10 CANZONI DA RICORDARE – di Francesco Panzieri

#6 Bob Dylan- Mr. Tambourine Man

“Io non mi chiamo poeta, perché quella parola non mi piace. Io sono un trapezista.” (Bob Dylan)

“Hey, mr. Tambourine Man, play a song for me, I’m not sleepy and there’s no place I’m going to/ Hey mr. Tambourine Man, play a song for me, in the jingle jangle morning I’ll come following you” (Bob Dylan)

Ci sono canzoni che nascono per gioco, per riempire vuoti compositivi, e che, se scritte da veri e propri geni della musica popolare, esplodono e risuonano in tutto il Mondo come inni generazionali. Negli splendidi Sixties, questo meccanismo funzionò per molte delle canzoni di Bob Dylan, il menestrello di Duluth, Minnesota. Probabilmente questo avvenne per una miracolosa concatenazione di genio e sregolatezza, letture di Ginsberg, Rimbaud e W.C. Fields, trance agonistico da pioniere instancabile della cultura giovanile ed uso di droghe. Mr Tambourine Man esce nel marzo 1965 come prima canzone del lato B dell’LP “Bringing it all back home”, e brilla come una stella nel cielo di primavera di un album meraviglioso. Una dolce ballata acustica dal testo visionario e surreale, che parla di esperienze e stati indotti quasi certamente da sostanze stupefacenti (“take me on a trip up on your magic swirlin’ ship/ my senses have been stripped, my hands can’t feel to grip”), aprendo una finestra su una realtà ancora sconosciuta alle masse giovanili, ma che pochi anni dopo si sarebbe diffusa a macchia d’olio. Nel gergo del Greenwich Village, il “tambourine man” è lo spacciatore d’erba che rifornisce i locali, manifestando il proprio carico tamburellando sul bancone con le nocche. I consumatori si avvicinano e gli dicono, come nella canzone, “play a song for me”. Nella sua maturità di rockstar, l’ormai sobrio Bob cerca di rammendare la questione, svelando ai giornali che “Mr. Tambourine Man” non è altri che Bruce Langhorne, il chitarrista che amava accompagnare i musicisti folk della scena del Greenwich Village con un grosso tamburello turco molto rumoroso e che suona la chitarra in “Bringing it all back home”. Bruce è il primo a suonare una chitarra elettrica con Bob Dylan, che in negli anni ’64-’65 taglia il cordone ombelicale con la scena folk, anche attraverso strappi clamorosi come l’esibizione al Newport Festival del 25 luglio 1965. Dylan, di fronte ad un pubblico di puristi del folk e del canto tradizionale di protesta, il “suo” pubblico, si presenta in giubbotto di pelle ed occhiali scuri insieme ad un gruppo rock con chitarre elettriche e batteria (Butterfield Blues Band), ed esegue a volume altissimo un breve set di 3 canzoni. Viene sommerso dai fischi, mentre gli organizzatori cercano di tagliare i cavi dell’amplificazione. È costretto a rientrare in scena a capo chino e a suonare in acustico proprio “Mr. Tambourine Man”, ricevendo stavolta solo applausi. Ma è l’addio: come Adamo lascia il Giardino dell’Eden per seguire la sua strada pericolosa, per seguire le sue geniali intuizioni e costruzioni. In quei giorni la stessa canzone, riarrangiata ed incisa dai Byrds, raggiunge la vetta delle classifiche U.S.A., trampolino di lancio per un nuovo genere, il folk rock, e per uno dei gruppi più influenti della storia della musica pop. Un’altra canzone rivoluzionaria del menestrello di Duluth. Un altro colpo del trapezista. E chi ci dice che Bob, battendo tutto stonato sulla macchina da scrivere, tra mozziconi di sigaretta, non si fosse già immaginato tutto?

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