DISCHI ATTESI: TORNANO I VERDENA E NON DELUDONO – di Francesco Panzieri

Dopo un’attesa di 4 anni torna a pubblicare un album il principale gruppo rock del panorama italiano: i Verdena escono il 27 gennaio con “Endkadenz vol.1“. Infatti il trio delle valli del bergamasco, uscito dalla consueta lunga gestazione in sala prove ed in sala incisione (un pollaio riadattato a studio di registrazione ribattezzato non senza autoironia “Henhouse”), ha dovuto fare una scrematura da una produzione gigantesca -si parla di circa 70 pezzi- ma è rimasto comunque materiale per l’uscita di un secondo volume dell’album, che uscirà in estate. Scelta coraggiosa in tempi di crisi del disco, ma consueta per i Verdena, diventati con gli anni (16 ormai dal primo LP “Valvonauta“) una vera e propria leggenda rock, senza mai cedere a lusinghe commerciali, allo star system, alle pressioni delle case discografiche e soprattutto senza mai compiere un passo falso a livello qualitativo. Sì, perché, è bene essere chiari, “Endkadenz” è già stato elevato dalla critica al rango di “classico” fin dal giorno dell’uscita. Si inserisce alla perfezione nel percorso di costante evoluzione della band, sempre alla ricerca di nuove sonorità ma sempre fedele alle proprie caratteristiche. Cosa altro si potrebbe chiedere a professionisti abituati a sperperare in strumenti, registratori e amplificatori quasi tutti i guadagni dei tour? Stoner rock, psichedelia contemporanea, uno straniamento disperato, ballate con il piano che hanno echi importanti del tessuto musicale costruito a metà anni Settanta da Lucio Battisti, rock elettrico ed elettronico, con synth e batteria elettronica, campionature di suoni e canzoni (ben nascosti, ho riconosciuto “Hooked on a feeling” e “I will suvive”) insomma, molta carne al fuoco, e ben cucinata. Si comincia subito “in medias res” con il chitarrone e l’incedere maestosamente malato di “Ho una fissa“, poi un poker di pezzi dal carattere power pop, la ballata “Puzzle”, il rock italiano anni ’90 di “Un po’ esageri”, la splendida elettronica psichedelica e funkeggiante di “Sci desertico” ed ancora una ballata, stavolta con echi da country all’italiana e cantato alla Eugenio Finardi, “Nevischio”. Dopodiché ci si mantiene sullo stesso livello (“Diluvio” è un’altra struggente ballata), per poi decollare decisamente, con i colpi da KO di “Derek”, roba veramente ruvida, con una ritmica da urlo, “Vivere di conseguenza”, che ci porta con la mente a grandi “mostri” come Battisti, Dalla e la P.F.M., e “Contro la ragione”, che risale dal pop rock dei Supertramp lungo gli anni Ottanta, mentre la conclusione è lasciata alle chitarre stoner di “Inno del perdersi”, forse il pezzo migliore in assoluto, ed al dolceamaro psichedelico di “Funeralus”, con una suite che probabilmente sarà di collegamento col “Vol. 2” della prossima estate. Non starò a tediarvi troppo con la descrizione dell’evoluzione di Alberto Ferrari come autore e come cantante, di Roberta Sammarelli come polistrumentista (e come manager del gruppo), di Luca Ferrari, ormai il principale batterista rock italiano, ci sono in rete già molti articoli e recensioni sul gruppo. Ma un consiglio ve lo lascio: tra marzo e settembre i Verdena saranno almeno un paio di volte a suonare dalle nostre parti. Non andare a vederli, per chi riconosce il potere indagatore di noi stessi della musica rock, sarebbe un delitto.verdena

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