Alter…Natale – di Francesco Panzieri

Le canzoni di Natale e i canti natalizi sono tra gli elementi fondamentali dello spirito consumistico, ma anche idealistico, del mese di Dicembre. Ma quando arriva il periodo delle feste, quando non si è più bambini e le preoccupazioni ed i problemi ci assalgono, è facile stancarsi dei soliti vecchi pezzi, magari lanciando anche qualche maledizione verso gli autori. Con questa playlist di brani alternativi cercherò invece di ribaltare la situazione. Sono canzoni di Natale che normalmente non si ascoltano in famiglia con le luci dell’albero accese, o vicino al presepe. Cantano un Natale diverso. Quello di chi è stanco e disperato. E chi sa che dopo averle ascoltate non irrompa in voi la reazione: “Eh no! Il Natale che conosco io è diverso! È quello di Jingle Bells, Una Poltrona per due e Willy Wonka in TV, i gobbi rifatti ed i buoni sentimenti!”

Questa spinta, per opposta reazione, alla bontà d’animo, sarà la buona azione di Wunderbar per questo Natale.

Tra i cantautori italiani il tema del Natale è talvolta servito per evidenziare, in voluto contrasto, le miserie, la malvagità e la disperazione dell’essere umano.

Fabrizio De André, in “Leggenda di Natale” (da “Tutti morimmo a stento”, 1967), ci parla di un’infanzia violata e distrutta da un pedofilo, accostato provocatoriamente alla figura di Babbo Natale, da sempre generoso ma a suo modo interessato ai bambini. L’uomo avvicina una bambina con regali e gentilezza, ma viola la sua infanzia e ne distrugge la vita. Il tutto è raccontato con la delicatezza della poesia di Faber, che, piuttosto che scrivere un pamphlet contro i pedofili, narra la vicenda dal punto di vista della tragedia di un’infanzia che sfiorisce: “un babbo Natale che parlava d’amore /e d’oro e d’argento splendevano i doni /ma gli occhi eran freddi e non erano buoni” “E adesso che gli altri ti chiamano dea /l’incanto è svanito da ogni tua idea /ma ancora alla luna vorresti narrare /la storia d’un fiore appassito a Natale“. La canzone è ispirata a “Le Père Noël et la petite fille” di Georges Brassens (1965), nettamente inferiore come melodia ed incentrata, nel testo, più che sulla circuizione di una bambina, sulla presa di possesso e sul dominio economico su di una ragazza da parte di un ricco Babbo Natale, che le mette il cibo nel piatto, le offre la bella vita, le mette “les mains sur les hanches”.

Pagine ciniche e tragiche sul Natale sono state scritte anche da Piero Ciampi, in “Il Natale è il 24“. Uscita nel 1971 nel 33 giri “Piero Ciampi”, è uno scorcio di vita nella giornata di Natale dove, in un contesto di squallore e tragiche vicissitudini (il fratello all’ospedale, l’amico Pino separato, Elio che -dopo aver perso al gioco- si è sparato o Francescangelo, eroinomane, che al mattino non lo riconosce neppure) la voglia, anzi, la tentazione è quella di “fermarmi a una stazione, senza amici e senza amore”. “Io vado,/quando sono abbandonato /vado in cerca di una donna,/senza danni./Sento,

quelle volte che non pago,/che rimane pure amore/per un’ora.” “Per vederci un poco chiaro/bevo un litro molto amaro,/sono dentro a un’osteria./Il Natale è il 24”. Vivere esperienze mercenarie, per non pensare che all'”ora”, soprattutto a Natale, quando le differenze tra chi è felice e chi è disperato, chi è amato e chi è solo, invece di ridursi si allargano. Ma anche e soprattutto andare via, anche solo con la mente, o con lo stordimento dell’amica bottiglia. O come quando il Ciampi, con una chitarra, un pacchetto di sigarette e un biglietto di sola andata se ne andò a Parigi. Durante questa sua esperienza conobbe lo scrittore Louis-Ferdinand Céline e lo chansonnier per eccellenza cui ho appena accennato, Georges Brassens.

Tra i gruppi cosiddetti “indie”, i pisani Zen Circus hanno scritto pagine importanti con “Canzone di Natale“, del 2010. I tre analizzano con disillusione un interno borghese di provincia, realizzando un singolare “Canto di Natale” senza lieto fine: una ninnananna che ritrae un giovane tossico alle prese con un pranzo di Natale interminabile, in piena crisi d’astinenza, e un pusher tunisino che non vuole accettare il paio di guanti nuovi regalati dalla nonna per integrare i venti euro in contanti che lui, il tossico, si ritrova in tasca. “Non lo so se arrivo in fondo o no a questo pranzo. /Fra il secondo primo e il primo secondo /mi alzo e chiamo il tipo, che sennò sprofondo. /Si chiama Abdul il mio Babbo Natale, /con le Nike di renna nuove“. C’è pure la telefonata con Abdul, il Babbo Natale della provincia disperata, veramente esilarante nel suo cinismo: “Dai, è Natale!”, “Importa un cazzo a me del Natale, io musulmano”, “Ma per favore, Abdul, sto male!”, “E se stai male vai all’ospedale”.

Ma anche le più grandi rock band della storia si sono cimentate con la smitizzazione del “Felice Natale”.

Primi di tutti, The Who, nella celeberrima opera rock “Tommy“, del 1969 in cui è narrata l’epopea del ragazzino divenuto cieco e sordo in seguito allo shock per l’uccisione del padre da parte della madre e dell’amante. Tommy riuscirà a liberarsi dalla sua condizione diventando un campione di flipper ed un guru. Ma prima passerà attraverso tutte le sofferenze del mondo dei ragazzi inglesi del dopoguerra: stupri, violenze domestiche, bullismo, droga e falsi miti. In “Christmas” Pete Townshend ci parla del Natale diverso del ragazzino protagonista: mentre tutti gli altri bambini si divertono, giocano e cantano, lui se ne sta in disparte, solo ed isolato dal clima di festa. Solo lui conosce il dolore che sta provando e non può esprimerlo, nè essere partecipe dell’allegria natalizia. “Tommy, can you hear me?” gli chiede inutilmente la madre, ma lui “doesn’t know what day it is./Doesn’t know who Jesus was or what praying is.” “How can he be saved/From the eternal grave?” Si chiede non senza sarcasmo nei confronti della madre e della sua ipocrita morale protestante Pete Townshend.

Venti anni dopo troviamo i mitici Ramones, con “Merry Christmas (I don’t wanna fight tonight)“, dall’album “Brain Drain” (ma era già uscita due anni prima come B-Side di “I wanna live”). D’accordo, “Brain Drain” non sarà il miglior album dei Ramones, però ci sono band che venderebbero l’anima per avere in repertorio una “Pet Sematary” o un punk natalizio del calibro di “Merry Chistmas”, il cui unico difetto è quello di mancare della carica oltraggiosa che ci si aspetterebbe da un inno punk anti natalizio. Rimane, però, un sapore dolce amaro di stanchezza, di un ciclo che finisce, tipico delle Feste passate a litigare con il proprio (ex) partner, coi familiari, ecc. “Stanotte non voglio litigare (fare a cazzotti, letterale) con te” potrebbe essere un estratto da una conversazione tra gli arci rivali Joey e Johnny Ramone, o una frase detta dal bassista Dee Dee, che dopo l’uscita dell’album abbandonò la band.

Si potrebbero citare i Kinks, con “Father Christmas“, in cui nel 1977 davano voce ai figli della working class britannica, per avere in dono dall’uomo vestito di rosso non “silly toys”, ma denaro ed un lavoro per i padri.

Oppure la fiaba stracciona senza lieto fine dei Pogues, “Fairytale of New York“, in cui per Natale si può perdere tutto: l’amore è anche i sogni.

Tuttavia concludo con un gruppo indie rock inglese non conosciutissimo da noi, gli Wombats, con il singolo “Is this Christmas?“, del 2008. Non se ne può più -sembrano dire- dei falsi buoni sentimenti, dei cenoni che finiscono in discorsi di politica e fiumi di alcool, delle madri che strillano dalla stanza di sopra, di “Ritorno al Futuro” in TV. Non c’è più nulla dell’atmosfera del Natale, la festa consumistica per eccellenza: “Is this Christmas? /Is this Christmas? /whatever happened to that festive cheer?” Il Natale che viene fuori di notte, come una creatura delle tenebre, “to scrape out what is left at the end of the year”, per cibarsi delle carogne dei pochi sentimenti che sono sopravvissuti all’annata…

Buone Feste, wunderbariani!

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