diversi ex ospedali psichiatrici italiani con la pittura. Queste opere gli valgono l’invito a importanti manifestazioni: nel 2003 è alla rassegna “Photo España”. Nel 2005 Sandro Parmiggiani lo richiede alla mostra “Il volto della follia”. Nel 2006 è Vittorio Sgarbi a volerlo alla mostra “Il male”; nello stesso anno è presente alla mostra “Da Dada” curata da Achille Bonito Oliva. Sesia espone in tutta Italia e anche in Europa (Parigi, Rotterdam, Copenaghen, Zurigo, Amburgo), arrivando fino a Beirut e in Sud Corea. Nel mentre elabora diversi altri cicli che hanno come protagonisti alcuni oggetti che trova per casa: sedie, vecchie lenzuola, barattoli che utilizza per dipingere e poi moto. Grazie a quest’ultimo soggetto, viene notato dalla Ducati che gli commissiona una serie di lavori per l’ottantesimo anniversario della fondazione del marchio. Dal 2014 si dedica alla video-installazione.

IL VALORE DELLO SPORT – di Francesco Cappelletti

Divenuto col tempo parte integrante per non dire necessaria delle nostre vite, si fa un gran parlare di cosa rappresenti, possa o debba rappresentare lo sport. È difficile individuare un metro di giudizio unanime nel darne una definizione, le casistiche sono plurime ed i contesti diversi l’uno dall’altro, ma è logico affermare che il valore intrinseco dello sport sia radicalmente mutato dall’avvento del professionismo. Possiamo quindi ricondurre i valori dello sport di oggi a quei sentimenti di etica…socialità…rafforzamento ed arricchimento dell’io all’interno di un noi…sfida verso se stessi… quegli stessi sentimenti che avevano portato il fondatore dei Giochi Olimpici, Pierre De Coubertin a sostenere che “la cosa importante non è la vittoria ma la certezza di essersi battuti bene”? Impossibile. La macchina da soldi che ha fatto dello sport un sistema capitalistico remunerante e remunerativo ha, in pratica, cancellato tutto ciò. Ma se questo è, diciamo, comprensibile seppur non condivisibile in toto, quello che ci rimane difficile accettare riguarda l’impoverimento di valori dello sport fin dalle prime fasce di età. Quando l’aspetto economico non esiste e l’ambizione dovrebbe essere messa da parte in favore di un sano e corretto sviluppo psico-fisico del bambino/ragazzo che pratica una disciplina. Fare sport oggi significa navigare su una nave senza comandante, col timone che a turno è preda del mozzo (genitore, agente, dirigente, giocatore, sponsor) capace di farsi sentire più degli altri. In un mondo nel quale le regole sono fatte per essere sconfessate e modificate anche nell’arco di una stessa stagione, si capisce bene perché ognuno si senta in diritto di fare ciò che meglio crede. Senza una visione di insieme, quasi sempre senza una prospettiva che non si fermi all’oggi ma arrivi per lo meno al domani. Lasciando perdere il calcio e le sue evidenti incongruenze, prendiamo in esame il basket, ed analizziamo cosa non torna. Da piccoli, nel Minibasket (6-11 anni) ogni bambino a referto deve entrare sul terreno di gioco, e nessuno di essi può giocare più di due tempini sui quattro totali. Ok, però nessuno vieta agli allenatori di far entrare il più “indietro” per il tempo di un’azione e poi toglierlo immediatamente, facendogli guadagnare il gettone necessario a termine di regolamento….. È vietata la difesa a zona, l’uso dei blocchi, i raddoppi di marcatura: tutti quei tatticismi che faciliterebbero la squadra più “avanti” dal punto di vista della comprensione del gioco. Ok, però è permesso che il più bravo prenda la palla e giochi da solo senza fare nemmeno un passaggio, pretendendo che i difensori degli attaccanti ai margini dell’azione rimangano fermi a guardare i propri avversari negli occhi senza andare in aiuto sul l’attaccante solitario… Finito il Minibasket, i genitori del giovane cestista devono firmare un cartellino di appartenenza alla società, vincolante fino ai 21 anni. In caso di insoddisfazione o volontà di cambiare squadra, la società può benissimo fare ostracismo ed opporsi, non concedendo il nullaosta. I genitori del ragazzo divenuto ostaggio possono andare da avvocati, Federazione etc, ma nessuno può fare nulla…l’unica soluzione è andare a trattativa privata dando un valore al proprio figlio, per arrivare ad offrire cifre spesso spropositate che le società non esitano ad accettare. Chi non può sostenerle, smette di giocare. Con buona pace di chi si batte per aumentare il numero di tesserati. A 21 anni, il giocatore di basket appena uscito dal percorso di settore giovanile, può, se è bravo, valutare l’ipotesi del professionismo, dove se anche vali la serie A per talento, probabilmente è meglio andare in serie B. Le regole vigenti, infatti, obbligano le società di serie A ad un numero minimo di italiani a referto, senza nessun obbligo di impiego come succede nei campionati russo e turco, ad esempio (sempre 2 russi/turchi in campo, non in panchina). Facile quindi vedere italiani in serie A il cui ruolo è sostanzialmente quello di passare l’asciugamano alle stelle americane. Se sei un po’ meno bravo ma vuoi comunque tentare la strada del semi-professionismo, stavolta ci si mette la Federazione di mezzo, obbligando società di medio livello, espressioni di piccoli paesi magari con buona tradizione, a pagare un parametro per ogni giocatore che per la serie B -stiamo parlando della quarta serie- equivale a circa 6000 euro. Moltiplicato per 12 giocatori fa più di 70mila euro, poi ci sono le tasse federali, gli stipendi, i costi fissi degli impianti….piuttosto che perdere la categoria, le società optano per andare con i ragazzi del proprio vivaio, a costo zero, una scelta troppo spesso obbligata che ha come conseguenza un pesante abbassamento del livello tecnico. Se invece a 21 anni il lavoro o l’università vengono prima del basket ma la passione è tale da voler continuare a giocare, serie C o D non importa basta stare vicino a casa, la ricerca potrebbe essere infruttuosa, perché la Federazione, con la scusa della valorizzazione dei giovani, mette delle norme stringenti in termini numerici (quattro giocatori sui dieci a referto devono avere meno di 21 anni). Di conseguenza molti, seppur meritevoli, sono costretti a smettere.Minibasket_MS

Sintetizzando. Emanare norme ad hoc per: mettere tutti i bambini sullo stesso piano, tutelare le società, salvaguardare i giocatori italiani, far crescere i giovani…non serve assolutamente a niente. Ognuna di queste disposizioni ha una via di uscita che, come abbiamo visto, forse è addirittura peggiore di ciò che voleva andare ad evitare/migliorare/cambiare. I cestisti italiani nella NBA sono nati uno a San Giovanni in Persiceto (Marco Belinelli), uno ad Olbia (Luigi Datome), mentre gli altri due sono figli o nipoti di cestisti, quasi dei predestinati (Danilo Gallinari ed Andrea Bargnani). Il prossimo ad andarci sarà il figlio di uno dei più grandi giocatori italiani della storia (Alessandro Gentile). Nessuno di loro ha avuto bisogno di niente di cui sopra per emergere, ma hanno beneficiato di talento, passione e circostanze favorevoli. Torneremo a produrre giocatori per le nazionali -e qui il discorso si allarga a tutti gli altri sport- quando capiremo che il libero mercato deve dare agli operatori del campo sportivo una sprone a lavorare meglio, non un monito a proteggere il prodotto nostrale dagli “Optì Pobá”. Torneremo ad avere degli sportivi sani, e dunque predisposti a diventare professionisti o comunque persone che rimarranno nell’ambiente, quando riscopriremo i veri valori dello sport. Che ritorneranno sempre, se li avremo intesi come imprescindibili per la nostra vita.

10 CANZONI DA RICORDARE – di Francesco Panzieri

#6 Bob Dylan- Mr. Tambourine Man

“Io non mi chiamo poeta, perché quella parola non mi piace. Io sono un trapezista.” (Bob Dylan)

“Hey, mr. Tambourine Man, play a song for me, I’m not sleepy and there’s no place I’m going to/ Hey mr. Tambourine Man, play a song for me, in the jingle jangle morning I’ll come following you” (Bob Dylan)

Ci sono canzoni che nascono per gioco, per riempire vuoti compositivi, e che, se scritte da veri e propri geni della musica popolare, esplodono e risuonano in tutto il Mondo come inni generazionali. Negli splendidi Sixties, questo meccanismo funzionò per molte delle canzoni di Bob Dylan, il menestrello di Duluth, Minnesota. Probabilmente questo avvenne per una miracolosa concatenazione di genio e sregolatezza, letture di Ginsberg, Rimbaud e W.C. Fields, trance agonistico da pioniere instancabile della cultura giovanile ed uso di droghe. Mr Tambourine Man esce nel marzo 1965 come prima canzone del lato B dell’LP “Bringing it all back home”, e brilla come una stella nel cielo di primavera di un album meraviglioso. Una dolce ballata acustica dal testo visionario e surreale, che parla di esperienze e stati indotti quasi certamente da sostanze stupefacenti (“take me on a trip up on your magic swirlin’ ship/ my senses have been stripped, my hands can’t feel to grip”), aprendo una finestra su una realtà ancora sconosciuta alle masse giovanili, ma che pochi anni dopo si sarebbe diffusa a macchia d’olio. Nel gergo del Greenwich Village, il “tambourine man” è lo spacciatore d’erba che rifornisce i locali, manifestando il proprio carico tamburellando sul bancone con le nocche. I consumatori si avvicinano e gli dicono, come nella canzone, “play a song for me”. Nella sua maturità di rockstar, l’ormai sobrio Bob cerca di rammendare la questione, svelando ai giornali che “Mr. Tambourine Man” non è altri che Bruce Langhorne, il chitarrista che amava accompagnare i musicisti folk della scena del Greenwich Village con un grosso tamburello turco molto rumoroso e che suona la chitarra in “Bringing it all back home”. Bruce è il primo a suonare una chitarra elettrica con Bob Dylan, che in negli anni ’64-’65 taglia il cordone ombelicale con la scena folk, anche attraverso strappi clamorosi come l’esibizione al Newport Festival del 25 luglio 1965. Dylan, di fronte ad un pubblico di puristi del folk e del canto tradizionale di protesta, il “suo” pubblico, si presenta in giubbotto di pelle ed occhiali scuri insieme ad un gruppo rock con chitarre elettriche e batteria (Butterfield Blues Band), ed esegue a volume altissimo un breve set di 3 canzoni. Viene sommerso dai fischi, mentre gli organizzatori cercano di tagliare i cavi dell’amplificazione. È costretto a rientrare in scena a capo chino e a suonare in acustico proprio “Mr. Tambourine Man”, ricevendo stavolta solo applausi. Ma è l’addio: come Adamo lascia il Giardino dell’Eden per seguire la sua strada pericolosa, per seguire le sue geniali intuizioni e costruzioni. In quei giorni la stessa canzone, riarrangiata ed incisa dai Byrds, raggiunge la vetta delle classifiche U.S.A., trampolino di lancio per un nuovo genere, il folk rock, e per uno dei gruppi più influenti della storia della musica pop. Un’altra canzone rivoluzionaria del menestrello di Duluth. Un altro colpo del trapezista. E chi ci dice che Bob, battendo tutto stonato sulla macchina da scrivere, tra mozziconi di sigaretta, non si fosse già immaginato tutto?

ESCHER E SIENA – di Fausto Jannaccone

Tetti di Siena (dicembre 1922)

“…Il mio cuore non potrebbe assorbire con maggior gratitudine, nè il mio animo con maggior sensibilità, l’atmosfera assolutamente nuova nella quale mi trovo a vivere, gli incontri sorprendenti ed inattesi […] che mi offrono ogni giorno in questo posto benedetto…”
Con questa frase si apre la mostra dedicata a Maurits Cornelis Escher, che potrete visitare fino al 21 febbraio 2015 a Roma, nello spazio espositivo del Chiostro del Bramante.

Scarabei (1935)

Tali parole fanno parte di una lettera che l’allora giovane olandese scrive all’amico Fiet nel dicembre 1922 da Siena.
Nel 1921, sulla scia della tradizione del Grand Tour, i genitori organizzano per il figlio ventitreenne il suo primo viaggio nella penisola italiana per formarsi intellettualmente al sole mediterraneo, ed all’ombra dell’immenso patrimonio artistico in essa contenuto.
Tra i vari luoghi che visiterà e che lo influenzeranno maggiormente, una delle mete predilette sarà sicuramente Siena, dove andrà più e più volte, trattenendovisi anche per lunghi soggiorni.
In via Sallustio Bandini, al numero 19, la pensione Alessandrini sarà il suo primo alloggio; da qui inizierà a guardarsi intorno ed esplorare la città toscana, ammirandone la natura e l’arte che vi si compenetrano. Quando inizia a disegnare i paesaggi, nei suoi appunti scrive così: “(…) ho trovato un posticino appena fuori di porta Fonte Branda: vista sulla Cattedrale, come punto mediano e ortogonale (…)”. E camminando fuori dalle mura cittadine, oltre Porta Camollia, gli capiterà di imbattersi in due scarabei intenti a far rotolare una pallina, immagine che qualche anno più tardi tradurrà in una celebre xilografia (Scarabei).
Il giorno in cui arriva a Siena è il 5 di maggio 1922, di sera; e la mattina successiva girando per le aggrovigliate strade lastricate di pietra serena, ed i bui vicoli seminascosti, annota “(…) sono andato a visitare la Piazza del Campo, il Duomo, una cripta sotto il Duomo, poi la libreria e l’Opera del Duomo dove si trovano alcuni primitivi (…)”. Nei mesi successivi continueranno le sue escursioni: l’Accademia di Belle Arti, San Francesco, la Pinacoteca, il Palazzo Pubblico, la chiesa di san Galgano poco distante; e così farà l’incontro dei Lorenzetti, Simone Martini, Duccio o del Beccafumi. Nell’incisione Madonna trasparirà evidente l’influenza dei maestri senesi.

Madonna (1921)

In particolare percorrendo il pavimento del Duomo capiterà ad Escher di imbattersi in qualcosa che innegabilmente potremo ritrovare nella sua più celebre e matura produzione artistica: ad inquadrare le scene bibliche che compongono quella mirabile opera, i marmi policromi vanno a formare composizioni geometriche e quasi illusioni ottiche, come ad esempio nella sezione esagonale del margine occidentale della scena con Le storie di Giuditta, o nella divisione tra la Strage degli Innocenti e la Cacciata di Erode.
A Siena l’olandese torna più volte: nel 1921 di passaggio, quindi nel ’22, poi nel ’23 ed ancora nel ’31.
E nell’occasione del 1923 tiene nella città del Palio la sua prima mostra, proprio in concomitanza con la Carriera dell’Assunta (*quel Palio fu vinto dalla Contrada della Giraffa): dal 13 al 26 Agosto, ebbe luogo “Bianco e Nero”, ospite delle stanze del Circolo Artistico Senese, che aveva sede al numero 19 di via dei Termini. Lui stesso disegnò il manifesto dell’esposizione; era tutta imperniata sul gioco tra i colori delle sue stampe e quelli dello stemma civico, la Balzana, che ritrasse in basso accanto al leone rampante del Capitano del Popolo, dando all’insieme un voluto respiro medievale. Ed assistere al Palio, nuovamente dopo l’esperienza del precedente anno, fu un’occasione in più per rimanere colpito dalle bandiere delle Contrade: “(…) La mattina ho seguito un’allegra sfilata, composta da una banda musicale seguita da un gran numero di giovani in costume medievale, ciascuno dei quali faceva sventolare un vessillo i cui colori corrispondevano a quelli del loro costume”. La particolare composizione geometrica della bandiere di contrade come Bruco, Chiocciola, Istrice, Leocorno o Onda furono una nuova occasione di confrontarsi con la magia geometrica di cui Siena è infusa.

Nel 1922 oltre a Siena visitò anche Granada e la sua Alhambra, ricevendo ancora nuovi impulsi in direzione di quella composizione geometrica che caratterizzerà tutta la sua carriera, soprattutto della prima metà.

Vi lascio con un quesito: nella mostra Roma tra le varie opere esposte è possibile vedere anche la sottostante. Si tratta di una natura morta sui generis, infatti oltre agli oggetti del primo piano nel riflesso dello specchio si può vedere ritratto un vicolo, forse espediente artistico o forse ancora il disegno di un trasloco; ma quello che vi chiedo è: siete in grado di decifrare di quale spaccato senese si tratti?

Natura morta allo specchio (1934) [particolare di vicolo senese inserito nel riflesso]

PILLOLE DI MUSICA : I DOLCETTI DI FREDDIE – di Davide Cortonesi

freddie-mercury-rock-faces-corbisPrima ancora che i Queen si formassero, la carica e il carisma di Freddie Mercury erano già palpabili. Si racconta che durante le prove del gruppo, che si svolgevano in un garage, la polizia doveva intervenire più volte a richiamare la band per abbassare la musica, ma difficilmente riuscivano a mantenere lo standard troppo a lungo. A l’ennesima volta che sentirono bussare, Freddie pensò che avessero oltrepassato il limite e che a questo giro non avrebbero di certo evitato la multa. Il cantante corse così in cucina, riempì un vassoio di dolci e li offrì ai poliziotti. Questi accettarono volentieri a patto che la cosa non si ripetesse. Una volta rientrato i ragazzi del gruppo gli chiesero come avesse fatto a mandarli via, lui rispose “Gli ho dato un po’ di dolcetti che avete portato voi.” E dopo un lungo silenzio: “Freddie, vuoi dire gli space cake alla marijuana?”.

YIN-YANG – di Ferruccio Palazzesi

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In questa rubrica proviamo a mettere a confronto due pareri autorevoli su un argomento legato più o meno all’attualità. Uno yin e uno yang. Uno nero e uno bianco. Per cercare di farci, anche noi non addetti ai lavori, un’idea più precisa su quello che avviene là fuori

Monumenti con lo sponsor.

Negli ultimi anni si é verificato un forte aumento delle donazioni private per il restauro e il mantenimento del patrimonio artistico italiano. Gli esempi più evidenti sono i 25 milioni di euro versati dall’azienda di calzature Tod’s per il restauro del Colosseo di Roma e i 2.8 versati da Fendi per il restauro della Fontana di Trevi. Tutto questo é un’opportunità o rischia di far diventare la storia del nostro Paese in un mero prodotto commerciale?

Yin: Michele Piattellini – studioso e critico d’Arte
Come scrive giustamente Tommaso Montanari basterebbe meno di un quinto della spesa militare per evitare che il patrimonio vada in rovina o debba vivere di interessate elemosine tipo quelle dei grandi sponsor per le ristrutturazioni dei monumenti.E’dunque una scelta prettamente politica quella che purtroppo pone al misero 1,1 per cento la spesa per la cultura mentre la media europea è pari al doppio.Se riuscissimo poi ad arrivare a cinque miliardi di euro la meta’ della Germania,potremo avere un patrimonio mantenuto perfettamente senza chiedere aiuto a nessun speculatore privato.I soldi dunque ci sarebbero basterebbe semplicemente destinarli alla cultura il cui scopo non è quello di generare,come vogliono far crederci,dividendi economici ma quella di renderci cittadini consapevoli della nostra storia e della nostra civiltà.

Yang: Luca Mansueto – storico dell’Arte
La nostra amata Italia è all’ultimo posto in Europa per la spesa in cultura. Per sostenere i nostri beni culturali spendevamo fino al 2009 lo 0,9% del PIL, calando nel 2011 allo 0,6% e nel 2013 appena l’1,1%, contro il 2,2% medio dell’Ue, rimanendo dietro anche alla disastrata Grecia che spende l’1,2%. I nostri vicini spendono certamente più di noi: Germania l’1,8% del budget pubblico, Francia 2,5%, Spagna 3,3% e il Regno Unito 2,1%. E allora ben venga il mecenatismo culturale dei privati, come l’Art Bonus approvato nel Decreto Cultura dal Ministro Franceschini del luglio 2014, un credito d’imposta per privati (persone fisiche e enti non commerciali) che vogliono effettuare donazioni per interventi di manutenzione, protezione e restauro di beni culturali pubblici, per il sostegno degli istituti e dei luoghi della cultura. Certamente non bisogna privatizzare i beni culturali, ma una sana gestione pubblica con investimenti privati è la più saggia operazione di rilancio del nostro Paese, come fatto da Yuzo Yagi, titolare della Tsusho Ltd, marchio di esportazione di tessili italiani in Giappone, il quale ha deciso di sponsorizzarne nel 2014 il restauro della Piramide Cestia di Roma donando un milione di euro e firmando un contratto con la Soprintendenza Speciale Archeologica di Roma. Non una tradizionale sponsorizzazione, ovvero con la richiesta di avere uno spazio pubblicitario per un suo marchio, ma una pura elargizione liberale, una donazione concretizzata in una gara d’appalto dei lavori da parte della Soprintendenza, sulla base di un progetto di recupero. Altro esempio eccellente è quello di Dom Pérignon che ha firmato un protocollo d’intesa con Fondazione dei Musei Civici di Venezia finalizzato al restauro di due sale espositive di Ca’ Pesaro, sede della Galleria Internazionale d’Arte Moderna. Al termine dei lavori, le sale del secondo piano, chiuse da tempo e attualmente utilizzate come magazzini, saranno pronte per accogliere serie di mostre di artisti italiani e internazionali, alternate con opere delle collezioni permanenti. Pecunia non olet? Un conto è chi vuol donare qualcosa alla collettività, un conto chi vuole guadagnare associando al proprio brand un valore immateriale che appartiene alla comunità

MUSICA IN PILLOLE: WONDERFUL TONIGHT – di Davide Cortonesi

pattieboydWonderful Tonight viene composta la sera del 7 settembre 1976. Eric Clapton è a casa di Pattie Boyd, i due sono invitati alla festa che Paul e Linda McCartney organizzavano ogni anno per Buddy Holly. La ragazza, come ogni donna che si rispetti, impiega un sacco di tempo per prepararsi, Eric nel mentre attende sul divano impaziente e suona la chitarra. Dopo quasi due ore di attesa sale in camera di Pattie per spronarla a muoversi: “Dobbiamo andare o faremo tardi”. Sceso di nuovo prende la chitarra e in qualche manciata di minuti, uno dei più grandi successi del musicista è compiuto. Quando Pattie è pronta appare per le scale ed Eric le dice: “Ho scritto questa canzone per te”. Quale donna non vorrebbe essere stata al suo posto?