5 ALBUM MUSICALI PER IL 2014 – di Francesco Panzieri

panz141#5 Pink Floyd – The Endless River

So di sbilanciarmi, ma sfido un qualunque fan dei PF che ha ascoltato l’ultimo disco a sostenere di non aver versato una sola lacrima. Di nostalgia, d’accordo, come quando si incontra dopo tanto tempo un amico e lo si trova invecchiato. Poi bastano due battute e sembra ancora di essere tra i banchi di scuola a scherzare e divertirsi. Sì, perché le registrazioni su cui si basa l’album, una bella digressione gilmouriana quasi totalmente strumentale, fanno parte del pacchetto di sessioni da cui fu tratto il fortunato (12 milioni di copie) “The Division Bell” del 1994. Album che vide il rientro del povero Richard Wright alle tastiere ed al quale seguí un leggendario tour, l’ultimo vero e proprio. È questo epitaffio per l’amico ritrovato e poi perso, questo omaggio per i Pink che non saranno più, questo senso di risaputo ma effimero che fanno di “The Endless River” uno degli eventi imperdibili del 2014. Non consiglio l’ascolto a chi ascolta musica solo sulle playlist o su Spotify (anche perché quando ti parte la pubblicità dopo 8 minuti di assolo di Gilmour ti sale dentro Pol Pot)…

# 4 Future Islands – Singlespanz144

Nobili mestieranti del synth pop, da anni sulle scena indie, salgono in questo anno di ombre alla ribalta mondiale, col singolo “Seasons: I’ll be waiting on you”. Pezzo fantastico, il cui lirismo ci trascina in una malinconia dolce e riconciliante, e che ha ottenuto l'”imprimatur” delle TV americane con il celebre passaggio al David Letterman Show, in cui Samuel T. Herring ha messo in luce tutte le sue doti di stravagante frontman della porta accanto. L’album si chiama “Singles”, infatti ogni canzone è un pezzo importante, che richiama ora gli echi anni Ottanta di A-Ha e New Order, ora al glam più intellettuale di Brian Ferry, ora ad un pop elettronico che mette sempre in mostra stati d’animo in contrasto tra gioia e malinconia, un decalogo della vulnerabilità delle generazioni di americani delle città caotiche e delle province depresse, che hanno visto i grassi anni prima della crisi mondiale. La voce di Herring, dai sussurri trattenuti carichi di emozione allo screaming, e’ una tavolozza di colori che vale da sola più degli arrangiamenti. Da ascoltare dopo aver visto il video su YouTube del Letterman Show.

# 3 Damon Albarn – Everyday robotspanz145

Le paure, le angosce di un uomo di mezza età di fronte alla perdita dei rapporti umani imposta dalla tecnologia. Il lato oscuro della mente di un artista (certamente molto sensibile e, come dice lui, “left-handed”) che si guarda allo specchio. Così si apre il 2014 in musica, con l’esordio in gennaio di Damon Albarn (Blur, Gorillaz, ecc…) con un album a proprio nome che lo mette a nudo come essere umano e lo mette in evidenza come artista di prima fila del panorama culturale inglese. Canzoni come “Everyday Robots”, “Lonely press play”, “Please Mr. Tembo”, ricche testualmente, compendio di pop inglese degli anni ’50-’60, musica elettronica, ritmiche tribali africane, malinconia post-britpop, danno l’idea dello slancio con cui l’ex frontman dei Blur si è affacciato ad un nuovo inizio della sua carriera. Come se avesse voluto scavalcare con un sol balzo le delusioni seguite alla mancata reunion della band dopo il trionfale ma effimero tour 2013. Difficile trovare punti deboli nel long-playing, destinato a diventare un punto di riferimento per la musica inglese del decennio. Le mie tracce preferite sono “Hollow ponds” ed “Heavy Seas of Love”, in cui Damon collabora con tale Brian Eno…

# 2 Raury – Indigo childpanz142

Tra i tanti ritorni al passato e tanti mostri sacri, finalmente una storia nuova: quella del ragazzino diciottenne di Atlanta dietro al quale già si affollano le case discografiche. Raury esordisce quest’anno con l’autoprodotto “Indigo child” e già Pitchfork e la BBC radio gridano al fenomeno. Basta poco per realizzare quanto a questi ultimi piaccia vincere facile: due canzoni, “God’s whisper”, in lizza tra le più belle del 2014, e “Superfly”. Un disco che fonde con una logica ed una naturalezza disarmanti l’indie folk più cool alla Bon Iver con il funk-hip hop di Andre’ 3000 (Outkast), il rap con l’avanguardia pop di Lorde. L’R&B del nuovo millennio di Frank Ocean è accostato con chitarre alla Santana, Jack Johnson se ne sta in compagnia di allucinazioni alla Busta Rhymes. Scovatelo in rete ed ascoltatelo. Magari tra qualche anno sarà ripubblicato.

# 1 Foo Fighters – Sonic Highwayspanz143

Ci sono voluti degli anni per fare uscire Dave Grohl ed i Foo Fighters dall’ombra della leggenda Kurt Cobain. Oggi, però, le band che fanno rock’n’roll come il quintetto di Seattle si contano sulle dita di una mano. “Sonic Higways” non è un album di singoli da radio, nè un concept: è un racconto degli Stati Uniti attraverso la musica dei Foo Fighters. E’ il loro ottavo disco, contiene 8 canzoni, ognuna registrata in una città diversa (Chicago, New York, New Orleans, Seattle, Nashville, Austin, Los Angeles, Washington), ognuna influenzata dalla storia musicale di quella città, ognuna con un ospite musicale di quella città, ognuna soggetto di una puntata di un documentario diretto dallo stesso Dave Grohl. Le influenze musicali arricchiscono quello che comunque è, e rimane, il suono dei Foo Fighters, un doppio ascolto dell’album ti scolpisce nella mente “Something from nothing” (primo singolo estratto) e “The Feast and The Famine”, uno-due micidiale, “Congregation” (che occhieggia ai R.E.M. della maturità), la splendida “Outside” (con la chitarra di Joe Walsh degli Eagles) e le due ballate consecutive West Coast-East Coast, “Subterranean” (disperazione e rinascita da Seattle) e “I am a river” (inno da stadio con orchestra di archi nel finale, ispirato a New York). È l’imperdibile del 2014.

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