10 CANZONI DA RICORDARE – di Francesco Panzieri

#5 Sam Cooke – A change is gonna come

Samuel Cook, in arte Sam Cooke, è uno dei campioni della musica black americana, una specie di Elvis nero per sex appeal e capacità di proporre successi pop romantici (“Cupid”, “Wonderful world”) e spensierate sarabande ballabili (“Twisting the night away”, “Shake”), un Sinatra di colore dalla voce vellutata, affinata in una vita di canto gospel, e dai modi raffinati. Piace al pubblico dei ghetti, dominando le classifiche R&B, ma anche ai bianchi “liberal”, più propensi alle romanticherie musicali che alle lamentazioni ed agli spigoli del blues: 29 suoi singoli dal 1958 al 1964 entrano nella top 40 Billboard degli USA. La sua musica viene “dall’anima”, come il gospel, ma è di facile fruizione per tutti: nasce con lui la “Soul Music”. Ma per lui il successo non basta: sente di dovere qualcosa ai suoi fratelli neri, e comincia ad impegnarsi per aiutare il movimento per i diritti civili. Grazie alla sua crescente fama conosce Martin Luther King, nel febbraio 1964 Muhammad Alì lo elogia pubblicamente nella conferenza stampa dopo aver battuto Sonny Liston e la TV due mesi dopo fa incontrare i due nuovi idoli dei giovani di colore. Ascolta la nuova musica che sta trasformando il panorama ingessato dei primi anni Sessanta in un calderone di protesta e di sperimentazione, in particolare viene colpito da Bob Dylan e dalla sua “Blowing in the Wind”. La risposta alle domande di Bob è in una canzone che Sam scrive di getto dopo essere stato cacciato, con tutto il proprio entourage, da un motel in Louisiana, che accetta solo una clientela di bianchi: “A change is gonna come”. “In certi momenti ho pensato che non ce l’avrei fatta a lungo” canta Cooke “ma adesso penso di poter resistere/ Ed è passato tanto, ma tanto di quel tempo/ ma so che ci sarà un cambiamento, certo che ci sarà.” La ballata, impreziosita da uno struggente arrangiamento orchestrale, viene registrata a dicembre 1963, ma esce come lato B del singolo “Shake” soltanto un anno dopo. Sarà un successo soltanto negli anni successivi, sull’onda della battaglia dei diritti civili, come inno generazionale della gioventù di colore degli anni Sessanta. Sam non farà in tempo neppure ad assistere all’uscita della canzone: rimarrà ucciso l’11 dicembre 1964 allo Hacienda Motel di Los Angeles, crivellato di proiettili dalla proprietaria, da lui aggredita per aver tentato di nascondere una prostituta che lo aveva derubato di portafogli e vestiti mentre era in bagno. Una morte squallida per l'”usignolo di Clarksdale” (immortalato dalla stampa accasciato con addosso soltanto una giacca) che ha alimentato varie tesi del complotto (ai suoi funerali a Chicago si verificarono disordini), ma che forse ha ridimensionato la statura di un eroe della comunità nera che avrebbe potuto trovare un posto nel Pantheon tra Martin Luther King e Malcolm X.

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