L’ARTE PRIMA E DOPO LA GRANDE GUERRA: UN COMPENDIO PER IMMAGINI – di Valeria Mileti Nardo

FINO AGLI ANNI DIECI: NON SOLO AVANGUARDIE

Giorgio Kienerk, L’Enigma Umano: il dolore, il silenzio, il piacere, post 1900, olio su tela. Pavia, Musei Civici
Giorgio Kienerk, L’Enigma Umano: il dolore, il silenzio, il piacere, post 1900, olio su tela. Pavia, Musei Civici
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Henri Van de Velde, Ufficio esposto alla Mostra della Secessione di Monaco, 1899
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Copertina della rivista Novissima, Albo d’Arti e Lettere, 1910
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Alphonse Mucha, Manifesto delle sigarette Job, 1896, litografia. Mucha Foundation, Praga
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Leonardo Bistolfi, Manifesto dell’Esposizione Internazionale delle Arti Decorative di Torino, 1902, litografia
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Leonardo Bistolfi, Le lacrime, targa funeraria per Camillo Gramorio, 1902-1905, marmo. GAM, Torino

Le immagini proposte, sia di ambito italiano che internazionale, rappresentano una sintesi delle arti nel segno dell’Art Nouveau e del Liberty. Tutte le arti, dalla pittura alla scultura fino alla grafica, alla cartellonistica, all’illustrazione editoriale e alle arti minori, intese come arredi, hanno subito il fascino dello stile “a colpo di frusta” o a “fumo di sigaretta”, come i critici del tempo usavano dire. Il fenomeno dell’Art Nouveau, nato come linguaggio di rottura rispetto all’ecclettismo del XIX secolo, ha esordito con le architetture di fine Ottocento di Victor Horta e ha poi assunto, con tutte le declinazioni dei diversi paesi europei, un sottile senso di moda e gusto, perdendo quel carattere di novità che lo ha caratterizzato alla nascita. L’Art Nouveau, già nei primi anni del Novecento, era diventato un linguaggio-moda che andava a sommarsi all’ecclettismo e che, come tale, era diventato uno degli stili nel mirino delle avanguardie storich

MONDO DELL’ARTE IN GUERRA

Il primo conflitto mondiale, com’è noto, ha dato la morte a milioni di uomini e spesso a giovani soldati, basti pensare alla scomparsa della generazione del 1899. Nell’Europa del tempo, molti furono gli artisti che presero parte attivamente alla guerra, ad esempio i futuristi che, con la spinta di Filippo Tommaso Marinetti, si arruolarono volontari. Furono soldati anche Mario Sironi, presente con i futuristi, Fernand Leger, intossicato dai gas della battaglia di Verdun; Georges Grosz, congedato per malattia nel 1915 e poi Otto Dix, arruolatosi volontario, presente sul fronte orientale ed occidentale, ferito molte volte e decorato, poi convertitosi pacifista. Ci fu anche Max Ernst che riuscì a stare nelle retrovie ma che rimase sconvolto dalla guerra tanto che disse di sé, nel 1942: “Max Ernst è morto il 1° agosto 1914. È tornato in vita l’11 novembre 1918 come un giovane uomo che voleva essere un mago e ritrovare i miti del suo tempo”. Partecipò alla guerra anche Oskar Kokoschka, ferito sul fronte orientale e  congedato per instabilità mentale.

La guerra segnò anche molti altri artisti che non la combatterono, consapevoli che il mondo conosciuto fino a quel momento non sarebbe più tornato.

Tutti gli artisti nominati finora sono sopravvissuti alla Grande Guerra ma furono molti quelli che non poterono continuare la loro carriera artistica. Partiamo da Vienna. Uno degli artisti viennesi più noti e controversi, Egon Schiele, trovò la morte a soli ventott’anni. Nel 1915 venne chiamato alle armi dopo solo quattro giorni dal suo matrimonio con Edith Harms. Tentò invano di farsi assegnare il ruolo di artista ufficiale di guerra ma, grazie ad alcuni suoi superiori amanti d’arte, continuò a dipingere e realizzò ritratti di ufficiali russi e dipinti di interni, a Praga, dove venne inviato per il controllo dei prigionieri di guerra russi. Schiele fu un personaggio molto discusso per il suo stile di vita e visse sempre sull’orlo della povertà. Sei mesi prima della sua morte, il suo valore come artista e pittore venne riconosciuto grazie ad una importante mostra a lui dedicata nell’ambito della Secessione Viennese. Schiele morì di febbre spagnola tre giorni dopo la moglie incinta, contagiata dalla stessa malattia. Il giovane artista non riuscì a vedere un mondo libero dalla guerra: morì a undici giorni dalla fine della guerra che si concluse con l’armistizio di Compiègne, l’11 novembre 1918.

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Egon Schiele, 12 giugno 1890-31 ottobre 1918
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Gustav Klimt, 14 luglio 1862-6 febbraio 1918

Rimaniamo a Vienna. Con la morte di Gustav Klimt, oltre che con quella del giovane Schiele, il  mondo dell’arte viennese, subito dopo la guerra, subì una grandissima perdita.

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August Macke, 3 gennaio 1887-26 settembre 1914

Anche la Francia ha perso dei giovani artisti che avevano iniziato le loro carriere all’esordio del nuovo secolo, nel segno delle avanguardie. Il giovane August Macke trovò la morte al fronte nel 1914, subito dopo il viaggio in Tunisia con Paul Klee e Louis Moillet. Questo viaggio fu cruciale per la riflessione di Klee e Macke sul colore ma non ha avuto esiti per il giovane artista francese.

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Guillaume Apollinaire, 26 agosto 1880-9 novembre 1918
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Franz Marc, 8 febbraio 1880-4 marzo 1916

Un personaggio chiave nel mondo artistico dei primi del Novecento fu, senza dubbio, Guillaume Apollinaire. Nell’immagine, lo vediamo nel 1916 dopo il ritorno dal fronte: lo scrittore e critico d’arte francese fu ferito al fronte e dovette subire un delicato intervento di trapanazione del cranio dal quale uscì molto indebolito. Il suo stato di salute compromesso lo porterà alla morte due anni dopo, poco dopo il matrimonio con l’amata Jaqueline Kohl.

Altro personaggio fondamentale delle avanguardie storiche fu Franz Marc. Dopo aver fondato nel 1911, con Kandinskij, il gruppo Der Blaue Reiter (il Cavaliere Azzurro), appoggiato poi da Klee e Macke, partì volontario per la guerra. Morì nel 1916 a Verdun.

Anche l’Italia ha avuto il suo scotto da pagare. Il grande Umberto Boccioni ha trovato la morte nel 1916 in modo del tutto accidentale: morì a Chievo, vicino a Verona, cadendo dal proprio cavallo, imbizzarrito alla vista di un autocarro, durante un’esercitazione militare. Qui, in una stradina di campagna, ancora si trova una lapide commemorativa.

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Antonio Sant’Elia, 30 aprile 1888-10 ottobre 1916

Un altro personaggio cruciale del movimento futurista italiano, l’architetto Antonio Sant’Elia, morì in questi anni in trincea, colpito da una fucilata. Alla sua memoria venne concessa la Medaglia d’Argento al valore militare. Venne sepolto a Monfalcone, nel cimitero della sua brigata e il suo corpo venne poi traslato a Como, sua città natale. Qui venne innalzato un monumento ai caduti tratto da un suo disegno a colori ed acquerello. Il sacrario venne edificato da Giuseppe Terragni, importate architetto razionalista di Como, grande ammiratore del compaesano e da Enrico Prampolini, esponente del movimento futurista italiano.

IL DOPOGUERRA: UN FOCUS SULLA GERMANIA

Subito dopo la sconfitta, la Germania si trovò ad affrontare uno dei momenti più tragici e difficili della sua storia. Una testimonianza di questo clima di angoscia e incertezza l’abbiamo grazie ad alcuni degli artisti più noti della storia dell’arte contemporanea tedesca: Otto Dix e Georg Grosz, membri della Neue Sachlichkeit (Nuova Oggettività). Se l’inizio di tale movimento artistico fu travagliato per le difficoltà del post-guerra, si può dire che la sua fine, in Germania, fu ancora più tragica: la Nuova Oggettività venne bollata come “arte degenerata” dal partito nazionalsocialista.

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Otto Dix, Mutilato di guerra, 1922, Grafite ed acquerello su carta. Staatliche Kunstammulgen, Dresda, Kupferstich-Kabinett
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Otto Dix, dalla serie Der Krieg (la guerra), Truppe d’assalto che avanzano sotto una nube di gas, 1924, acquatinta. Queensland Art Gallery, Brisbane
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Otto Dix, Invalidi di guerra che giocano a carte, 1920, olio su tela. Neue Nationalgalerie, Berlino
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George Grosz, I pilastri della società, 1926, olio su tela. Nationalgalerie, Berlino
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George Grosz, dalla serie Hintergrund per lo spettacolo teatrale The Good Soldier Švejk and His Fortunes in the World War, grafite su carta, 1928

Le immagini, oltre a rappresentare in modo crudo gli effetti della guerra, sono anche una diretta denuncia della società tedesca del tempo, caratterizzata da uno spiccato militarismo, dal potere di una mediocre borghesia e di un ipocrita mondo ecclesiastico, come si vede dall’opera di Grosz I pilastri della società.

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