A TEATRO CON KENTRIDGE: UBU AND THE TRUTH COMMISSION – di Fausto Jannaccone

Da giovedì 20 novembre a sabato 22, per la prima volta in Italia, al Teatro della Pergola a Firenze, è stato possibile ammirare lo spettacolo teatrale Ubu and the Truth Commission, scritto da Jane Taylor e diretto dall’artista William Kentridge. Spettacolo teatrale, dicevo, ed in effetti ha una capacità di coinvolgere ed avvolgere gli spettatori attraverso l’apporto di più “teatri”: quello delle marionette, impressionanti, realistiche, commuoventi, guidate con un’abilità surreale dai marionettisti-attori della Handspring Puppet Company di Johannesburg; quello della recitazione più pura, con le magistrali performance di Dawid Minnaar e Busi Zokufa; quello delle ombre cinesi, cifra stilista caratteristica della produzione dell’artista sudafricano. Sul palcoscenico pochi oggetti fissi: un avvoltoio di cartapesta, che ogni tanto prende vita lanciando strazianti grida, e sul fondo lo schermo dove i disegni di Kentridge contestualizzano, sottolineano, rafforzano, integrano e sostituiscono la scena. Pochi altri oggetti intervengono durante l’intero spettacolo: un tavolo, una doccia-confessionale, una poltrona. A tratti, come sottofondo, quelle musiche “atmosferiche” tradizionali del background africano di cui l’artista ha sempre fatto largo uso nella realizzazione dei suoi video, sonorità dalle tinte popolari, semplici, “Quando musica e miseria diventan cosa sola” per dirla con Battisti, ma non per questo tristi, anzi piene di vita. Ubu and the Truth Commission è uno spettacolo nato in realtà nel 1997, figlio di un momento storico importante la nazione, ovvero al termine dell’indagine, appunto, della Commissione per la Verità sull’Apartheid in Sud Africa; ne scaturisce una messinscena che attraverso l’uso del grottesco e del buffonesco stimola una profonda riflessione sulla drammaticità di un passato soffocante. Abusi, soprusi, ingiustizie sono da sempre il tema centrale della ricerca di William Kentridge, ed il mezzo con cui invita il pubblico a condividere il suo percorso, è quello di trascinarlo e sospenderlo in una realtà fuori dalla realtà, una dimensione fiabesca e senza tempo. kentridgeA ciò concorrono le musiche che seleziona, ad esempio, o la scelta di far scorrere le immagini in una tecnica che sembra un’evoluzione delle ombre cinesi, ma se possibile ancora più indefinite ed inafferrabili, così che ogni appiglio sicuro alla solida realtà venga meno, e non si possa così evitare di essere trascinati dal corso delle sue opere. Per questo la tridimensionalità offerta dal palcoscenico del teatro è un espediente valido al fine di avvolgere lo spettatore dentro l’opera: così la “cisterna” della Tate Modern nell’inverno 2012, quando ospitava “I am not me, the horse is not mine“(1), era diventata un vortice di immagini, con sette enormi schermi appesi sulle pareti dell’immensa sala circolare che proiettavano immagini a getto continuo, a tratti sincronizzati, a tratti indipendenti, il tutto tenuto insieme come sempre dalla musica: per cercare di seguire il tutto dal centro della sala si era costretti ad immergersi totalmente nell’opera, rimanendo in balia delle onde; allo stesso modo, sempre nell’inverno 12/13, nella Galleria 5 del MAXXI di Roma, l’istallazione “The Refusal of Time“(2) si componeva di schermi tutti intorno alla sala, questa volta però sfondando la bidimensionalità attraverso l’introduzione al centro della sala di un macchinario di leonardesca memoria che, azionandosi, ancor di più costringeva a partecipare all’opera. Tornando allo spettacolo della Pergola, il contenitore del teatro per l’opera kentrigiana è tutt’altro che una forzatura e va ben oltre la creazione delle scenografie, come ad esempio in occasione del Flauto Magico alla Scala del 2011: egli stesso in gioventù ebbe a cimentarsi con la recitazione, sebbene con non eccessive fortune. Nonostante ciò rimane in lui una fortissima contaminazione: “L’arte e il teatro acquistano di significato soltanto attraverso l’uso del corpo: Ogni essere umano guarda al fatto artistico inscrivendolo nella propria intima collezione di sogni e di paure. E l’arte deve aprirsi per accogliere tutte queste differenze“(3).

In chiusura una piccola riflessione a livello locale: ebbi modo di fare la conoscenza di Kentridge ormai quasi dieci anni fa, all’interno di “Guardami – Percezione del Video” di SMS Contemporanea, nell’ex Palazzo Delle Papesse; Siena quindi riusciva a farsi tappa di percorsi culturali ed artistici di livello internazionale: possibile debbano rimanere soltanto nostalgia e rimpianto, senza poter invece sperare in qualche spiraglio di riapertura, in qualche nuova boccata d’ossigeno?

(1) http://www.tate.org.uk/whats-on/tate-modern-tanks/exhibition/william-kentridge-i-am-not-me-horse-not-mine

(2) http://www.fondazionemaxxi.it/2012/08/07/william-kentridge-vertical-thinking-en-william-kentridge-vertical-thinking/

(3) Tratto dall’intervista rilasciata da W. Kentridge a “Quaderni della Pergola 5”

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