APRE IL TEMA…ENRICO MARIA PAPES – di Jacopo Rossi

Inizia, con questa intervista, un nuovo capitolo per noi (e voi) del Wunderbar. EsclusiWe è una rubrica irregolare e ad ampio spettro, che si propone di portarvi la testimonianza di chi la cultura, in Italia e nel mondo, l’ha fatta, la sta facendo e, perché no, la farà. Non aspettatevi molto da questa rubrica, perché vi darà molto di più.
Buona lettura.


«È dal 1974 che non vivo più in una casa con il riscaldamento. Preferisco la campagna, il contatto con la vita vera: quando fa freddo voglio aver freddo. E torno in città il meno possibile». A parlare è Enrico Maria Papes, batterista storico de I Giganti. La sua non è stata una scelta casuale, dettata dalla voglia di distinguersi e vestirsi d’una patina da eremita chic che non gli appartiene. È la normale evoluzione, normale ma non scontata, di uno dei protagonisti della musica degli anni Sessanta, molecola di un gruppo, insieme ai fratelli Di Martino e a Checco Marsella, già “diverso” per spirito e vocazione.

Cosa vi distingueva dai vostri colleghi?
«Eravamo l’unico gruppo vocale. Eravamo lontani, come stile e vocazione dalla moda beat del momento. E, cosa ancora più importante, rifiutavamo le cover famose, e se proprio dovevamo scegliere pezzi stranieri, sceglievamo quelli che si adattavano al nostro stile (NdR, A taste of honey che diventa In paese è festa, Bad boy di Lillian Armstrong trasformata in Solo per voi)». Quando tutti ci davano dentro col cha tun tun, noi siamo usciti con una sorta di swing, Tema.

Come nacque  Tema?
«Avevamo un amico, Pino de Vita, che studiava pianoforte al conservatorio. Un giorno ci fece sentire il motivetto che avrebbe poi dato origine a Tema. Scegliemmo l’amore come argomento e ognuno si scrisse la sua strofa. Tra l’altro la mia parte è stata estesa malissimo, non mi è mai piaciuta».

giganti 2

 Fu il vostro primo vero successo, preceduto da Una ragazza in due (cover di Down came the rain, di Michael Murray), che non ebbe però vita facile…
Nonostante il testo fosse chiaro, giudicarono il titolo troppo ammiccante, ambiguo. La Rai boicottò il brano, che riscosse comunque un successo clamoroso e ci “lanciò”. L’argomento era quel che era, ma eravamo giovani, ci piaceva scherzare e quel pezzo era divertente.

Qualche anno dopo vi confrontaste nuovamente con la censura.
Nel 1967: fu il turno di Io e il Presidente. Lo presentammo al Cantagiro, ma come per Una ragazza in due, il senso fu totalmente travisato. Per noi esprimeva un concetto di assoluta democrazia, parlava di un semplice cittadino che può aspirare alla carica di Presidente della Repubblica (ai tempi Giuseppe Saragat) pur non essendo nessuno. Ci imposero di modificarla, noi rifiutammo e il pezzo non passò.

Nello stesso anno andaste anche a Sanremo con Proposta, incontrando, questa volta, le critiche di un vostro collega, Luigi Tenco.
Ce le riferì Giorgio Gaber, nostro grande amico. Durante il festival (lo stesso nel quale poi il cantautore genovese si sarebbe suicidato, NdR) Tenco disse che avevamo “pistole ma ci sparavamo cioccolatini”. Non accettava che trattassimo certi argomenti alla nostra maniera, ma te l’ho già detto: eravamo giovani e per noi era già molto poter parlare di certe cose a modo nostro.

Eravate davvero dei rivoluzionari, vi consideravate tali?
È un parolone. Eravamo diversi, questo sì. Non avevamo un ideale politico comune e la politica stessa era distante dalla nostra musica. Avevamo i nostri interessi, verso l’amore, la natura, la pace.

Ideali simili a quelli dell’allora neonato movimento hippie.
Quando arrivò in Italia noi avevamo già le nostre radici. E, purtroppo, nel nostro Paese divenne solo una moda, priva dei concetti che la animavano negli Usa. Il perché non lo so, forse perché a quei tempi eravamo in pieno boom economico e la gente aveva voglia di star bene, non complicarsi la vita. Come oggi, del resto.

Cosa è rimasto di quegli anni?
Dei Giganti?

Anche.
Dei Giganti è rimasta la parte “leggera”: Tema, Una ragazza in due…del nostro impegno non è rimasto niente. Il nostro disco migliore, Terra in bocca, è rimasto sconosciuto per 40 anni. Delle nostre intenzioni, anche, non c’è più niente.

E in generale?
Anche qui, niente, basta vedere come vanno le cose. Abbiamo tolto ai giovani la possibilità di sognare e programmarsi la vita. Dopo un ventennio “televisivo” e questa crisi economica credo che non ci sia da aspettarsi niente di meglio.

Cosa possiamo fare, allora?
Continuare a sognare: anche se non tutti i sogni si saranno realizzati, potremmo dire di non aver avuto incubi e di aver fatto dei gran bei sogni, anche se il momento è difficile.

PS: si ringrazia il giornalista Luca Pollini per la gentile collaborazione

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#fergusonrevivalband – di Fausto Jannaccone

kferguson

A TEATRO CON KENTRIDGE: UBU AND THE TRUTH COMMISSION – di Fausto Jannaccone

Da giovedì 20 novembre a sabato 22, per la prima volta in Italia, al Teatro della Pergola a Firenze, è stato possibile ammirare lo spettacolo teatrale Ubu and the Truth Commission, scritto da Jane Taylor e diretto dall’artista William Kentridge. Spettacolo teatrale, dicevo, ed in effetti ha una capacità di coinvolgere ed avvolgere gli spettatori attraverso l’apporto di più “teatri”: quello delle marionette, impressionanti, realistiche, commuoventi, guidate con un’abilità surreale dai marionettisti-attori della Handspring Puppet Company di Johannesburg; quello della recitazione più pura, con le magistrali performance di Dawid Minnaar e Busi Zokufa; quello delle ombre cinesi, cifra stilista caratteristica della produzione dell’artista sudafricano. Sul palcoscenico pochi oggetti fissi: un avvoltoio di cartapesta, che ogni tanto prende vita lanciando strazianti grida, e sul fondo lo schermo dove i disegni di Kentridge contestualizzano, sottolineano, rafforzano, integrano e sostituiscono la scena. Pochi altri oggetti intervengono durante l’intero spettacolo: un tavolo, una doccia-confessionale, una poltrona. A tratti, come sottofondo, quelle musiche “atmosferiche” tradizionali del background africano di cui l’artista ha sempre fatto largo uso nella realizzazione dei suoi video, sonorità dalle tinte popolari, semplici, “Quando musica e miseria diventan cosa sola” per dirla con Battisti, ma non per questo tristi, anzi piene di vita. Ubu and the Truth Commission è uno spettacolo nato in realtà nel 1997, figlio di un momento storico importante la nazione, ovvero al termine dell’indagine, appunto, della Commissione per la Verità sull’Apartheid in Sud Africa; ne scaturisce una messinscena che attraverso l’uso del grottesco e del buffonesco stimola una profonda riflessione sulla drammaticità di un passato soffocante. Abusi, soprusi, ingiustizie sono da sempre il tema centrale della ricerca di William Kentridge, ed il mezzo con cui invita il pubblico a condividere il suo percorso, è quello di trascinarlo e sospenderlo in una realtà fuori dalla realtà, una dimensione fiabesca e senza tempo. kentridgeA ciò concorrono le musiche che seleziona, ad esempio, o la scelta di far scorrere le immagini in una tecnica che sembra un’evoluzione delle ombre cinesi, ma se possibile ancora più indefinite ed inafferrabili, così che ogni appiglio sicuro alla solida realtà venga meno, e non si possa così evitare di essere trascinati dal corso delle sue opere. Per questo la tridimensionalità offerta dal palcoscenico del teatro è un espediente valido al fine di avvolgere lo spettatore dentro l’opera: così la “cisterna” della Tate Modern nell’inverno 2012, quando ospitava “I am not me, the horse is not mine“(1), era diventata un vortice di immagini, con sette enormi schermi appesi sulle pareti dell’immensa sala circolare che proiettavano immagini a getto continuo, a tratti sincronizzati, a tratti indipendenti, il tutto tenuto insieme come sempre dalla musica: per cercare di seguire il tutto dal centro della sala si era costretti ad immergersi totalmente nell’opera, rimanendo in balia delle onde; allo stesso modo, sempre nell’inverno 12/13, nella Galleria 5 del MAXXI di Roma, l’istallazione “The Refusal of Time“(2) si componeva di schermi tutti intorno alla sala, questa volta però sfondando la bidimensionalità attraverso l’introduzione al centro della sala di un macchinario di leonardesca memoria che, azionandosi, ancor di più costringeva a partecipare all’opera. Tornando allo spettacolo della Pergola, il contenitore del teatro per l’opera kentrigiana è tutt’altro che una forzatura e va ben oltre la creazione delle scenografie, come ad esempio in occasione del Flauto Magico alla Scala del 2011: egli stesso in gioventù ebbe a cimentarsi con la recitazione, sebbene con non eccessive fortune. Nonostante ciò rimane in lui una fortissima contaminazione: “L’arte e il teatro acquistano di significato soltanto attraverso l’uso del corpo: Ogni essere umano guarda al fatto artistico inscrivendolo nella propria intima collezione di sogni e di paure. E l’arte deve aprirsi per accogliere tutte queste differenze“(3).

In chiusura una piccola riflessione a livello locale: ebbi modo di fare la conoscenza di Kentridge ormai quasi dieci anni fa, all’interno di “Guardami – Percezione del Video” di SMS Contemporanea, nell’ex Palazzo Delle Papesse; Siena quindi riusciva a farsi tappa di percorsi culturali ed artistici di livello internazionale: possibile debbano rimanere soltanto nostalgia e rimpianto, senza poter invece sperare in qualche spiraglio di riapertura, in qualche nuova boccata d’ossigeno?

(1) http://www.tate.org.uk/whats-on/tate-modern-tanks/exhibition/william-kentridge-i-am-not-me-horse-not-mine

(2) http://www.fondazionemaxxi.it/2012/08/07/william-kentridge-vertical-thinking-en-william-kentridge-vertical-thinking/

(3) Tratto dall’intervista rilasciata da W. Kentridge a “Quaderni della Pergola 5”

ASSAGO, 24/11/2104 – FABI, SILVESTRI, GAZZE’: I PADRONI DELLA FESTA – di Jacopo Rossi

Per conoscersi, questi ex (ma non troppo) ragazzi, si conoscono da tempo, alla metà degli anni Novanta, da quando dividevano il palchetto del romano Locale. La scaletta del concerto cresce, wagnerianamente, nel ritmo e nel calore, costruita con consapevolezza e, ci piace pensare, in modo spontaneo. Si inizia piano, con un filmato con rumori di tutti i giorni: uccelli, pioggia, cellulari, ruote sull’asfalto. Poi lo schermo si rivela essere la facciata di un cubo che si schiude e rivela i tre amici che, strumenti alla mano, intonano il nuovo Alzo le mani, inno ai rumori della natura ma non solo. Da lì è un alternarsi senza sosta di passato e presente: Niccolò, Daniele e Max sul palco si completano e si divertono, si sfottono e si rubano scena e pezzi, scherzano tra loro, con i loro turnisti e con il pubblico. Cara Valentina, Lasciarsi un giorno a Roma, A bocca chiusa, La favola di Adamo ed Eva, Testardo: un viaggio negli ultimi vent’anni di vita e carriera di tutti e tre, con filmati, è il caso di dirlo, d’epoca, ma anche gag e scenette. Gazzè è decisamente il più sornione, Fabi il più serio e impegnato, Silvestri colui che “fa fieno” e tira il carro per tutto il trio: sovente lascia la chitarra per un pianoforte rosso, arricchito dall’albero protagonista anche della copertina del cd. Tre ore che scorrono e vengono irrimediabilmente rimpiante, appena le luci si alzano e il pubblico defluisce fuori dall’Assago Forum.

il padrone della festa

C’è spazio anche per il Cuamm, la Ong che da più di mezzo secolo spedisce medici volontari in Africa, della quale Fabi da anni è testimonial. Lecito pensare che sia stato lui a coinvolgere in questo progetto gli altri due e che, dopo il viaggio che i tre hanno compiuto in Sudan con la ong, sempre da lui sia nata l’idea della collaborazione. Una parola, in fondo, come si fa ai concerti, va spesa per chi accompagna i tre cantautori: nomi sconosciuti ai profani, ma non tutti. Fra i turnisti, impeccabili, spiccano infatti Ramòn Caraballo, imponente percussionista cubano della Bandabardò, e un irriconoscibile Roberto Angelini, che, smessi i panni da Gattomatto, sotto il suo cilindro nero si è rivelato (ma si sapeva da tempo) un eccellente chitarrista. Molti ingredienti insomma, per palati musicali golosi che non si lasciano sfuggire queste prelibatezze sonore. Chi è a digiuno si affretti: non sono molte le date che poi mancano alla fine del tour. Perugia, Napoli, Bari, Firenze, Torino e poco più, e, in ognuna di esse, c’è lecitamente da aspettarsi il tutto esaurito.

Cosa dire? L’amore, dicono FabiSilvestriGazzé, non esiste. Loro fortunatamente sì.

ARIA NUOVA – di Fausto Jannaccone

Indossata la migliore delle bianche camicie, cravatta al collo, maniche a tre quarti; siamo pronti.
In pieno leopoldastyle è giunto il momento di rottamare il vecchio blog e farne uno nuovo.
Il buon vecchio, fedele, efficiente, caro vecchio blog.
Due anni di onoratissima carriera, 313 articoli, quasi 45.000 visualizzazioni, ne ha fatta di strada; ne abbiamo fatta insieme.

La nostra pagina conta oltre 600 likes ed un nome che forse adesso suona un po’ meno sconosciuto all’orecchio del grande pubblico social e culturale senese.
Abbiamo cercato in questi anni di intrattenervi, divertirvi, perché no, informarvi. E strada facendo abbiamo sempre cercato di migliorare la nostra produzione, aggiustare il tiro, corregge, integrare.
Ed è proprio per questo, perché vi risulti ancora più facile e piacevole la frequentazione del nostro spazio virtuale, che adesso ci aggiorniamo indossando abiti più accattivanti. Naturalmente non snatureremo i contenuti e non tradiremo le nostre caratteristiche, una su tutti la nostra voglia di trasversalità degli argomenti.
Adesso non vi resta che fare un giro a dare una “sbirciatina” al nostro nuovo look, e, parafrasando il cult della commedia italiana“Vieni avanti cretino”:
“La vostra soddisfazione è il nostro miglior premio!”

PS: le sorprese, giuriamo, non sono finite.
Dalle stanze del Wunderbar

10 CANZONI DA RICORDARE – di Francesco Panzieri

#2 Patti Smith – Pissing in a river

Nel 1967, in pieno sviluppo della scena underground più affascinante di quegli anni, piomba a New York una ragazzina di 21 anni, magra come un’acciuga, inquieta ed imbevuta di letture. Si fa chiamare Patti Smith e conduce un’ esistenza randagia, tirando avanti con 5 dollari al giorno, vivendo nelle soffitte e talvolta dormendo nei parchi. Si lega con personaggi della scena culturale e fa lavori saltuari in pub e librerie, ma soprattutto scrive, scrive, scrive. Ha in testa le capacità di una poetessa e nello stomaco l’inquietudine della rockstar. Comincia con dei readings letterari accompagnati da strumenti e poi, sfruttando il mare di conoscenze maturate nella Grande mela, in cui si muove come un pesce, mette su una band con cui, in breve tempo, si afferma –siamo nel 1974- come la “new thing” della musica underground. Si accorgono di lei personaggi del calibro di Bobby Dylan, Lou Reed, Andy Wahrol e John Cale, che la portano per mano all’affermazione nell’altro mare, quello aperto della musica, incurante di squali e pesci velenosi. I riferimenti prediletti di Patti sono Allen Ginsberg, Jack Kerouac, le liriche di Williams Burroughs e soprattutto i poeti maudit Jim Morrison ed Arthur Rimbaud. A lui è dedicato il secondo album, Radio Ethiopia, sua patria d’elezione. Da dischi come questo, anno 1976, emergono le due anime di Patti Smith: quella “punk”, feroce e straziata, e quella più cupa, solenne, che trova espressione in ballate dal misticismo proprio di una celebrazione. Il climax mistico del disco è ben rappresentato dalla splendida “Pissing In A River”: un’elegia, il lamento d’amore disperato ed orgoglioso di una donna lasciata, immersa in una natura che le ricorda che tutto scorre, un’immagine poetica che si apre e si chiude con l’atto prosaico e libero di “pisciare nel fiume”. La ballad ha una bella apertura melodica, voce solenne e piano, prima che entrino minacciose le urla, i cori e gli assoli di Lenny Kaye (uno dei migliori della sua epoca) a rendere un senso di disperazione, inquietudine ed orgoglioso risentimento. Patti Smith, dopo una breve e fulminante carriera, nel 1979 annuncia il ritiro dalle scene: farà solo sporadiche apparizioni –peraltro con successo. A metà anni Novanta torna in pista in seguito al dolore lancinante provocatole dalla morte del marito, Fred “Sonic” Smith, dell’amico fotografo Robert Mapplethorpe, del fratello e di alcuni dei suoi vecchi amici musicisti. Dimostra presto di avere ancora molto da dire: anche nel nuovo millennio si conferma un personaggio idolatrato verso cui nutrono massimo rispetto persino le generazioni più giovani, un simbolo della generazione punk, ma anche di attuali battaglie civili: la “sacerdotessa del rock”.

Pisciando in un fiume, guardandolo salire

Dita tatuate, state lontano da me

Voci, voci, incantano

Voci, voci, fanno cenno al mare di venire

Vieni vieni vieni torna torna

Torna torna torna

Raggio di una ruota, punta di un cucchiaio

Bocca di una caverna, sono schiava, sono libera

Quando vieni? Spero che tu venga presto

Dita, dita circondano te

Vieni vieni vieni vieni vieni vieni

Vieni vieni vieni vieni vieni vieni per me

Le mie budella si svuotano defecando la tua anima

Cosa posso darti di più baby, io non so

Cosa posso darti di più per far crescere questa cosa?

Non voltarmi la schiena adesso che ti sto parlando

Dovrei seguire un sentiero così tortuoso?

Dovrei strisciare sconfitta e umiliata?

Dovrei percorrere la lunghezza di un fiume?

Il regale, il trono, il “piangimi fiume”

Tutto ciò che ho fatto, l’ho fatto per te

Oh, io do la mia vita per te

Ogni movimento che ho fatto, l’ho fatto per te

E adesso sono giunta, come un magnete per te

Cosa ne dici, visto che mi stai lasciando?

Cosa ne dici, visto che non hai bisogno di me?

Cosa ne dici visto che non posso vivere senza di te?

Cosa ne dici visto che non ho mai dubitato di te?

Cosa ne dici, cosa ne dici?

Cosa ne dici, cosa ne dici?

Dovrei seguire un sentiero così tortuoso?

Dovrei strisciare sconfitta e umiliata?

Dovrei percorrere la lunghezza di un fiume?

Il regale, il trono, il piangimi fiume

Cosa ne dici, cosa ne dici, cosa ne dici?

Oh, sto pisciando in un fiume.

Non voltarmi la schiena adesso che ti sto parlando

Dovrei seguire un sentiero così tortuoso?

Dovrei strisciare sconfitta e umiliata?

Dovrei percorrere la lunghezza di un fiume?

Il regale, il trono, il piangimi fiume

Tutto ciò che ho fatto, l’ho fatto per te

Oh, io do la mia vita per te

Ogni movimento che ho fatto, l’ho fatto per te

E adesso sono giunta, come un magnete per te

Cosa ne dici, visto che mi stai lasciando?

Cosa ne dici, visto che non hai bisogno di me?

Cosa ne dici visto che non posso vivere senza di te?

Cosa ne dici visto che non ho mai dubitato di te?

Cosa ne dici, cosa ne dici?

Cosa ne dici, cosa ne dici?

Dovrei seguire un sentiero così tortuoso?

Dovrei strisciare sconfitta e umiliata?

Dovrei percorrere la lunghezza di un fiume?

Il regale, il trono, il “piangimi fiume”

Cosa ne dici, cosa ne dici, cosa ne dici?

Oh, sto pisciando in un fiume.

Nick Hornby, nel suo “31 canzoni”, sostiene che “Pissing in a river” sia una canzone che ti fa “venire voglia di leggere o scrivere o dipingere o andare a visitare una galleria d’arte o correre forte”, ma se ne potrebbero aggiungere molte altre (vecchio paraculo di un inglese). A ognuno la sua scelta.

TREND IN COAL PRICES IN THE NEAR FUTURE – di Filippo Secciani

*In origine case study valido per il corso in Fundamentals of Global Energy Business; Global Energy Management Program; University of Colorado Denver.

The current share of coal in global power generation is over 40%, but is expected to decrease in the coming years, while the actual coal consumption in absolute terms will grow. Although countries in Europe, and to some extent North America, are trying to shift their consumption to alternative sources of energy, any reductions are more than offset by the large developing economies, primarily in Asia, which are powered by coal and have significant coal reserves. China alone now uses as much coal as the rest of the world. While the global reserves of coal have decreased by 14% between 1993 and 2011, the production has gone up by 68% over the same time period.According to the IEA in 2013 king coal represented 28.8% of total energy consumption, and even 42% of electricity production.

U.S. Energy Information Administration
U.S. Energy Information Administration

The reduction of global resources is attributable mainly to the increase in demand from developing countries, which exploit it as an engine for development.China, for example, makes use of coal for about 70% of its energy needs. But India and South Africa have seen their demand increase. The cause is due to the increase of the population inevitably results in a greater demand, and also the increase in the income of the population. In Europe 33% of electricity is produced from coal, but consumption in this region are set to fall for the political “Europe 2020”, which provides energy sustainability through a reduction in greenhouse gas emissions by 20% compared to 1990; 20% of energy needs from renewable sources and 20% increase in energy efficiency and the increased use of natural gas imports. Another phenomenon to consider is that in Europe coal is imported and not a natural resources: the cost. For a ton of coal from Wales costs 80 Euros; a ton of coal from South Africa and Australia – including transport – it only costs 20.The United States, despite being the second largest consumer of coal in the world due to cost, but and a strong geopolitical choice will invest more in shale gas. Although in 2013 the use of coal has bypassed the question of internal energy for heating, achieving increases of 4% (source: Federal Energy Information Agency) strong environmental legislation – increased pollution by 2% (source: EIA) – will help to drive up costs and discouraging domestic demand and focusing instead on exports to countries in need of energy. Therefore, developing countries stand out as the main cause of the decline in reserves of coal, which unlike the other exhaustible energy sources is characterized by the easy availability of the material. The Indian power system is characterized by a strong rule of coal in all energy sources used; in fact, coal contributes to 53% of total consumption of primary energy. According to the “Statistical Review of World Energy 2011” BP India possessed at the end of 2010, approximately 7% of the world’s coal reserves, with reserves of 196 years; India could then in theory meet all of its domestic demand with domestic mining. However, the production is plagued by endemic low productivity and inefficient distribution system in the area. The strong reliance on imports can be explained only by the low productivity of the Indian system, even by the high cost of supply of the local coal (which is often superior to that imported) and its low quality, which limits the efficiency and the capacity production. In general in the world to build a coal plant is cheaper and faster than building gas-fired plants or GLN. Until now we have seen so as to determine the coal are basically the countries that are industrializing, i.e those countries where there is a strong demand for coal for the production of electricity and coal for the development of the steel industry. Conversely, in the already industrialized countries – OECD countries – the demand has stabilized somewhat, or has had an exploit linked to gas prices. The future of coal primarily depends on the advance of clean coal technologies to mitigate environmental risk factors, CO2 emissions, in particular.

sec3Coal is playing an important role in delivering energy access, because It is widely available, safe, reliable and relatively low cost.The performance of the coal market for the next five years is to be assessed primarily on the economic development of emerging countries or industrializing China, South East Asia and the Pacific, but also Africa. These are the biggest consumers of coal. For example, if China continues to invest heavily on renewable energy, accounting for almost 40% of the global expansion and 60% growth in non-OECD, by 2020 coal will be banned in six regions. Electricity and natural gas will replace coal for heating, cooking and other uses – the world’s largest consumer of electricity after overtaking the United States in 2011, China in 2013 had an energy matrix of 1247 gigawatts of which 801 came from coal. Coal – shows a report by Bloomberg New Energy Finance (BNEF) – is sucking huge quantities of water in mining and electricity production, about 98 billion cubic meters per year: 15% of the national water withdrawal. And if the development plans of this source of five large companies are realized, the thirst for this dirty source might grow even more, reaching 175 billion cubic meters a year, and then absorbing 25% of the national water withdrawal, which Beijing wants to limit to 700 billion cubic meters. The 5 great energy companies in the country – Huaneng, Datang, Huadian, Guodian, and China Power Investment – own about a hundred systems in areas prone to water shortages. To keep these plants safe from drought, BNEF estimated, would take at least $ 20 billion of investment, and in some cases companies will simply close down the plant which is less efficient in terms of water use, in the less rich in water resources. Another reason why you will tend to invest more in other sources is the problem of availability of water: one of the benefits is that renewable sources such as solar and wind power have over other ways of producing electricity is their lower water usage throughout their life cycle. All the thermoelectric power plants, gas or coal, do in fact need a substantial amount of liquid for cooling. Also one should also consider the costs for the construction of the dam and the Three Gorges Dam on the Yangtze giant plant opened in 2006 and completed in 2009 in need of investment, in time for a return of capital. On the production side, Russia has the second largest amount of coal reserves in the world, the country was estimated to hold 157.01Bt of proved coal Reserves as of December 2012, accounting for about 18% of the world’s total, and the sixth biggest world producer studies according to the International Energy Agency. Recently, Russian exports have increased more and more to meet the demand for energy coming from Asia

JRC, European Commissio
JRC, European Commission

The final factor to consider in order to measure the future performance of the price of coal is the environmental issue. Although this is primarily a political phenomenon, some economic considerations can be addressed: the case of European phasing out the use of coal, followed by the United States and to a lesser extent Japan, could push more countries resort to this source of energy. Lower demand will push the countries exporting producers to adjust prices downwards, also caused by a phenomenon that until now had been overlooked, that public opinion and public awareness that is slowly affecting the price of coal and definitely will do so in the future. Taking again the China model as a benchmark for coal, pollution also has a significant effect on the national health system due to illness in 2008 spending on public health in proportion were around 7.1% of GDP.In conclusion then we can say that an increase in the use of coal will be encouraged mainly by towing the developing countries and the gradual abandonment of developed countries. It will be a growth determined by the poorer regions of the world because coal is a material readily available and easy to carry with obvious advantages on the final costs. It is generally found everywhere, and this also has a decisive influence on the price, especially on the question.The problem of searching for alternative sources of energy is related to the economic situation of the countries, the more developed a country is, the lower domestic demand will be; vice versa as in the past, the coal will be the driving force for the growth economies. The price is still very competitive compared to other energy sources, which will help to drive demand where per capita income is lower.The production of electricity is still mainly due to coal and will continue over the next five years as in the previous cases because the demand will be driven by countries which are not yet fully developed.

 

REFERENCES:

International Energy Agency (IEA)

British Petroleum Statistical Review of World Energy (2011 and 2013)

Energy Information Administration (EIA)

Istituto per gli Studi di Politica Internazionale (ISPI)

Bloomberg New Energy Finance (BNEF)

World Energy Council

 

 

LA PINACOTECA NAZIONALE DI SIENA SI “SVESTE”

pinacotecaSe è la seconda volta nel giro di pochi mesi che un gruppo di laureati e laureandi in Storia dell’Arte dell’Ateneo senese, privi di alcun tipo di interesse personale, sente la necessità di scrivere riguardo la situazione in cui versa la gestione dei beni culturali della città, ci sarà pure una ragione. Lo scorso marzo abbiamo scritto in merito all’inopportuna presenza di eventi legati al Siena Sport Week entro gli ambienti espositivi del Santa Maria della Scala. Veniamo oggi a conoscenza di altri spiacevoli avvenimenti, grazie agli articoli di Montanari e Piccini, che hanno messo in luce, a pochi giorni dalla loro attuazione, le ultime decisioni prese dal Soprintendente Mario Scalini. Senza il minimo coinvolgimento dell’opinione pubblica e della comunità scientifica locale, si sta per attuare lo smembramento ingiustificato della collezione della Pinacoteca Nazionale. Una grande parte del corpus seicentesco, infatti, verrebbe separata dall’insieme principale, per essere trasferita entro la fine di novembre all’interno dei locali della Soprintendenza, situati a Palazzo Piccolomini, in via del Capitano n°1. Le opere che verrebbero spostate sono di fatto una delle ultime acquisizioni della Pinacoteca, in precedenza proprietà dell’antiquario fiorentino Giovanni Pratesi e acquistate nel 1995 a spese dello Stato. L’annessione di queste ha permesso alla Pinacoteca di dare testimonianza dei fatti artistici senesi a cavallo tra Cinquecento e Seicento (Manetti, Mei, Petrazzi, Rustichino, Vanni, Tornioli).
All’oscuro delle motivazioni che hanno portato il Soprintendente a prendere questa decisione, la stessa ci appare insensata per vari motivi e ci suscita degli interrogativi.
La Pinacoteca ha restituito fino ad oggi un’immagine più completa dell’importante panorama storico e artistico della città. Perché frammentarne dunque la collezione, di fatto annullando uno dei più importanti interventi ministeriali degli ultimi vent’anni?
Nel momento in cui la restante parte della collezione sembra destinata ad essere ospitata finalmente nel Santa Maria della Scala, ha senso quest’ulteriore divisione? Perché raddoppiare le spese di gestione museale, dato che questo provvedimento oltre ad aumentare i costi ne riduce inevitabilmente l’attrattiva?
Il relegare la sola “collezione Pratesi” nel palazzo della Soprintendenza, in spazi non idonei alla conservazione e all’esposizione (in prevalenza uffici), ne limiterà notevolmente la fruibilità pubblica compromettendo al contempo le possibilità di libera ricerca. Si sceglierà davvero di andare ad ammirare queste poche opere, in una città già palcoscenico di un turismo “mordi e fuggi”? Il fatto che la Pinacoteca rimarrà mutila di un importante nucleo di opere lascia spazio a delle perplessità circa le motivazioni della scelta.
In concomitanza dell’insensata privazione, veniamo a conoscenza delle ultime modalità di investimento di fondi ministeriali dedicati alla cultura. Dal sito ufficiale della Soprintendenza si legge che: ‹‹il finanziamento ministeriale […] ha consentito la digitalizzazione di una parte significativa e selezionata dell’archivio di Monica Bolzoni››, stilista italiana sconosciuta ai più. In una delle sale della Pinacoteca, di fianco a importanti cartoni preparatori (Beccafumi fra gli altri), è possibile ammirare alcune delle sue creazioni. Nonostante la Soprintendenza ci assicuri che l’iniziativa ‹‹consentirà ai giovani, sia di Siena che di altri luoghi che avranno interesse per questa attività “creativa culturale” (UNESCO), di esplorare anche da remoto, le tappe di una carriera tanto singolare, quanto varia, di uno dei protagonisti della moda italiana››, restiamo dell’idea che sia un’operazione di scarso valore, ingiustificata e dissennata. Crediamo che questi fondi si sarebbero potuti investire in maniera più intelligente per migliorare gli standard qualitativi museali, come la manutenzione dell’impianto di illuminazione delle sale espositive della Pinacoteca, in molti casi addirittura al buio, come può constatare ogni visitatore.
In un momento in cui Siena avrebbe bisogno di chiarezza e cooperazione per capire quale sarà il ruolo della cultura nel futuro prossimo della città, mettiamo in dubbio l’operato delle istituzioni responsabili e sollecitiamo vivamente l’interruzione della manovra di smembramento.
Crediamo che la cittadinanza abbia tutto il diritto di essere a conoscenza della gestione del proprio patrimonio culturale. Chiediamo dunque che sia data risposta alle nostre domande da parte delle autorità competenti, ovvero Soprintendenza per i beni storici artistici ed etnoantropologici e Ministero dei beni e delle attività culturali e del turismo.
Federico Carlini, Vincenzo Curiale, Marco Fagiani, Francesca Interguglielmi, Valentina Isidori, Luca Mansueto, Raffaele Moretti, Ylenia Sottile

La recensione di oggi : INTERSTELLAR di Christopher Nolan – di Michele Iovine

1414055010_1412239739_interstellar.thm_Il film più atteso dell’anno. La fantascienza ha sempre creato grandi aspettative, ha sfornato uno dei film più belli della storia del cinema come ‘2001 Odissea nello spazio’, ha creato saghe che hanno segnato generazioni e generazioni e che ancora oggi vivono di vita propria e qualora ciò non bastasse sono costantemente aggiornate con prequel, sequel, remake di ogni sorta vedi ‘Stars Wars’ e ‘Star Trek’. Nolan si trovava quindi, volente o nolente, davanti ad una grande sfida, riuscire a piazzare all’interno di questo genere una grande opera che potesse competere per qualità e intensità con i film che hanno già scritto in passato la storia della fantascienza. Beh…non ci è riuscito. ‘Interstellar’ è un film ambizioso, il che non è per forza di cose un difetto, ma solamente un rischio a priori. Dopo 170 minuti di pellicola possiamo però sentenziare che Nolan non è stato all’altezza di suddette aspettative. E’ chiaro e anche giustificabile che un film così lungo che affronta temi tanto affascinanti e dibattuti quanto complessi e delicati allo stesso tempo, possa avere dei difetti al suo interno, delle increspature che rendono l’opera nel suo complesso di non facile fruizione, ma qui c’è forse un problema più grande. Il film manca completamente di poesia. Ne è privo soprattutto in quelle parti dove ci si attende uno slancio emotivo della storia, ne è privo a livello visivo là dove le immagini per quanto ben fatte del viaggio interstellare non hanno lo stesso fascino che si poteva riscontrare nel già citato ‘2001’, ma anche senza andare così lontano, nel recente ‘Gravity’ di Cuaron e ne è scarno soprattutto a livello di caratterizzazione dei personaggi. I molti colpi di scena finiscono per rendere debole una sceneggiatura che all’inizio ci aveva preparto ad una visione molto ben diversa e più altisonante di quella che poi ci propina nella seconda parte, addirittura si scade in una banale rissa con le tute spaziali su un pianeta sconosciuto, come se fossimo davanti ad un fanta-thriller qualunque, la storia si fa eccessivamente lunga, anche un po’ ripetitiva e non si può affidare alla forza solo e soltanto della parola la spinta empatica di una vicenda che a tratti diventa quasi un trattato di fisica. Il rapporto tra padre e figlia e l’amore come strumento di comunicazione tra le due parti in causa non può essere sufficiente per emozionarci e seppur qualche trovata geniale c’è, come quella della libreria, ad essa il regista ci conduce male e troppo tardi, oramai già svuotati e stanchi. Interstellar non possiede molto fascino, ha spunti tematici interessanti si, ma che Nolan riesce a sviluppare solo a livello dialogico, mancando di costruire una parte visiva altrettanto forte e intensa che è poi l’essenza stessa del cinema

10 CANZONI DA RICORDARE – di Francesco Panzieri

#3 Waterboys – Fisherman’s blues

Certi artisti, nonostante un successo e mezzi non all’altezza delle leggende del rock, riescono ad esprimere, col loro nomadismo artistico ed esistenziale, dei capitoli importanti della storia della musica. È il caso degli Waterboys di Mike Scott ed Anthony Thistlethwaite, crogiolo di nazionalità britanniche, punto di incontro di musicisti scozzesi, inglesi ed irlandesi, in cui per un breve periodo figurerà come corista un certa Śinead O’Connor. Lui, Mike, scozzese, giunge a Londra sul finire dei Settanta con tante idee, imbevuto di Bob Dylan e David Bowie, raduna validi musicisti e fonda il gruppo. Dopo i primi timidi successi, nel freddo thatcheriano di inizio Ottanta, sviluppa un suono denso e pieno fatto di vari strati di chitarre acustiche, tastiere, basso, batteria e violino, umanizzato da un’importante sezione di fiati (tromba e sax). I testi sono intrisi di spiritualismo, la voce di Scott è appassionata e stentorea. Sarà ribattezzata “Big Music”, la grande musica che si consacra con l’album “This is the Sea” del 1985. Gli Waterboys girano l’Europa in un lunghissimo tour con i Simple Minds, ed il cantante si rende conto che, purtroppo, dal vivo non si può riprodurre appieno il “muro del suono” della “Big Music”. Meglio, dunque, abbandonare quella strada e tornare alle radici folk della musica. Mike perde un tastierista, si trasferisce in Irlanda vicino al suo violinista Steve Wickham e studia le sonorità e le tradizioni celtiche, ma anche Pete Seeger e Hank Williams, padri del folk e del country americano. Ne esce il capolavoro “Fisherman’s Blues”, del 1988, la cui omonima title track diviene ben presto un classico del folk rock. La tavolozza del suono è composta dallo spettro cromatico di batteria, basso, chitarra acustica, violino, organo e mandolino. Sono i colori scuri e accesi dell’Isola di Smeraldo: viene definito “Raggle-taggle sound”. Il testo è struggente e romantico, parla di un amore difficile ma più forte delle circostanze: “Vorrei essere un pescatore/ scorrazzando per i mari/ lontano dalla terraferma […] Vorrei essere il frenatore/ su un treno che sfreccia agitato/ che si scontra diritto nel centro del cuore/ come un cannone nella pioggia/ con i sentimenti di chi dorme […] E so che sarò liberato/ dai vincoli che mi tengono stretto/ e dalle catene tutte intorno a me/ che se ne andranno alla fine/ e in quel giorno magnifico e decisivo/ ti prenderò con la mia mano/ Salirò su un treno/ Sarò il pescatore/ con la luce nella mia testa/ con te fra le mie braccia…” Il buon successo di pubblico e di critica della canzone e dell’album non superano i confini del Regno Unito. Per il Mondo, in quegli anni, la musica britannica ė rappresentata dagli U2, i Simple Minds, Wham!, Duran e Spandau, Talk Talk, The Smiths, Stone Roses, i Pogues e gli intramontabili Queen. Ma la sperimentazione senza compromessi di Mike Scott merita di essere ricordata, una musica grande come il mare, antica come il Mondo, che unì musicalmente due lembi del Regno Unito allora ancora sul piede di guerra.