ELEZIONI IN GRECIA: PRIMA FASE DI UN NUOVO LABORATORIO POLITICO – di Augusto Fiaschini

Lo scorso 25 gennaio in Grecia si sono svolte le elezioni politiche, in seguito alla caduta del governo Samaras, il quale era sostenuto da ΝΕΑ ΔΗΜΟΚΡΑΤΙΑ (ΝΔ “Nuova democrazia”- partito di centro destra pro memorandum), ΔΗΜΑΡ (“sinistra democratica”) e ΠΑΣΟΚ (partito socialista ed ex rivale storico di Nuova democrazia che nell’ultima legislatura ha sostenuto la formazione pro memorandum). Il Governo Samaras, proseguendo sulla strada intrapresa già dai precedenti governi, guidati dai socialisti, ha condotto una politica austera, applicando acriticamente le disposizioni della Troika (UE, FMI, BCE), riguardante la cancellazione dei contratti collettivi, il licenziamento di migliaia di impiegati pubblici e la vendita a privati di beni pubblici. Ciò ha comportato effetti disastrosi per l’economia greca, causando una vera e propria emergenza umanitaria. La disoccupazione, infatti, è aumentata toccando il 27%, le provviste alimentari sono scese sotto la soglia dei 5500 € annui, mezzo milione di bambini sono ad oggi sottonutriti e oltre 3 milioni di greci hanno perso il diritto all’assistenza sanitaria. Tutto questo, inoltre, ha avuto l’ovvia conseguenza di far cader il PIL dello stato, facendo aumentare il debito pubblico, che adesso è pari al 175 % dello stesso.

Una volta scoppiata la crisi il fondo salva-Stati varò un piano di salvataggio, che prevedeva la destinazione di oltre 100 miliardi di Euro alla nazione greca. Questi soldi sono solamente transitati da Atene, che ha dovuto immediatamente riacquistare i titoli di stato emessi, detenuti principalmente da banche francesi e tedesche. Il piano di salvataggio ha dunque raggiunto il suo reale obiettivo, ovvero quello di salvaguardare i creditori e gli speculatori finanziari.

In un clima sempre più antieuro ed antiausterità il partito di Syriza, grazie al suo leader Alexis Tsipras, si è messo in luce acquisendo consensi e catalizzando il malcontento greco in un movimento popolare non violento, impresa non del tutto scontata. All’interno di Syriza ci sono quasi tutte le identità della sinistra greca, dagli espulsi del partito comunista greco (KKE) agli opportunisti del partito socialista, scesi dalla nave prima dell’inevitabile, passando per gli anarchici.

La caduta del governo Samaras è riconducibile alla non elezione del Presidente della Repubblica, risalente a dicembre 2014. In Grecia, infatti, se questa non si concretizza con i numeri previsti dalla costituzione entro tre votazioni parlamentari, è obbligatoria la chiamata dei cittadini alle urne. Il 28 dicembre 2014, giorno della terza votazione, i deputati di Ανεξάρτητοι Έλληνες (Greci indipendenti), risultano decisivi per la non elezione del Presidente proposto da Samaras. Le elezioni vengono indette per il 25 gennaio 2015.

Su una cosa pare da subito non esservi dubbio: Syriza sarà il primo partito (cosa fondamentale vista la legge elettorale greca che conferisce 50 parlamentari su 300 totali come premio di maggioranza al primo partito) ma riuscirà ad ottenere la maggioranza assoluta?

Con questo enigma parte la campagna elettorale e in Grecia si crea subito una prima macrodistinzione: i pro e gli anti austerità. Fra gli anti austerità naturalmente ci sono Syriza, il partito comunista greco (KKE), Greci indipendenti, e i neonazisti di Alba Dorata. Fra i pro invece si annoverano il partito socialista e Nuova democrazia.

Discorso a parte per il partito TO POTAMI (“il fiume”) che vede come candidato un giornalista che ha messo insieme personalità provenienti dal partito socialista, nuova democrazia ed fuoriusciti da altri partiti, la maggior parte dei quali avevano avallato i memoranda. Sin dalle prime battute della campagna elettorale il suo leader non ha mai nascosto l’intenzione di allearsi con il partito che sarebbe uscito poi vincitore dalle urne, qualunque fosse stato.

La campagna elettorale è stata molto selettiva da parte dei partiti. Nuova democrazia l’ha impostata su dichiarazioni volte ad inculcare nella testa degli elettori che i sacrifici fatti fino a quel momento non andavano sprecati eleggendo un governo Euro-sovversivo, riuscendo così a mantenere una buona percentuale, considerata l’affluenza alle urne, ottenendo voti di quei greci spaventati da una possibile collisione frontale con l’Europa.

La campagna elettorale di Syriza, invece, si può riassumere nel suo stesso slogan elettorale “La speranza è arrivata”, concetto di speranza, quello di Syriza, in cui i cittadini hanno letto la possibilità di un vero e proprio riscatto sociale. L’intento dell’ottenimento del maggioranza assoluta è stato coadiuvato da dichiarazioni denigratorie verso il partito comunista (visto come maggior fonte di voti) che, a sua volta, ha paragonato Syriza a Nuova democrazia, escludendo qualsiasi tipo di accordo in futuro. Durante la manifestazione del 22 gennaio a piazza Syntagma, il segretario del partito comunista Koutsoubas lancia lo slogan “la speranza è qui, la speranza è il KKE”, un’evidente risposta allo slogan di Tsipras.

Lo stesso giorno, alla stessa ora, Syriza ha organizzato la chiusura della campagna elettorale in piazza Omonoia, dove, oltre ad Alexis Tsipras, è intervenuto anche il leader di Podemos, Iglesias, che in un greco incerto ma corretto ha ribadito il suo appoggio a Syriza. Durante questa manifestazione erano presenti molte delegazioni straniere oltre a quella di Podemos, come quella portoghese “Bloco de esquerda”, i tedeschi di “Die linke”, gli italiani del movimento NO TAV e la cosiddetta brigata Kalimera de “L’altra Europa con Tsipras”.

Tsipras ha puntato molto in questi mesi su una coalizione politica internazionale fra partiti di sinistra anti-austerità che ha evidentemente dato i suoi frutti in campagna elettorale.

I sondaggi davano Syriza intorno al 33% (non sufficiente a raggiungere la maggioranza assoluta), ma negli ultimi giorni la polarizzazione dei voti nei confronti del partito di Tsipras è aumentata portandolo al 36,4%, staccando Nuova democrazia fermo al 27%, consegnando a Syriza 149 seggi su 300 totali per via della legge elettorale, fortemente contestata in passato dalla maggioranza dei partiti.

Durante lo spoglio elettorale, la piazza Klafthmonos pullulava di giornalisti e delegazioni straniere, ma soprattutto di greci in festa. Il risultato era ormai chiaro. Tutti (greci e non) si sentivano parte di una vittoria più grande di una semplice elezione. Per la prima volta, in Europa, un partito di sinistra (diciamo “estrema”) aveva vinto le elezioni e per la prima volta dallo scoppio della crisi (in uno dei paesi più colpiti da essa) governerà un partito dichiaratamente anti-austerità.

Per garantire un governo al paese, Tsipras ha stretto un accordo con il partito dei Greci indipendenti (AN.EΛ.) di Panos Kammenos, al quale è stato affidato il dicastero della difesa. Scelta non casuale, dato l’orientamento di destra della maggioranza delle forze armate. Il fulcro del patto, comunque, riguarda la politica estera, che sarà volta ad una rinegoziazione in termini sostenibili del debito greco col fondo monetario, oltre che alla cancellazione di parte di esso.

Il debito greco ammonta al 3% del totale dei debiti di tutti i paesi europei. Molti si sono chiesti perché Tsipras non si è alleato col partito comunista (che ha preso il 5% in sede elettorale), ma allearsi con esso risultava difficile vista la campagna elettorale antagonista che li ha visti protagonisti e le diverse vedute circa l’opportunità della permanenza della Grecia all’interno della moneta unica (i comunisti sono per il ritorno alla Dracma). Syriza ha, inoltre, snobbato To Potami, per i motivi sopra citati.

Tsipras, in un paese che riconosce la religione cristiano-ortodossa come religione di stato, è stato il primo primo ministro greco a non giurare sulla Bibbia davanti alle autorità ecclesiastiche, optando per un giuramento laico, primo Primo Ministro nella storia della Repubblica greca.

Il giorno successivo la vittoria di Tsipras i mercati sono crollati e le dichiarazioni dei vari personaggi politici europei sono state molteplici. Fanno discutere in particolare quelle della cancelliera tedesca Angela Merkel, la quale ha definito il 25 gennaio un brutto giorno per la Grecia. La presidente del fondo monetario internazionale, Christine Lagarde, ha ribadito che la Grecia non deve aspettarsi sconti, in quanto le regole sono uguali per tutti i paesi. Draghi, lapidario, ha sostenuto che una cancellazione del debito sia fuori discussione, affermando, inoltre, che i greci hanno molto spazio di manovra circa un ulteriore aumento della tassazione (la pressione fiscale è già al 30 %), visto che sono al di sotto della media europea. Renzi ha definito, invece, legittima la proposta di Tsipras di ridiscutere i termini del debito.

L’Italia detiene il 25% del debito totale in Europa ed è per questo che la cancellazione di quello greco creerebbe un precedente da sfruttare anche per il nostro paese. I grandi banchieri europei sono spaventati da questa possibilità.

È opportuno, infine, evidenziare un paradosso politico dell’unione europea, riguardante le esportazioni tedesche. Esse, per continuare ad essere convenienti e di grande portata, necessitano di un euro meno potente rispetto alle altre monete, il cui valore è garantito al ribasso da politiche depressive, come quelle studiate dalla Troika per la Grecia, che però si portano conseguenze quali l’immobilismo dello sviluppo e la condanna per molti cittadini ad una vita al di sotto della soglia della povertà.

In questo momento la Grecia rappresenta un grande laboratorio politico di soluzioni alternative a quelle prese finora per uscire dalla crisi. Si è parlato di Tsipras paragonandolo a molti personaggi. Tsipras è Tsipras con i suoi pregi e i suoi difetti e il suo partito rappresenta una speranza per la classe media di tutti i paesi europei, spazzata via da una crisi che ha creato sempre più ricchi e sempre più poveri. Ci sono certamente delle ombre che aleggiano su Syriza ( quanto sarà dura amalgamare tutte le correnti presenti all’interno del partito?), ma i primi cinque provvedimenti che ha messo in atto, in qualità di primo ministro, nonostante l’alleanza con i Greci indipendenti tanto criticata dall’opinione pubblica, sono decisamente di sinistra: blocco delle privatizzazioni del porto e dell’azienda pubblica per l’energia elettrica avviate dal precedente Governo, cancellazione degli ingiusti licenziamenti delle donne delle pulizie dei ministeri, ripristino del salario minimo a 751 € lordi, dichiarazione di illegittimità costituzionale dei licenziamenti dei dipendenti pubblici, ripristino della 13° mensilità per i pensionati.

Per questi motivi il progetto politico di Syriza merita una possibilità.

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