DALL’OBLIO ALLA MEMORIA – Una conversazione con Giovanni Sesia – di Valeria Mileti Nardo

Senza titolo, 2002, tecnica mista su base fotografica

 

Telefono a Giovanni Sesia come d’accordo e subito l’artista si dimostra molto gentile e disponibile, pronto a dedicare un’ora del suo tempo per questa intervista. E’ molto semplice parlare con lui e il dialogo si sviluppa con grande spontaneità. Quando Sesia parla di arte e della propria arte, i rimandi e gli spunti di riflessione sono interessanti e molteplici e purtroppo l’esigenza di sintesi porta a una selezione che comunque non impoverisce il discorso.

Dalla fine degli anni Novanta si concentra sul disagio psichico e sull’emarginazione sociale legata agli ormai chiusi ospedali psichiatrici. Com’è passato a queste tematiche?

Il passaggio è avvenuto casualmente. Mi è capitato di mettere mano su dei negativi, trovati da un mio amico psicologo, provenienti da un ospedale psichiatrico dismesso. Da allora, il mio lavoro si concentra sull’umanità dimenticata che non è solo quella degli ospedali psichiatrici ma anche, arrivando ai giorni nostri, quella dei paesi in guerra o di chi non ha un posto nella società: il mio lavoro si allarga all’Umano. Questo ritrovamento mi ha fatto pensare alla cancellazione dell’esistenza e della memoria e poi al disagio psichico che nasce da quello sociale: questa è cosa di tutti i giorni.

Questo ritrovamento l’ha portata, sembra in modo consequenziale, a passare dalla pittura tout court alla fotografia?

Certo. L’utilizzo della fotografia in pittura mi aveva sempre affascinato: l’incontro tra l’oggettività e la soggettività. Non sono un fotografo e non interpreto la realtà tramite la fotografia ma ho interpretato, con la pittura, le fotografie di questi degenti che, con gli anni, ho raccolto da varie strutture dismesse. Chi ha scattato queste foto, che comprendevano il busto e le mani, non doveva interpretare dei ritratti, doveva solo farle per la scheda segnaletica del paziente. La posa, le mani e il volto sono elementi forti, elementi di realtà. Ho usato la pittura, coi suoi segni, le patine, le corrosioni, per l’intensificazione drammatica di queste fotografie oggettive. Ho sacrificato anni di pittura e alla fine non ho fatto né il pittore né il fotografo!

Come interviene sulle immagini per far convivere l’oggettività delle fotografie con la pittura?

In pratica, faccio stampare i negativi in bianco e nero e faccio incollare l’immagine su legno. Poi intervengo con i colori a olio. Quando uno vede come inizio un quadro si spaventa: passo con un pennello largo il colore su tutta la superficie fino a nascondere l’immagine e poi, con uno straccio con essenza di trementina, strofino la tavola e la fotografia riaffiora. E poi ancora pittura: luci, ombre, segni, macchie, numeri. L’immagine che ricompare dal nero è, metaforicamente, il ritorno della memoria.

Senza titolo, 2006, tecnica mista su base fotografica

Ha accennato a segni, macchie e numeri. Qual è il valore degli elementi ricorrenti nelle sue opere? Partiamo dalla scrittura.

Tutti i negativi che ho trovato avevano in basso e al centro un’incisione con il numero della cartella clinica del paziente. Questo graffio era una spersonalizzazione. I segni sulle mie opere sono illeggibili, come è illeggibile l’identità della persona effigiata. E poi guardo al passato: sono sempre stato attratto dalle opere medievali con le dediche in latino e dalla scrittura al contrario di Leonardo, apparentemente indecifrabile. La scrittura dunque è come una patina che ci allontana dall’identità della persona. Bacon faceva un qualcosa di simile quando incorniciava i suoi dipinti con un vetro davanti, in modo che ci si potesse specchiare. L’immagine riflessa ci distoglie un po’ dalla pittura e rende tutto più morbido, come per me la scrittura rende più morbide queste immagini di grande forza.

E l’oro?

L’oro è il sacro, è la luce, l’oro è luce coagulata. L’oro porta a una dimensione sacrale, come nella tradizione pittorica cristiana. Le immagini, con l’oro, diventano come delle icone. Di solito, nei miei lavori, l’oro fa da sfondo ai numeri delle cartelle cliniche e alle diagnosi e quindi rappresenta la sacralità del dolore: l’oro suggerisce il rispetto, il rispetto del dolore.

E il colore della terra?

Da un punto di vista pratico è molto semplice: le fotografie sono virate seppia. Questo però va a mio vantaggio perché è una tonalità calda e credo che il concetto di memoria sia legato a una tonalità calda, non fredda, è qualcosa di malinconico, di autunnale, direi. Inoltre questa tonalità si integra bene con i colori a olio e tutto risulta armonioso.

I numeri, infine. Sono un rimando alla spersonalizzazione?

Certo. I numeri sono una catalogazione. Il punto di partenza, per me, è stato il fatto che ad ogni fotografia corrispondeva un numero; il numero sostituiva il nome e il cognome, sostituiva l’essere. Inoltre il numero è magico, misterioso, il numero riguarda la sequenza del tempo e il suo scorrere infinito.

Nelle sue opere, oltre ai volti, troviamo anche ambienti e oggetti. I luoghi e le cose “parlano” come i volti? Trasmettono lo stesso messaggio?

Un mio soggetto ricorrente (mi hanno anche rimproverato per questo ma anche Morandi ha sempre fatto le bottiglie!) è il lenzuolo appoggiato sulla sedia. Il lenzuolo, come lo contorci, assume sempre forme nuove e poi suggerisce la presenza nell’assenza, come nelle icone sacre medievali. Il lenzuolo sulla sedia simboleggia una persona che non c’è più e che ha lasciato il suo segno: la sedia viene usata durante il giorno, il lenzuolo invece è la notte. Inoltre, se pensiamo alla nostra tradizione pittorica, per esempio al Caravaggio, quanti lenzuoli annodati sono stati dipinti? E poi mi fa pensare anche al sacro: il sacro non si può toccare se non attraverso un lenzuolo e dunque è ancora un rimando alla sacralità del dolore.

Fino ad ora ha fatto molti riferimenti all’arte del passato ma anche a quella più recente. Che valore hanno per lei la tradizione e il contemporaneo?

Nei miei lavori cerco sempre di dare spazio alla tradizione pittorica antica: le luci e le ombre riportano al Seicento. L’oro è il Medioevo. Ma c’è anche molto Moderno: mi hanno detto che sono affine all’Arte Povera e al Minimalismo. In effetti, queste grandi superfici vuote a foglia d’oro con un numero e un po’ di ossidazione riportano a queste correnti. E poi l’uso della fotografia è sempre stato fondamentale fin da quando è nata, basti pensare agli Impressionisti. Inoltre, negli ultimi cinquant’anni, ho guardato a Bacon, a Freud; insomma guardo tutto e tutti. L’arte ha raggiunto tante sfaccettature e c’è posto per tutto fino al video e all’installazione; l’importante è che si trasmetta un’emozione, un pensiero, uno spunto di riflessione.

Senza titolo, 2002, tecnica mista su base fotografica

Parliamo del suo recente passaggio all’installazione a cui ha appena accennato. Com’è avvenuta questa transizione e come costruisce le sue installazioni?

L’uso di video e installazioni va ad integrare il mio percorso pittorico e ne supera i limiti. Ogni espressione artistica ha i suoi limiti. Per affrontare una tematica, cedo che ogni metodo sia buono; l’importante è fare un discorso completo, indipendentemente dalla tecnica. Non sono un esperto di video, ho un aiutante eccezionale che si presta a realizzare il mio progetto e che ha fatto cose straordinarie come far rivivere una fotografia con il movimento degli occhi e delle labbra. Così posso fare cose che con la pittura non posso fare.

Quindi, in base a come lei concepisce l’installazione, si può dire che l’arrivo a questo mezzo espressivo sia stato un processo naturale?

Secondo me sì, è un’evoluzione naturale del mio lavoro e porta a un maggior coinvolgimento dell’osservatore, scopo che ho sempre cercato di perseguire con la pittura. Di recente, ho portato una mia installazione a Pavia e una visitatrice mi ha lasciato scritto che le avevo lacerato il cuore. Quindi, con questo maggior coinvolgimento, si capisce anche meglio quello che sto facendo con la pittura. L’installazione è un mezzo per intensificare il messaggio che voglio trasmettere.

 

GIOVANNI SESIA

Giovanni Sesia è nato nel 1955 a Magenta, dove vive e opera, e si è diplomato in pittura presso l’Accademia di Brera (Milano) alla fine degli anni Settanta. Per vent’anni ha operato come pittore nell’ambito dell’astrazione informale. La svolta avviene nel 1998 quando scopre un archivio di fotografie di inizio Novecento di degenti di un ospedale psichiatrico. Da allora contamina le fotografie dei pazienti di diversi ex ospedali psichiatrici italiani con la pittura. Queste opere gli valgono l’invito a importanti manifestazioni: nel 2003 è alla rassegna “Photo España”. Nel 2005 Sandro Parmiggiani lo richiede alla mostra “Il volto della follia”. Nel 2006 è Vittorio Sgarbi a volerlo alla mostra “Il male”; nello stesso anno è presente alla mostra “Da Dada” curata da Achille Bonito Oliva. Sesia espone in tutta Italia e anche in Europa (Parigi, Rotterdam, Copenaghen, Zurigo, Amburgo), arrivando fino a Beirut e in Sud Corea. Nel mentre elabora diversi altri cicli che hanno come protagonisti alcuni oggetti che trova per casa: sedie, vecchie lenzuola, barattoli che utilizza per dipingere e poi moto. Grazie a quest’ultimo soggetto, viene notato dalla Ducati che gli commissiona una serie di lavori per l’ottantesimo anniversario della fondazione del marchio. Dal 2014 si dedica alla video-installazione.

Annunci

Un pensiero su “DALL’OBLIO ALLA MEMORIA – Una conversazione con Giovanni Sesia – di Valeria Mileti Nardo”

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...