L’ULTIMO VIAGGIO NELLA TERRA DI MEZZO: TOLKIEN, JACKSON E IL PROBLEMA DELLA FEDELTÀ – di Maurizio Perriello*

Il 17 dicembre 2014 sarà una data storica. Suonerà banale e scontato, ma è così. Roba da cavarci fuori una di quelle formule apotropaoche da esegesi del tipo: il terzo mercoledì del dodicesimo mese del 14 D. J. (Dopo Jackson) si concluderà la più grande epica fantasy non originale che il cinema abbia mai prodotto. Ah, per inciso: parliamo dell’uscita nelle sale italiane del terzo capitolo della saga Lo Hobbit, La Battaglia delle Cinque Armate. I trailer ufficiali, la premiere mondiale del film a Londra, l’uscita dei dvd estesi. Tutte tappe dell’imperdibile “ultimo viaggio”, come è stato felicemente promosso in giro per la rete.

peter jackson

Dicevamo: Dopo Jackson. Appunto. Un po’ come il Figlio del Padre Tolkien che si è fatto Uomo (di cinema) per rendere carne (e frame) la sua Parola. Ma Peter Jackson ha davvero rispettato il verbo di J. R. R. Tolkien riproponendo – e a modo suo re-inventando – i personaggi dei suoi scritti sul grande schermo?
Se religione deve essere, allora potremmo dividere il mondo degli appassionati della Terra di Mezzo (o presunti tali) tra spiritualisti o “puristi” e atei, che io amo definire “tolkeniani dell’ultima ora”. C’è chi osanna Jackson per le due trilogie, chi storce il naso di fronte ad alcune scelte e chi ancora, invece, vomita sull’operazione tripartitica de Lo Hobbit, inneggiando a Tolkien e al Valhalla. Il che richiede alcune opportune riflessioni.
Innanzitutto bisogna ricordare che se non fosse stato per i film de Il Signore Degli Anelli, nessuno avrebbe letto o almeno conosciuto il monumento fatto di pagine e inchiostro che è l’opera del maestro britannico. Amara verità, ma verità. Il Signore Degli Anelli cinematografico appare tuttavia più “fedele” e rispettoso dello spirito originale agli occhi di addetti ai lavori e non: tripartito come l’epica di partenza, pervaso di riferimenti puntuali e comprovati, scandito dai medesimi punti di svolta, avvolto da una colonna sonora meravigliosa che (e qua entriamo nel campo dell’imponderabile) è la “musica che fa Tolkien quando scrive”. Come è noto, invece Lo Hobbit è stato al centro di diverse polemiche che prendevano a esame proprio quella “fedeltà” mancata, che agli occhi di chi non si accontenta di qualche scena di guerra tra creature fantastiche appare come una questione di primaria importanza. Qualche esempio: l’inclusione nel racconto della famigerata Tauriel, elfo femmina che vive una storia d’amore con un Nano, travalicando il limite di uno degli odi razziali più marcati dell’universo di Arda fin dalla comparsa dei figli di Iluvatar. Ma soprattutto la scelta di ricavare un trittico di film da poco più di 300 pagine di una fiaba per bambini. Roba che, in proporzione, sarabbero occorsi una decina di pellicole per adattare Il Signore Degli Anelli, includendo anche i riferimenti e le appendici sparse per i racconti di Tolkien.
Eppure, tali giudizi si rifanno ad una visione de Lo Hobbit in aperta contrapposizione a ciò che l’autore stesso pensava della propria opera.

J R R Tolkien

«Una volta sola ho fatto lo sbaglio di provare ad andare incontro ai bambini, con mio grande rammarico, e (sono felice di dirlo) con la disapprovazione dei bambini intelligenti: nella prima parte de Lo Hobbit». Le parole sono di un John Ronald Reuel 69enne, contenute in una lettera del 22 novembre 1961 raccolta in ‘The Letters of J.R.R. Tolkien‘ di Humprey Carpenter. Il maestro dunque “sapeva” di aver dato alle stampe l’incipit di un racconto per bambini “poco intelligenti”. Un “rammarico” – come si legge – che si acutizzerà dalla pubblicazione de Il Signore Degli Anelli in avanti, quasi come il riferimento a un errore di gioventù, uno sbaglio dal quale imparare la lezione. Un “rammarico”, ancora, che sembra aver inconsciamente contagiato gli adepti alla visione dei due (e presto tre) capitoli de Lo Hobbit, colpevole già da principio di aver apposto la parola “trilogia” che andrebbe invece solennemente destinata soltanto all’epopea di Frodo e della Compagnia dell’Anello.
L’avventura dei piccoli e bistrattati mezzuomini che abbandonano la loro amata casa per salvare un mondo che non conoscono ha un appeal straordinario, che tuttavia rischia di sfociare in una svagata idolatria. La fedeltà è una questione fondamentale in Tolkien, ma “in” Tolkien e non “su” Tolkien: non nella trasposizione dei contenuti, ma nei contenuti propri. La Fedeltà fa parte degli scritti Tolkien, ma non si applica (nel senso comune adottato) all’autore in quanto tale. Non si è “fedeli a Tolkien”, ma “fedeli in (nella materia di) Tolkien”, oppure “fedeli con Tolkien” (verso una meta comune). In tal senso Peter Jackson va elogiato per aver riproposto lo “spirito” dell’opera tolkeniana, nata con gli intenti nobili e altissimi di costituire un’epica inglese conmparabile a quella ben più nota e compiuta del Maditerraneo. Ecco che Thorin Scudodiquercia, Bilbo Baggins, Gandalf e Smaug così come Frodo, Aragorn e Sauron rappresentano dei miti, protagonisti di una leggenda antica come il fuoco, anche se data alla luce nel Novecento. Le chiavi di lettura (e ri-scrittura) sono infinite, e ognuna è legittima. Peter Jackson ha avuto l’indiscusso merito di averla sottoposta al grandissimo pubblico, nonostante i tentativi (altrettanto sagace e magistrale) dei film d’animazione di Bass e Rankin per quanto riguarda Lo Hobbit (1977) e di Bakshi (1978).
In un’altra lettera Tolkien scriveva: “Io ho la mentalità dello storico. La Terra-di-Mezzo non è un mondo immaginario. Il nome è la forma moderna (apparsa nel XIII secolo ancora in uso) di midden-erd/middle-erd, l’antico nome di ‘oikoumene‘, il posto degli uomini, il mondo reale, usato proprio in contrasto con il mondo immaginario (come il paese delle fate) o come mondi invisibili (come il paradiso o l’inferno). Il teatro della mia storia è su questa terra, quella su cui noi ora viviamo, solo il periodo storico è immaginario. Ci sono tutte le caratteristiche del nostro mondo (almeno per gli abitanti dell’Europa nord-occidentale) così naturalmente sembra familiare, anche se un pochino nobilitato dalla lontananza temporale”.
Concetto pesante, certo. Ma utile a far comprendere che ci troviamo di fronte a un’epica, prima ancora che a un fenomeno di letteratura fantasy che ha da quasi vent’anni sta vivendo un periodo di assoluto splendore, almeno commerciale. Tutto è collegato, ogni evento o personaggio è annodato con un doppio filo sotterraneo tra i numerosi frammenti, libri e racconti. I racconti scritti, studiati, sofferti lungo l’arco di un’intera vita. Tolkien non finì mai di scrivere della mitologia di Arda. Probabilmente non l’avrebbe mai ultimata. E l’incompiutezza del Silmarillion lo dimostra. E nonostante la vicenda de Lo Hobbit rimanga la “perifieria” di questa metropoli mitologica, la sua importanza è essenziale per l’insieme. Se Bilbo non fosse uscito nel mondo che vedeva dalla sua finestra, nulla di quello che conosciamo sarebbe accaduto. Fiutate una gran bella morale, lo so. E fate bene. Lo Hobbit è stato un “punto di partenza” per Tolkien, e ora è quello d’arrivo per Jackson. E proprio come nel finale del libro scritto dal Professore nel 1937, potremmo scoprire che l’ultimo viaggio in realtà non è che un inizio.

*Maurizio Perriello lavora e vive a Milano. Giornalista praticante, collabora con Fermata Spettacolo, Vertigo24, Cinefilos.it e Primo Piano.

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La tregua – di Jacopo Rossi

«Bruce, maledetto indiano, vieni a vedere».

«Quante volte te lo devo dire, Dick, non sono indiano, sono inglese. L’India è britannica da un bel pezzo, come te, come il pudding, come la Regina, come…»

«Vieni lo stesso!»

Bruce Bairnsfather, ventisette anni, un futuro da fumettista ed un presente da mitragliere nel Royal Warwickshire Regiment, levò il culo dal fondo della trincea. Con cautela, ché comunque i prussiani, con quei ridicoli elmetti con lo spuntone in cima, erano a pochi metri da loro.

Erano più di cinque mesi che se ne stavano in quel buco vicino a Ypres, in quello che gli sembrava il Belgio, forse. Non aveva studiato molto, anche se suo padre, tenente fuciliere, avrebbe voluto. Ma tant’è. Fisica e filosofia non servivano a molto, quando sei a centinaia di chilometri da casa, in una merdosissima buca in terra, davanti ai mastini di Guglielmo II, Dio non gli dia mai bene.

Si alzò e raggiunse il commilitone, che intanto aveva svegliato altri fantaccini come lui, se di svegliare e dunque dormire si poteva parlare, nella trincea di cui sopra.

«Li vedi?»

Lo sgraziato Dick lo riportò alla realtà. Ciò che vide lo portò nello sgomento più totale.

Candele. Quei fottutissimi crucchi mettevano candele e decorazioni ai bordi della trincea. Un piccoletto biondo, che Bruce avrebbe visto meglio in una birreria a pulir boccali che in guerra, stava ricavando un festone da una bandoliera vuota.

Un altro, che Bruce riconobbe distintamente essere quel maledetto Landsturmfusilier che per poco non gli faceva pelo e contropelo qualche giorno prima, stava decorando un albero rinsecchito come le sue manacce bavaresi. Un paio di suoi compatrioti si passavano una misteriosa gamella, cantando la prima strofa di Stille Nacht.

Sgomento, un sottoposto di Bruce, un certo Fawkes iniziò a caricare lento il suo moschetto per impallinarne un paio. Uno scapaccione lo riportò a più miti consigli, tanto che, per primo ed a pieni polmoni, intonò, in risposta ai tedeschi, Silent Night.

Fu un attimo, o forse una mezzora: il Lieutenantkorpf, seguito da un tremante fuciliere munito di bandiera bianca, osò quel che nessuno sentiva di fare: attraversò la terra di nessuno, quel lembo di fango tra le due trincee, costellato di cadaveri. In mano teneva un pacco.

Nel pacco, che Bruce si prese l’onere di scartare in quanto più alto di grado, c’erano grappa tabacco, salamini tedeschi e foto di suffragette ammiccanti e svestite quanto basta, o forse un po’ di più. Altri seguirono il suo temerario esempio.

Era il 24 dicembre del 1914 e quel giorno anche gli obici si fecero gli auguri.

PS: appuntamento stasera, ore 17, presso i locali della Società Il Cavallino per il secondo incontro de La Guerra più Grande. Si parlerà della Guerra a Siena e,  seguire, verrà proiettato il film Joyeux Noel, che tratta proprio della tregua più famosa di quegli anni.