APRE IL TEMA…ENRICO MARIA PAPES – di Jacopo Rossi

Inizia, con questa intervista, un nuovo capitolo per noi (e voi) del Wunderbar. EsclusiWe è una rubrica irregolare e ad ampio spettro, che si propone di portarvi la testimonianza di chi la cultura, in Italia e nel mondo, l’ha fatta, la sta facendo e, perché no, la farà. Non aspettatevi molto da questa rubrica, perché vi darà molto di più.
Buona lettura.


«È dal 1974 che non vivo più in una casa con il riscaldamento. Preferisco la campagna, il contatto con la vita vera: quando fa freddo voglio aver freddo. E torno in città il meno possibile». A parlare è Enrico Maria Papes, batterista storico de I Giganti. La sua non è stata una scelta casuale, dettata dalla voglia di distinguersi e vestirsi d’una patina da eremita chic che non gli appartiene. È la normale evoluzione, normale ma non scontata, di uno dei protagonisti della musica degli anni Sessanta, molecola di un gruppo, insieme ai fratelli Di Martino e a Checco Marsella, già “diverso” per spirito e vocazione.

Cosa vi distingueva dai vostri colleghi?
«Eravamo l’unico gruppo vocale. Eravamo lontani, come stile e vocazione dalla moda beat del momento. E, cosa ancora più importante, rifiutavamo le cover famose, e se proprio dovevamo scegliere pezzi stranieri, sceglievamo quelli che si adattavano al nostro stile (NdR, A taste of honey che diventa In paese è festa, Bad boy di Lillian Armstrong trasformata in Solo per voi)». Quando tutti ci davano dentro col cha tun tun, noi siamo usciti con una sorta di swing, Tema.

Come nacque  Tema?
«Avevamo un amico, Pino de Vita, che studiava pianoforte al conservatorio. Un giorno ci fece sentire il motivetto che avrebbe poi dato origine a Tema. Scegliemmo l’amore come argomento e ognuno si scrisse la sua strofa. Tra l’altro la mia parte è stata estesa malissimo, non mi è mai piaciuta».

giganti 2

 Fu il vostro primo vero successo, preceduto da Una ragazza in due (cover di Down came the rain, di Michael Murray), che non ebbe però vita facile…
Nonostante il testo fosse chiaro, giudicarono il titolo troppo ammiccante, ambiguo. La Rai boicottò il brano, che riscosse comunque un successo clamoroso e ci “lanciò”. L’argomento era quel che era, ma eravamo giovani, ci piaceva scherzare e quel pezzo era divertente.

Qualche anno dopo vi confrontaste nuovamente con la censura.
Nel 1967: fu il turno di Io e il Presidente. Lo presentammo al Cantagiro, ma come per Una ragazza in due, il senso fu totalmente travisato. Per noi esprimeva un concetto di assoluta democrazia, parlava di un semplice cittadino che può aspirare alla carica di Presidente della Repubblica (ai tempi Giuseppe Saragat) pur non essendo nessuno. Ci imposero di modificarla, noi rifiutammo e il pezzo non passò.

Nello stesso anno andaste anche a Sanremo con Proposta, incontrando, questa volta, le critiche di un vostro collega, Luigi Tenco.
Ce le riferì Giorgio Gaber, nostro grande amico. Durante il festival (lo stesso nel quale poi il cantautore genovese si sarebbe suicidato, NdR) Tenco disse che avevamo “pistole ma ci sparavamo cioccolatini”. Non accettava che trattassimo certi argomenti alla nostra maniera, ma te l’ho già detto: eravamo giovani e per noi era già molto poter parlare di certe cose a modo nostro.

Eravate davvero dei rivoluzionari, vi consideravate tali?
È un parolone. Eravamo diversi, questo sì. Non avevamo un ideale politico comune e la politica stessa era distante dalla nostra musica. Avevamo i nostri interessi, verso l’amore, la natura, la pace.

Ideali simili a quelli dell’allora neonato movimento hippie.
Quando arrivò in Italia noi avevamo già le nostre radici. E, purtroppo, nel nostro Paese divenne solo una moda, priva dei concetti che la animavano negli Usa. Il perché non lo so, forse perché a quei tempi eravamo in pieno boom economico e la gente aveva voglia di star bene, non complicarsi la vita. Come oggi, del resto.

Cosa è rimasto di quegli anni?
Dei Giganti?

Anche.
Dei Giganti è rimasta la parte “leggera”: Tema, Una ragazza in due…del nostro impegno non è rimasto niente. Il nostro disco migliore, Terra in bocca, è rimasto sconosciuto per 40 anni. Delle nostre intenzioni, anche, non c’è più niente.

E in generale?
Anche qui, niente, basta vedere come vanno le cose. Abbiamo tolto ai giovani la possibilità di sognare e programmarsi la vita. Dopo un ventennio “televisivo” e questa crisi economica credo che non ci sia da aspettarsi niente di meglio.

Cosa possiamo fare, allora?
Continuare a sognare: anche se non tutti i sogni si saranno realizzati, potremmo dire di non aver avuto incubi e di aver fatto dei gran bei sogni, anche se il momento è difficile.

PS: si ringrazia il giornalista Luca Pollini per la gentile collaborazione

Annunci

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...